Solo andata

35. Stato dei luoghi

– Raffaello Rossi –

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Preambolo

Sto partendo. Da alcuni giorni mi dedico anima e corpo a un lavoro che eseguirò necessariamente in modo imperfetto: la cancellazione delle mie tracce da quella che, nella finzione superficiale di conversazioni scritte o parlate, da circa un anno chiamavo «chez moi», «casa mia», «home».
Così è stato con amici, colleghi e conoscenti, mai però nei messaggi scambiati coi dipendenti dell’agenzia. A loro ho sempre detto «l’appartement», parola che per assonanza ricorda l’appartenenza della mia abitazione ad ignoti proprietari la cui esistenza ora mi viene ricordata insistentemente tramite e-mail ed sms che finiscono con la sigla «cdt» al posto di «Cordialement». Così abbreviate, le formule di cortesia vengono dispensate secondo principi di economia, risparmiando tempo ed energie relazionali, il cui uso va razionalizzato secondo il beneficio economico rappresentato dal cliente. In un caso come il mio, formalità ed efficienza si mantengono rivolgendosi a me tramite il «vous», cioè dandomi del Lei. Il pronome di cortesia serve soprattutto a ricordare le mie responsabilità: circa un mese fa mi sono impegnato tramite lettera raccomandata a lasciare l’abitazione, rendendomi disponibile ad ogni verifica necessaria sulla condotta dell’inquilino nei confronti dei beni materiali compresi nello spazio abitato. L’insieme di questi controlli costituisce l’«état des lieux», lo stato dei luoghi.
Normalmente si cerca di dare un senso a simili strappi dicendoci que qualcosa si chiude e ne comincia un’altra: un capitolo, una fase, un’“esperienza vissuta”. La verità è che nessuna di queste espressioni può mai esser riferita a un oggetto ben preciso, se non a un’illusione: nella realtà non esistono i bilanci esistenziali o i progetti per il futuro. Per me comunque non si dà tempo per nessuna di queste cose: solo il presente si manifesta, nella necessità di pulire, aggiustare, togliere di mezzo le cose che mi appartengono prima di poter rimuovere me stesso da questi luoghi.
Così mi getto su quello che sembra un compito abbastanza facile: col cutter raschio trasversalmente le macchie di vernice marrone andate a nascondersi sotto il divano-letto che comprato d’occasione – come tutto il resto d’altronde: lavatrice, bicchieri e sedie non c’erano, la casa mi era stata affittata non ammobiliata. Gli europei delocalizzati costituiscono una fetta importante e gustosa del mercato immobiliare, ma anche dotata di regole proprie: riempiono appartamenti che poi regolarmente svuotano al termine di borse di studio e contratti di lavoro, cambiando paese o semplicemente passando a soluzioni meno costose. Mini-galassie consumistiche si formano momentaneamente intorno a nuclei abitativi precari per poi sfaldarsi in un pulviscolo liberoscambista di mobili e suppellettili, fotografate, smontate e trasportate presso nuovi utenti.
Adesso però non sto pensando a queste cose, perché tutto il mio essere è assorbito dalle macchie di vernice: poco dopo il mio arrivo, un anno fa, feci un tavolo murale per la cucina, ma con pennellate maldestre provocai la comparsa di scie di un marrone scuro sul pavimento, che mi sarei poi limitato ad occultare sotto il divano-letto. Ora che il divano-letto non c’è più, le macchie riappaiono, scandalosamente in contrasto col chiaro del parquet. Per questo stesso motivo, da loro ci si aspetterebbe che si tolgano di mezzo da sole, come un ospite indesiderato che dopo un po’ capisce da solo che è il caso di andarsene. In un anno invece si sono rapprese e indurite diventando, diversamente da me, difficilmente rimovibili. Mi ritrovo quindi a strofinarci tardivamente dell’acquaragia per ammorbidirle e poi grattarle via con una spugna ruvida; l’odore acre dello smacchiante si espande ben presto rendendo però così l’aria della stanza irrespirabile. Mentre apro la finestra mi accorgo di aver fame e che anche frigo è ormai ripulito.

