Solo andata

37. Suonatori di jazz – Parte 1/3

– Fred Cavermed –

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Giancarlo Cazzaniga, Jazzman, 2003

Ma dove cavolo gli aveva dato appuntamento? Il Micione camminava a passo veloce e saltellante verso il suo amico Luca Tozzi e proprio non capiva perché quest’ultimo gli avesse detto di raggiungerlo lì. Una gettata di cemento, una lingua d’asfalto che guardava verso la baia newyorchese, ai bordi ma non ancora al di fuori dello spazio urbano e industriale, difficile da raggiungere. Luca era lì, con una canna da pesca, come se la pesca fosse stata la sua passione da sempre e se neanche lì, a New York, ne potesse fare a meno. Ma, in realtà, Luca Tozzi c’era mai andato sul Biferno a pescare? Ma non faceva niente, il Micione si avvicinava allegro a Luca, cercando di gridargli al di là del vento “micione!, micione!” Micione: è così che il mio amico chiamava tutti quelli che incontrava, amici e conoscenti che, in risposta, cominciarono a chiamarlo nello stesso modo. Ed è così, per trasfigurarlo meglio, che ho deciso di nominarlo, di reinventarlo in questo mio nuovo pezzo per Solo Andata. Ma poi, cosa diamine si poteva pescare in quelle acquacce?

I due si salutarono calorosamente, non si erano visti da un bel pezzo. Com’era andato il viaggio da Toronto a New York, se aveva trovato facilmente la casa in cui era ospitato, quali erano state le sue prime impressioni: Luca voleva sapere cosa provava il Micione a ritrovarsi proiettato lì, in piena America, ricordando magari le forti emozioni del suo arrivo. In viaggio il Micione non aveva chiuso un attimo gli occhi, si era incollato al finestrino e, arrivato alle dieci di sera, era rimasto abbacinato per via delle luci che illuminavano a giorno la frenetica attività metropolitana. Certo, uno lo sa, prima di arrivare, che New York è così, uno non dovrebbe stupirsi. Eppure, quando ci si ritrova dentro, in mezzo a tutta quella animazione, la si scopre per davvero.

La casa in cui il Micione era ospitato era a Harlem: era la casa dell’altro Luca, Luca Santaniello, che era stato il primo di loro ad andare a New York, poche settimane prima del settembre del 2001, in una città che avrebbe a breve subito un grave trauma; sarebbe stato proprio Luca Santaniello ad ospitarli poi uno ad uno, Luca Tozzi, poi Chiara Izzi, Nicola Corso, ed ora il Micione. Avevano in comune il mestiere, quello del musicista, la città di origine, Campobasso, e la passione per il jazz. Di tutti loro racconterò le storie oggi e le prossime due domeniche.

Aspettando che un pesce abboccasse all’amo, il Micione continuava a raccontare il suo arrivo a New York. Ora Luca Santaniello era in tournée, quindi aveva lasciato le chiavi all’hotel vicino casa perché il Micione potesse recuperarle a serata inoltrata: New York era sembrata subito familiare al Micione, un posticino in cui si potevano lasciare le chiavi al vicino che dava il benvenuto al nuovo arrivato. Altro che la grande città in cui tutti corrono e si ignorano. Il Micione era eccitato di aspettative.

Il punto, riprendeva Luca Tozzi, è che lì li si rispettava, c’era un profondo rispetto per quello che la gente faceva: non stavano a guardare chi eri, da dove venivi, come ti chiamavi, ti davano la possibilità di metterti in gioco, di mostrare quello di cui eri capace. E poi stava a te saper giocare, fare del tuo meglio per riuscire a fare quello che volevi fare, farti apprezzare. Luca Tozzi spiegava al Micione il sogno newyorchese con la canna da pesca nella mano destra, la sigaretta nella sinistra, la visiera del berretto che gli guardava le spalle e la voce rauca. Qua, se vuoi fa’, fai.

La lenza si tese, la canna s’inarcuò e Luca Tozzi manovrò per riuscire a tirare fuor d’acqua un bel pesciazzo che si dimenava, attaccato all’amo, schizzando delle gocce sul giubbotto del Micione, che si scostò appena. Chissà che pesce sarà! «Ogni tanto bisogna uscire da New York. Se no impazzisci. Uno deve uscire dalla città, cercare un po’ di spazi… Io vado a pesca quando posso.» Intanto Luca Tozzi mise il pesce in un secchio con dell’acqua, lo esaminò, lo liberò dall’amo, lo ributtò in mare, cioè nell’oceano, o meglio nella baia, credo. Una nuova esca, un nuovo lancio, e di nuovo lì ad aspettare, tranquillo. Quello era l’ultimo giorno di Luca Tozzi a New York.

Il Micione lo sapeva, Luca glielo aveva detto già vari giorni prima, via Skype: era figlio unico e i genitori cominciavano ad avere una certa età, lui voleva riavvicinarsi a quegli affetti, e poi c’erano anche tante altre storie che bisognava rimettere in ordine. Ma che fosse chiaro: aveva preso un biglietto solo andata per Roma, avrebbe provato a viverci, a fare il musicista, ad allacciare contatti con le città europee, e se gli andava bene, meglio: ma se non andava, se ne sarebbe tornato a New York, dove una famiglia musicale ce l’aveva.

