Mangiare o essere mangiati. Intervista a Athos Zontini

– Nicolas Gruarin –

Foto di Maurizio Polese
Foto di Maurizio Polese

«Niente mi ha fatto male più dell’amore. Appena nato stavo per morire di ernia strozzata. I miei mi vedevano piangere notte e giorno e non capivano, si ostinavano a tenermi in braccio come se fosse questione d’affetto – una nostalgia da placenta che andava colmata». Orfanzia di Athos Zontini (Bompiani, 2016) racconta la storia di una resistenza. Preoccupati che il figlio di otto anni non cresca adeguatamente, i genitori lo obbligano a mangiare. Ma il bambino rifiuta il cibo per salvarsi da un destino già scritto e rimandare quel momento in cui l’odio «diventa una nebbia, ti affezioni a chi ti dà da mangiare e ti scordi di tutte le volte che hai pianto». Un felice romanzo d’esordio dove attraverso sfide solitarie, incontri brutali e scelte inaspettate il protagonista scoprirà che nessuno «sfugge alla sua famiglia». Abbiamo incontrato l’autore a Pordenone nell’ambito della festa del libro Pordenonelegge.

Per buona parte del romanzo il protagonista è sempre stanco, cagionevole, e viene scambiato da molti per una femmina a causa della magrezza e dei capelli lunghi. In assenza di amicizie, le sue giornate trascorrono senza stimoli se non quello di rigettare il cibo che è costretto a ingoiare dai genitori. Il tavolo della cucina diventa sede di contrattazione che sfocia in lotte fisiche, soprattutto la domenica, quando le strade si affollano di «gente allegra che sfoggia bambini rotondi». Il protagonista non vuole crescere e diventare adulto, ma al tempo stesso è convinto che i genitori si mangino i figli e rifiuta il cibo per sfuggire la morte e non diventare cibo a sua volta. Dove nasce quest’immagine di adulti mangiabambini?

L’idea nasce da una visita con un amico a casa di una coppia ossessionata dal figlio. Anche se si trovava a casa sua, in un ambiente non ostile, il bambino era intimorito dall’attenzione dei genitori che lo esibivano come un premio, un successo personale. Uscendo, il mio amico mi disse: «Se il bambino non fa come dicono loro, quelli se lo mangiano!». Questa frase detta scherzosamente mi sembrò subito chiarificatrice per iniziare a costruire una storia sull’infanzia, una fase della vita dove i genitori condizionano inevitabilmente i figli. Per quanto farsi carico di amare e crescere una persona sia un’impresa enorme e complicata, dei cattivi genitori possono letteralmente mangiare i figli. La premessa narrativa di Orfanzia viene da qui: cercavo un’immagine che potesse essere talmente comprensibile per un bambino da farla propria e viverla come un problema personale. Il mangiare o essere mangiati mi serviva a far intuire al bambino questo discorso da adulti e tradurre la metafora in narrazione.

I genitori del protagonista sono una coppia mal assortita, senza condivisioni, attenta a «dividersi lo spazio». Una famiglia piena d’ombre, come il giardino senza sole della loro abitazione. Il padre è un avvocato misantropo che la sera giace sul divano davanti al televisore. La madre è una donna apprensiva costantemente asserragliata in cucina. Lui parla piano, lei grida. Il divano e la cucina sembrano quasi essere prolungamenti dei loro corpi, soprattutto nel caso della madre dove stati d’animo, emozioni e pensieri sono strettamente connessi alle pietanze cucinate. Il cibo, visto come affetto e cura, sembra prendere il posto delle parole.

I genitori sono raccontati dal punto di vista del figlio, per cui talvolta assumono dei contorni grotteschi. Il bambino non riesce a cogliere una serie di dettagli dell’adulto, soffermandosi solo su quelle attitudini e comportamenti che hanno uno stretto legame con lui e lo fanno star male, isolandoli dal contesto generale. La famiglia del protagonista appartiene a quella tipologia di persone rassegnate che hanno perso il piacere di stare insieme e allo stesso tempo hanno troppi interessi comuni per separarsi e rimettersi in gioco. Persone spesso insoddisfatte della loro vita, dove il figlio diventa lo scopo e il rilancio della propria esistenza.

In estate la madre decide di seguire il consiglio del pediatra – «Lo deve trattare male» – e parte con il figlio per un’isola dove conosceranno Maria e suo figlio Lucio, detto Lucifero: un bambino mai fermo, affamato di cibo e nuove avventure con cui ha inizio un apprendistato fatto di violenza fisica e giochi maneschi a cui il protagonista partecipa senza replicare, dove lo spavento «si mischia a qualcosa di bello» e la fame comincia a farsi sentire. Per placarla, il bambino ricorre alla violenza inflitta agli altri e a se stesso. Il cibo, prima paragonato a un farmaco per guarire che «scivola in gola come una supposta», diventa un piacere da domare. Le parole «hanno cambiato significato» e cambia anche il tempo percepito dal protagonista: inizialmente lento e monotono, con la scoperta della violenza acquista ritmo e diventa avido, frenetico.