Sotto casa
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Mi rallegro, pensando che la spesa sarà anche l’occasione di un ultimo giro del quartiere, alla ricerca di commestibili che non ritroverò in Italia, e che vorrò consumare qui forse per l’ultima volta. Scrutando tra i prodotti esposti nel banco frigo, la scelta cade sul Gouda al cumino. Fra le attrattive della Francia ci sono formaggi con nomi fini, sapori vellutati e odori forti, prodotti industrialmente e pertanto inaspettatamente economici rispetto ad altri prodotti alimentari: il vero francese ama i suoi formaggi e li tiene appoggiati su un vassoio, coperti da una campana in plexiglas onde evitare che il frigo sia saturato dalla puzza.
Devo dire che il mio acquisto ha poco a che vedere con tutto ciò, perché il Gouda è forse il più inodore dei formaggi olandesi, mentre il cumino è una pianta originaria della Siria ed è la spezia mediterranea oggi più usata nei piatti etnici, indiani e magrebini: ma qui, in offerta sugli scaffali del supermercato, rivestito della sua plastica lucente, il Gouda al cumino si erge a supremo dittatore del latticino industriale, una delicatezza lumpen dal sapore univoco e pungente, destinato a rimanere impresso nel ricordo più a lungo dei vari Camembert, Saint Marcellin, o Cantal Entre-deux, confusi da dubbie sfumature ed eccessive possibilità di accompagnamento.
Con un balzo, dal supermarket passo direttamente al fornaio di fronte: ci sono sei venditori di pane intorno a casa mia e questo non è migliore né peggiore degli altri. La francesità delle baguettes è regolata tramite leggi dello Stato che ne fissano dimensioni1, tempi di cottura e dosi di acqua, farina e lievito in tabelle talvolta esposte all’interno dei negozi. All’omogeneità del pane fa pendant una varietà piuttosto irregimentata della manodopera impiegata da questi forni francesi: giovani ragazze asiatiche al banco, impastatori magrebini, ma anche pakistani o bengalesi ben nascosti nei laboratori. Proprio in questo forno una volta mi è capitato di coglierne uno nell’atto di trascinare un sacco pieno di farinacei, apparentemente per non far scendere la collega cinese al banco e risparmiarle un po’ di fatica. Se queste erano davvero le sue intenzioni, allora ci dev’essere rimasto doppiamente male quando l’addetta alle vendite lo ha ammonito con severità di aver troppo temporeggiato davanti ai clienti. 

Le ragazze cinesi al banco sono abbastanza disciplinate da sapere che la loro presenza al bancone è accettata purché si servano di pinze e di pezzi di carta per avvolgere il pane prima di passarlo sorridendo ai clienti, e la cassa sia costantemente sorvegliata da una telecamera a circuito chiuso. In un quartiere come questo infatti i clienti migliori – signore galliche in età avanzata – potrebbero anche decidere di comprare le loro baguettes altrove, se vedessero che l’acqua e la farina e il lievito con cui accompagneranno le loro entrecôte di bovino normanno sono stati mischiati da mani extracomunitarie. «On ne touche pas à ma tradition !», lo dice anche la foto di un bambino biondo stampata sulla carta che avvolge la mia baguette.

In quell’ocasione ricordo di aver provato una solidarietà istintiva per il garzone dalla pelle bruna, forse perché il francese approssimativo usato dalla collega cinese è la lingua del comando con la quale anch’io sono stato interpellato innumerevoli volte: ferma e già risentita, a volte una voce alle mie spalle sbottava «Messié! Messié!», e non c’era bisogno di motivi che spiegassero perché io non dovessi fare la certa cosa o occupare il determinato spazio, poiché bastava il pungolo di quell’accento in cima di ogni parola ad arrestarmi.

