La città che sta sopra. Intervista a Burhan Sönmez

– Nicolas Gruarin –

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Foto di Elisa Caldana: http://www.elisacaldana.com

«Nella città e negli uomini c’erano le stesse mura. Se le profondità della città erano buie, anche le profondità umane lo erano. Umide e fredde. Nessuno avrebbe voluto scendere nell’oscurità, ritrovarsi faccia a faccia con se stesso». Istanbul Istanbul di Burhan Sönmez (nottetempo, 2016, traduzione di Anna Valerio) racconta dieci giorni di prigionia di quattro uomini – Demirtay, Kamo, Küheylan e il Dottore – sottoposti a tortura in una buia cella sotterranea della capitale turca. Ogni giorno corrisponde a un capitolo in cui, a turno, ognuno prova a «immaginare la vita fuori» narrando storie che man mano definiscono la città di Istanbul, vista come sogno, desiderio, sofferenza, conquista. Abbiamo incontrato l’autore a Pordenone nell’ambito della festa del libro Pordenonelegge.

Suore immerse nella neve, cani che sembrano pecore, matti che sbattono coperchi, orsi polari, marinai alla ricerca di balene bianche e uomini che ululano come lupi sono solo alcuni dei personaggi che popolano le storie narrate dai prigionieri per non cedere al dolore, per fermare il tempo «seguendo il profumo del presente». Ridono per allontanare la morte. Tentano di portare il mondo esterno dentro loro stessi. Sembrano quasi voler diventare quelle storie per darsi un futuro. Commovente in tal senso è il loro modo di condividere oggetti immaginari come una sigaretta, una tazza di tè, un pasto.

Questo è il nucleo centrale del romanzo. Jean-Jacques Rousseau sosteneva che il mondo della realtà è necessariamente circoscritto, mentre il mondo dei sogni è illimitato. I quattro protagonisti si muovono tra i confini ristretti di una piccola cella, ma la loro immaginazione si espande verso l’intero universo. Tutto ciò che riguarda il mondo esterno – lontano dalla loro attuale condizione – ricompare nella cella attraverso l’uso della fantasia perché quel mondo non ha mai smesso di appartenere ai loro pensieri.

«Qui tutte le storie diventano proprietà di Istanbul» dice il Dottore. Attraverso parabole, indovinelli e storie misteriose si compone una città conosciuta da sguardi e vite diverse. E da diversi segreti. C’è una Istanbul sopra e una sotto, ma anche una avanti e una indietro: la nuova città urbanizzata dove l’uomo vive solo di ore, senza avvicinarsi all’altro, e la città antica in cui «lo spazio poteva governare sul tempo».

Solitamente siamo convinti che il tempo possa scorrere in maniera orizzontale verso il passato o verso il futuro. In Istanbul Istanbul ho voluto creare un flusso di tempo verticale che va da dentro a fuori, da sopra a sotto. Per questo motivo ho scelto di ambientare la storia in una cella sotterranea. In assenza di punti cardinali, i personaggi possiedono una sola e unica direzione a cui potersi rivolgere: la città che sta sopra di loro. Si tratta di unire il tempo e lo spazio in una singola cella.

Una città che oggi sembra vivere nell’incertezza – politica, sociale, economica, affettiva – dove le persone non sanno più «amare senza vedere» e cercano la verità «nell’incoerenza».

Naturalmente si possono avere diverse idee politiche – liberali, conservatrici e così via – ma ognuno di noi dovrebbe sempre riservare dentro di sé uno spazio di comprensione per chi non la pensa allo stesso modo. Purtroppo oggi in Turchia non è più così: le persone hanno cominciato a provare diffidenza verso l’altro, percepito come nemico. Un atteggiamento che può condurre a un odio diffuso e molto pericoloso per la società, il governo e il futuro del Paese. Ma questo non è un romanzo sociologico: ho voluto scrivere di Istanbul a partire dalla dicotomia tra bene e male, gioia e dolore, felicità e infelicità della gente che ci vive. Provare a dimostrare come questi stati siano al tempo stesso diametralmente opposti e strettamente interconnessi tra di loro.

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Le figure femminili del romanzo, anche se lontane, appaiono sempre più rilevanti proseguendo la lettura. Basti pensare alla ragazza della cella di fronte. Interessante notare quali sono i rapporti dei protagonisti con le donne rappresentate. Un esempio su tutti: le crisi epilettiche di Kamo si manifestano solo quando la madre muore e la moglie lo abbandona. Qual è il ruolo delle donne nel romanzo?

Finora ho sempre voluto mettere le donne al centro delle mie storie: l’ho fatto nel mio primo romanzo, Kuzey, ambientato nel villaggio curdo in cui sono nato e cresciuto, e nel seguente, Gli innocenti (Del Vecchio, 2014, ndr), ispirato a vicende della Turchia orientale. In Istanbul Istanbul ho collocato quattro uomini in uno spazio limitato e una donna sola, molto probabilmente una guerrigliera curda, nella cella di fronte. Mentre gli uomini passano il tempo a raccontarsi continuamente storie, la donna rimane in silenzio ricorrendo ad azioni e gesti per mantenersi salda. Il lettore non sa se il suo mutismo sia un atto di protesta contro il dolore o se abbia a che fare con qualcos’altro, ma questa scelta basta a distinguerla dai protagonisti. È questo ciò che si vede nel romanzo. Le donne narrate dagli uomini sono altrettanto importanti. Kamo è stato lasciato dalla moglie e ha avuto una relazione complicata con la madre. Il Dottore sogna ripetutamente la moglie morta anni prima. Demirtay ha potuto contare unicamente su sua madre, umile e onesta lavoratrice. Tutti i protagonisti possono descrivere loro stessi solo raccontando le donne della propria vita.

Il romanzo descrive corpi martoriati e appesantiti dal dolore con una lingua incisiva, mai morbosa, che restituisce gli odori e i segni delle ferite inflitte dai carcerari. Eppure a emergere su tutto è la fratellanza dei quattro reclusi, così infrequente nel mondo esterno alla cella. Il potere dell’immaginazione e della solidarietà a discapito della violenza.

Nella cella convivono personaggi con caratteristiche molto diverse. Se si fossero conosciuti fuori da quello spazio probabilmente si sarebbero odiati a vicenda. Eppure quando si ritrovano a soffrire per le torture subite cercano sempre di aiutarsi l’un l’altro. Credo che dovremmo avere tutti lo stesso atteggiamento e non mi riferisco solo alla Turchia: ognuno di noi ha la propria personalità, le sue idee, le sue visioni politiche, ma prima di tutto siamo esseri umani. Dovremmo ricordarcene più spesso e cercare di vivere una vita migliore per noi e per gli altri, assieme agli altri, nonostante le diversità.


Nicolas Gruarin è nato nel 1987. Collabora con le riviste 404: file not found, Lavoro culturale e Flanerí.

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