Essere violenti per diventare uomini dominanti. Un’idea triste ma piuttosto diffusa, dove il mondo non è un posto di condivisione e bisogna essere più cattivi per difendersi dagli altri. La fame che il protagonista sente per la prima volta quando pratica la violenza è causa di attrazione e spavento. Il bambino si ritrova a scegliere tra il piacere che gli ha dato fare del male a qualcuno e la consapevolezza che il prezzo da pagare sarà dover mangiare e quindi ingrassare, diventare più grande e rischiare di essere mangiato.

orfanzia

L’immaginario del protagonista è abitato da molti animali. Fin dall’inizio gli adulti vengono paragonati a cammelli, scarafaggi, mucche, serpenti. E proprio agli animali il bambino riserva una serie di atrocità, forse proprio quelle che vorrebbe infliggere agli adulti. Basti pensare al gatto legato al paraurti dell’auto del padre, al coniglio sgozzato o alla lucertola torturata con una siringa. Gli animali diventano quei cadaveri che da sempre disgustano il padre. Qual è il ruolo degli animali nel romanzo?

Si tratta di tre atrocità differenti. La prima volta, dopo aver legato il gatto per colpire il padre, il bambino si rende conto delle conseguenze del suo gesto e ne soffre. La seconda, quando sgozza il coniglio, si trova in una condizione di stordimento – preso dalla lotta con la fame, dalle sue paure – e non prende posizione. La terza invece, quando tortura la lucertola, prova piacere e ne è pienamente consapevole. Sono tre fasi distinte della sua crescita, del suo ingresso nel mondo adulto. Allo stesso tempo, gli animali del romanzo rappresentano un contraltare al mondo degli adulti che al bambino appare oscuro e incomprensibile.

Prima di Orfanzia ha dichiarato di aver scritto «silenziosamente» molti racconti, alcuni dei quali sono apparsi in antologie e riviste. Ci sono delle assonanze tematiche o strutturali tra i racconti e il romanzo? Quali sono stati, se ci sono, i riferimenti letterari che hanno accompagnato la stesura del romanzo?

I racconti che ho scritto prima di Orfanzia giocano sulla stessa ambiguità narrativa. Quello che mi diverte della scrittura è accendere una luce più forte sull’intreccio tra metafora e narrazione, sui risvolti realistici che può dare una suggestione immaginaria. Anche se durante la stesura del romanzo non ho tenuto sottomano nessun testo di riferimento, posso citare due opere che sicuramente hanno lavorato dentro di me: Trilogia della città di K. di Ágota Kristóf – in particolare il primo volume, Il grande quaderno – per il linguaggio e l’impostazione dei punti di vista e Mr Vertigo di Paul Auster, un libro che pur ricorrendo alla metafora e al fantastico riesce a essere di un realismo toccante.

Tra gli autori italiani adoro Gianni Celati, soprattutto il suo Parlamenti buffi, per la lingua e per quella qualità non comune di riuscire a intrattenere senza rinunciare allo scavo, all’originalità della scrittura. Tra gli altri mi piacciono molto Tommaso Landolfi, per la visionarietà, Luciano Bianciardi, per la sua ironia surreale e Ennio Flaiano, per la capacità di rendere letteraria anche l’attesa a una fermata dell’autobus.

«Qualche volta le favole succedono all’incontrario e allora è un disastro» dice la filastrocca di Gianni Rodari, Le favole a rovescio, citata nel romanzo. Nel momento in cui il figlio non rappresenta più una preoccupazione, una vergogna, i genitori tornano a dedicarsi a loro stessi, al proprio corpo: la madre si mette a dieta, il padre si taglia i baffi. Verso l’epilogo il bambino abbassa le difese e per la prima volta li chiama mamma e papà. Per tutto il romanzo i tre membri della famiglia non hanno nome, come se fossero un unico individuo che si esprime, pensa e agisce allo stesso modo, rinunciando a ogni peculiarità. Un’omologazione estetica e comportamentale che, anche qui, ha a che fare con il cibo acquistato: inizialmente fresco e di stagione, diventa confezionato e ricco di conservanti. Da rifiuto, negazione, diventa possesso – «il mio cibo» dice il protagonista – e viatico per aderire alla società. Una visione spaventosa e terribilmente reale a cui il romanzo non riserva alternative.

Ho scelto di non fornire subito un tempo definito affinché ogni lettore possa riconoscersi, almeno in parte, nel protagonista, collocando la storia in un momento emotivo della propria infanzia.
Sicuramente nel corso del romanzo il cibo cambia funzione. All’inizio i genitori sono attenti alla qualità e alla provenienza del cibo unicamente perché sperano di poter offrire al figlio qualcosa di più appetibile. Quando però il bambino si lascia sedurre dal cibo spazzatura, anche i genitori si adeguano a quella scelta, abbandonando ogni forma di “idealismo gastronomico”.
Dalla soggettiva del bambino, la famiglia è vista come una gabbia enorme con delle maglie fittissime da cui non si può uscire. I due genitori risultano persone convinte che il “nemico” sia sempre qualcosa di esterno – il capo al lavoro, il politico di turno, lo Stato, il vicino di casa – evitando così di mettersi in discussione pur di non rimanere soli e perdere quei vantaggi sociali apparenti che la famiglia garantisce.


Nicolas Gruarin è nato nel 1987. Collabora con le riviste 404: file not found, Lavoro culturale e Flanerí.

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