Se si solleva lo sguardo una volta in strada ci si rende conto che questo è un quartiere “bene”. Sopra la sporcizia delle strade si ergono monumentali edifici del primo Novecento in stile “haussmaniano”, contenenti appartamenti da più di sessanta euro al metro quadro. I diciassette metri quadri che mi hanno ospitato costavano un po’ meno: l’unica vera finestra di casa mia dà infatti sul cortile di una scuola primaria, ed è probabilmente previo suggerimento dell’agenzia che gli oscuri proprietari hanno abbassato il prezzo per coprire la festa continua dei bambini. Ricordo ancora le facce schifate dei potenziali locataires quando venni a visitare l’appartamento più di un anno fa. È soprattutto grazie a quei marmocchi vocianti se, nonostante l’inadeguatezza del mio dossier (nessun familiare residente in Francia a farmi da garante che potesse coprire i miei eventuali mancati pagamenti, nessun lavoro con contratto a tempo indeterminato), sono riuscito a spuntarla: semplicemente ero l’unico interessato.
Fu così che ottenni il contratto triennale d’affitto per studio non ammobiliato. In realtà i precedenti inquilini avevano lasciato un letto matrimoniale che riempiva interamente il soggiorno e un dubbio separé in PVC, entrambi invase da muffe e macchie d’unto. L’agente venuto a constatare lo stato della casa ebbe sì la premura di registrare la presenza ingombrante, odorosa e poco desiderabile dell’altrui giaciglio, facendomi però anche capire che nulla si sarebbe fatto per liberare e rendere abitabile lo spazio che già stavo pagando. Passata una settimana, mi decisi a buttare tutto in strada, previa chiamata del servizio smaltimento rifiuto ingombranti, mettendomi poi a pulire e disporre oggetti a me familiari, ricreando in tal modo un disordine meno arbitrario e più personale delle cose. Ora tutto è stato messo negli scatoloni e viene trasportato dal camion delle spedizioni: l’orologio che mi regalò mio nonno ora se ne sta lì, fermo nella sua custodia, in mezzo ai libri dalle lingue e dalle età mescolate, alle cartoline e ai gingilli come quelli che riempiono alla svelta le stanze degli studenti fuori-sede. Le mie cose mi precedono, nel viaggio di ritorno.
Prima di rientrare nell’appartamento vuoto faccio un’ultima sosta nel caffè dove ogni lunedì mattina mi sono seduto a fare colazione; stamani ci vado più che altro per usare la connessione ad internet, che a me hanno staccato da alcuni giorni. Sono ancora le 11, ma i tavoli sono già apparecchiati per servire gli avventori abituali: impiegati, liberi professionisti e operai in pausa pranzo. Il posto è illuminato da una bella luce naturale che entra mattutina dalla grande finestra della sala da pranzo. Come sempre, quando mi siedo, la ragazza al bancone viene immediatamente a chiedermi cosa desidero consumare. Le chiedo un caffè, che non bevo.
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Aggiustatore

Mi affretto verso l’appartamento vuoto, dovendo terminare i preparativi prima della visita dell’agenzia, che in un telegrafico messaggio mi ha informato della presenza di clienti, nuovi potenziali locataires: non mi restano che le ultime cose da aggiustare, prima di procedere alle pulizie.
Tiro fuori la porta dai cardini e la stendo orizzontalmente sul pavimento: c’è un buco proprio all’altezza degli occhi, nato da un momento che non ricordo se di rabbia o di stanchezza. Col cutter estraggo i frammenti di legno che sono finiti dentro, raccogliendo poi i residui di polvere, poi applico la pasta da legno e asciugo col phon prima di procedere alla riverniciatura. Proteggo il pavimento con uno straccio e spalanco le finestre una volta posata la vernice per affrettare l’asciugatura. Il risultato mi pare soddisfacente.
Con la vernice avanzata copro uno strappo nella tela vetrata che ha messo a nudo una delle pareti. Il risultato è un po’ meno soddisfacente, perché si vede la differenza tra il buco verniciato e il resto della parete. A questo punto, posso solo sperare che nessuno se ne accorga. Infine spremo il tubetto di colla Pattex nel vano lasciato dal piolo dell’attaccapanni all’ingresso, su cui le giacche in fibra sintetica impermeabile sono rimaste invariabilmente appese, anche nei mesi estivi. Di fatti sta finendo un giugno alquanto freddo e piovoso: il rosa, il verde e l’azzurro che si associano alla primavera quest’anno qui non si sono visti. Solo così si può capire come certi popoli si siano abituati all’idea che dopo autunno e inverno possa semplicemente essere di nuovo autunno, non fosse per la luce del giorno che si affaccia muta e opaca alla finestra nelle ultime ore del lungo pomeriggio.