Poco dopo, il Micione e Luca si avviarono e penetrarono nella città. Fu a questo punto che Luca chiese al Micione di fare attenzione ai suoni che lo circondavano. «Ascolta, Micione, qua a New York si respira la musica… è un’idea molto romantica ma anche molto reale, anche nei suoni, i suoni di strada di questa città sono… ci sono dei suoni che vengono riprodotti nella musica. Per esempio, nel blues lo slide è in realtà il suono del treno, perché i suoni dei treni qua non sono come in Italia che fanno ciuf ciuf! Qua c’hanno una terza minore (o un accordo maggiore, ma dipende dai treni)! Vedi, New York città multirazziale multiculturale blablablà, molti tassisti qua sono indiani e ispanici, quando picchiano il clacson lo picchiano come a fare la figura del piatto nel jazz, quello dello swing, Micio’. Si respira molto ritmo in questa città, in un certo senso è la città che suona. È romantica come idea, però… Uno va in giro che c’ha già un groove per la testa, poi senti tutti questi suoni….»

Quando l’ho intervistato su Skype, Luca Tozzi è riuscito a trasmettermi con le sue parole tutta la sua passione per la musica. La sua vita è impregnata di musica, la sua mente è costantemente occupata dalla musica. Eppure io questo rapporto alla musica lo conoscevo già, grazie al mio amico Micione, per il quale la musica è la priorità, una sorta di principio assoluto che ritma le sue giornate, le sue scelte di vita, le aspirazioni professionali, e anche la sua vita privata e sentimentale. Ma sono sempre stato troppo vicino al Micione per percepire quanto sia totalizzante questo attaccamento alla musica. Invece, di Luca Tozzi ho conosciuto solo questo aspetto, a tal punto che lui è per me sinonimo di passione per la musica, di ricerca del sottofondo musicale che regola le nostre realtà urbane.

Per la sua ultima serata newyorchese, Luca Tozzi avrebbe suonato in un locale con il suo gruppo, i Dugger Brothers. L’incontro musicale tra Luca e gli altri membri del gruppo risale ai primi tempi di Luca Tozzi a New York, quando tutte le sere girava di locale in locale per partecipare a delle jam session, per cercare delle gigs, cioè degli ingaggi per delle serate, e dei musicisti con cui suonare. Bisognava far succedere le cose, trovare il modo di suonare e di lavorare, cominciare a tirare il filo degli ingaggi, delle conoscenze, delle cose da cui nascono cose. E con un po’ di fortuna, girando di locale in locale, capitò che una sera Luca Tozzi sentì qualcuno dire che Jerry Dugger stava cercando un chitarrista per quella sera. «Io mi metto alla ricerca di questo Jerry Dugger, lo trovo dietro l’angolo di un locale mentre stava al telefono, finisce la telefonata, gli dico: “tu sei Jerry Dugger”; lui mi dice: “”sì; io: “m’hanno detto che stai cercando un chitarrista”; e lui: “guarda, ho appena trovato qualcuno”. Comunque la cosa incredibile è che io lo guardo a questo, omone ciccione gigante, e dopo un po’ gli dico: “io a te ti ho visto a Campobasso, al Blue Note, con Andy J. Forrest, io avevo 18 anni forse”. Alla fine quella sera mi sono accodato, ho suonato con loro tre chitarre; poi mi ci sono tenuto in contatto e ho trovato io una serata qui nel Bronx, dove vivo: ho chiamato lui e un altro batterista e così è iniziata questa collaborazione musicale che è durata e sta continuando a durare fino ad ora che me ne sto andando. C’ho suonato 12 anni con lui.»

Quando Luca Tozzi raccontava tutte queste cose al Micione, con la stessa enfasi con la quale le ha raccontate a me su Skype, i due personaggi della nostra storia erano già entrati nell’appartamento del Bronx e il padrone di casa chiese all’ospite se volesse un caffè. Da poco era tornato alla moka italiana, dopo averla sospesa per vari anni per via di un incidente dovuto alla sua sbadataggine: aveva messo su il caffè, si era addormentato e si era risvegliato con i vigili del fuoco in una nuvola di fumo in casa sua. Da allora era passato ad una macchinetta del caffè elettronica, americanissima, che si spegne automaticamente. Poi Luca preparò la sua chitarra e il suo amplificatore. Certo, quello era un Paese di grande individualismo, ma era anche un paese che riusciva a mettere insieme l’individualismo di ognuno. Sul palco, i Dugger Brothers riuscivano a fare molto di più di quello che ogni musicista poteva fare singolarmente. Ognuno manteneva la propria individualità, le proprie specificità, il proprio percorso, ognuno aveva una cosa diversa da dire, però quando si trovavano insieme sul palco tutti mettevano le loro forze in comune per qualcosa che era più grande di loro: la musica. Luca Tozzi questa unità l’aveva vista, la trovava una cosa bella e strana. E si chiedeva se l’avesse provata anche in Italia, suonando. Il Micione, invece, la cercava.

Ascolta i Dugger Brothers in concerto in un locale newyorchese.

Leggi la seconda parte.

Grazie ai musicisti che hanno gentilmente accettato di farsi intervistare. Questi articoli sono dedicati a loro e alla loro passione.


Fred Cavermed è uno pseudonimo nato a fine anni 2000. È un redattore di Quattrocentoquattro, dove si occupa soprattutto del focus Solo Andata. Di tanto in tanto scrive qualche appunto sul suo blog personale Kitzsch Kebab. Chi usa questo pseudonimo è nato nel 1988 in Molise, ha studiato lettere a Roma ed a Aix-en-Provence. Oggi vive a Marsiglia, dove insegna italiano nelle scuole pubbliche.

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