La visita

Seduto sulle scale d’ingresso, aspetto un uomo dell’agenzia. Gli avevo dato indicazioni molto accurate per trovare l’appartement: salire al secondo piano e bussare alla seconda porta a destra, ma trova prima me e i bagagli accatastati sul pianerottolo. «Spiacente, il pavimento è ancora bagnato, occorre aspettare cinque minuti». Lui si presenta giovane, sbarbato e con molti capelli sistemati a ciuffo; è mingherlino e sembra vestito meglio di me, che indosso abiti da viaggio. Fregandosene del mio avvertimento entra in casa sfilandosi con disinvoltura i mocassini estivi e va ad appoggiare i documenti sul tavolo (unico mobile rimasto nell’appartamento vuoto). Gli vado dietro offrendo spiegazioni non richieste: gli racconto che lo sportello mancante dell’armadio in cucina mi era semplicemente rimasto in mano, in quanto un cardine era già rotto e non si trovava di ricambio; gli indico anche le tracce nei muri erano già presenti, e riguardo un certo mobiletto con le rotelle (l’unico oggetto di cui mi chiede notizie) rispondo che è stato buttato via, ma in cambio lasciavo una libreria Ikea di seconda mano. Mentre parlo lui non alza nemmeno la testa dal foglio di cui sta pazientemente, ma rapidamente, riempiendo gli spazi vuoti dello «stato dei luoghi»: mi ascolta e accenna di sì con la testa, ma non sembra davvero interessato al mio soliloquio. Riesco a ottenere un po’ della sua attenzione solo spiegandogli davanti la mia copia del precedente stato dei luoghi, così come mi fu lasciata quando presi possesso dell’appartamento: in questo modo, basterà riscrivere la maggior parte delle voci, e aggiungere qualche numero. L’agente-ragazzo mi si rivolge ora pieno di gratitudine: ha già calcolato quanto tempo ed energie gli ho fatto risparmiare e si getta a copiare i numeri e i valori (oscillanti tra “medio” e “cattivo stato”) sulle condizioni dell’appartamento.
Dopo un po’ si stacca dal tavolo chiedendomi di rimanere nei paraggi durante la visita dei cerca-casa. Dico di sì, tanto non ho niente da fare, e comunque senza il documento che ha interrotto di compilare non vado da nessuna parte. Arrivano in comitiva: c’è un uomo che apre la fila sui quarant’anni, seguito da un gruppetto di ragazze sui venti, di cui una accompagnata dalla madre non apre bocca. Mantengono un sorriso di circostanza e l’educazione sufficiente per salutare il coinquilino che sloggia mentre passano davanti ai muri scrostati e alle macchie di umidità, ma una volta abbracciati, d’un sol colpo d’occhio, i miseri 17 metri quadrati che ho abitato, le facce cambiano decisamente espressione. Il mio agente descrive macchinalmente i pregi della casa: le finestre con doppia vetratura, la vasca da bagno, la luce naturale che entra da fuori.
La presentazione dura poco, poi cala un silenzio imbarazzato: una delle ragazze si rivolge a me, timidamente chiedendo come sono i vicini: «Ça va les voisins?» Lo so, ci sono passato anch’io: ogni domanda diretta da parte dei visitatori corrisponde a una brutta esperienza, passata e quindi sedimentata in idiosincrasia personale. Inutile dare risposte sincere ed articolate: rispondo con un rassicurante «Ça va» sotto lo sguardo supplice dell’agente-giovane-impacciato, poi aggiungo con un tono il più possibile neutro «vous aimez les enfants?» Si apre a un sorriso e ad un «Mais oui!» che esprime la cosa più naturale e neutrale del mondo: l’amore per i bambini, specialmente quando sembrano ancora cuccioli graziosi e insonnoliti che ogni tanto rilasciano vagiti gentili. «Allora si troverà benissimo», le dico io con ottimismo: «dalle 8:30 del mattino alle 18 i bambini della scuola qui di fronte non fanno che giocare: è un vero piacere poterli sentire tutti i giorni».
L’agente cerca di riparare alla mia rivelazione lodando il carattere tipicamente parigino di case che danno sui cortili interni ad uso delle scuole primarie. Sentendosi preso in giro, il quarantenne maschio della comitiva s’incazza, imprecando contro il tempo perso e insultando l’agenzia per il tramite del suo rappresentante; la madre si rigira strattonando la figlia che le va dietro senza alzare gli occhi, mentre il gruppo di studentesse se ne resta in silenzio, per educazione, facendo finta d’interessarsi all’appartamento prima di andarsene pochi minuti dopo. Mentre scendono le scale le sento commentare, ironiche, le scrostature sui muri e l’odore di muffa, e intuisco la smorfia di schifo che avevo già visto sui volti dei visitatori quando ero venuto qui per la prima volta, anch’io in visita.
Quando rientro l’agente è nuovamente chino al lavoro sul mio documento d’uscita. Gli chiedo di specificare che gli eventuali danni rilevati non sono stati provocati da me, ma lui si mette a ridere: «Non lo vede in che stato sono la casa e il palazzo? Cosa vuole che gliene importi ai proprietari della sua caparra, qui ci saranno almeno 10.000 euro di lavori da fare!» La faccenda è così subito chiusa: lui finisce rapidamente di compilare e io posso mettere la mia firma. Prima di andarcene mi dà il tempo di controllare se ho lasciato qualcosa, e intanto rivolge solennemente rimproveri ai proprietari assenti, deplorando l’esistenza di appartamenti simili a Parigi. Io non so cosa rispondere; mi limito a sorridergli in un modo che lui non capisce, tendendogli le due copie del mazzo di chiavi. Lui le prende, ringraziandomi con la solita cortesia, poi ci chiude entrambi fuori: sono uscito per sempre dalla mia casa francese.

Epilogo

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A questo punto devo dire che i miei ultimi giorni a Parigi non sono stati solo questa serie domestica di epifanie casuali, una trafila di gesti banali passati al rallentatore e al microscopio grazie all’artificio della scrittura. Non sono mancati quei momenti significativi che precedono ogni partenza importante: sguardi d’intesa, abbracci e parole amichevoli da parte di conoscenze occasionali e predestinati; saluti prolungati alle presenze abituali e appuntamenti dati all’improvviso da chi non si faceva più sentire da un pezzo; l’inevitabile verifica delle asimmetrie affettive, rivelate da distacchi definitivi, dagli appuntamenti mancati, e dal senso di delusione che segue l’aspettativa di un bacio, di una stretta di mano, o anche solo una telefonata che non arriveranno mai.
Di tutto questo mi resta un ricordo personale, privato, che come tale continua ad esistere de facto negli istanti presenti, contribuendo persino, in una certa misura, a comporne la cornice e le prospettive; per queste ragioni, come tutto ciò che è vivido, vivo e in cammino, secondo me non può e non dovrebbe essere fissato in un racconto scritto. Mi sono anche astenuto dal condividere le ragioni personali di una scelta che mi ha portato per più di due anni a vivere all’estero, così come dal documentare gli aspetti sociali, politici ed economici che ho potuto sperimentare come dottorando negli ultimi due anni in Francia: le scelte personali mi sembrano, appunto, troppo personali per interessare al di fuori di una cornice letteraria, mentre gli scenari collettivi che hanno attraversato le vite in Francia e in Europa nell’ultimo anno mi sembrano troppo serie per contaminarle con l’ennesima opinione, per la quale tra l’altro non mi sento qualificato, benché dalla lettura di queste righe ci si possa fare un’idea, certo parziale ed approssimativa, di quali possano essere le condizioni e costrizioni materiali di vita durante una permanenza all’estero.
Ho cercato quindi di ricostruire la mia esperienza a partire dalle poche impronte, banali ma uniche, del mio passaggio, e se i fatti raccontati non si sono svolti davvero nell’ordine che ho scritto, né nell’arco della stessa giornata, è stato mentre cominciavo a portare via mobili, a fare pulizie e lavoretti vari in casa, che ho capito come di fatto stessi cancellando le prove della mia presenza fisica dai luoghi che avevo abitato. Mi sono chiesto se non fosse questo, alla fine, il modo di vita ideale dell’attuale civiltà europea, il consuntivo della cosiddetta libertà di movimento che i suoi accordi economici hanno consentito ha una parte della mia generazione, e che vengono dispensati con cinica e ottusa parsimonia a chi proviene da altri continenti: accettare modestamente tutto quello che ti viene messo davanti, non farsi notare, non lasciare tracce.
Quando venni ad abitare a Parigi avevo in testa un pensiero di Bardamu, il protagonista del Viaggio al termine della notte di Céline: mi era rimasta impressa l’idea che, quando si viene ad abitare in un posto, prima o poi tra gli abitanti «ci si abitua al tuo odore»2 ovvero scompare l’aria di nuovo e si diventa figure familiari, integrandosi in uno scenario ripetitivo e squallido, una volta esaurita l’iniziale freschezza dell’arrivo. I preparativi per il mio ritorno mi hanno riportato nuovamente, ma per contrasto, all’esperienza del personaggio céliniano: nessuno qui aveva familiarizzato col mio odore, la mia presenza non ha davvero inciso nella realtà circostante, e perciò nessuno si mai è veramente abituato ad essa. Posso dire che sia stata anzi, diversamente dal caso di Bardamu, un’esperienza indolore: nessuno qui mi ha fatto del male, non riporto nessuna ferita, nessuna perdita a parte il «morto tempo da spalare al più presto», che si è consumato ogni giorno che ho speso qui, come gli altri perso nell’incessante rituale collettivo di cancellazione e superamento di sé.
E devo anche dire di un’entità chiamata “Parigi”, di cui in me non riesco a ritrovare niente: continuo a interpretare il suo territorio secondo il reticolato di fermate della metro i cui nomi so a memoria, ma i cui luoghi non riesco a intrecciare in una storia coerente e dotata di senso. Non privo di significato mi pare tuttavia il vuoto lasciato in uno spazio vissuto, e non privo d’identità dunque il vano nero che lascio togliendo, come ultima cosa, il mio nome dalla cassetta delle lettere. Nessuna forza però che mi trattenga ancora qui, penso mentre m’incammino verso la stazione.

Parigi-Firenze,
giugno-luglio 2016

 

1 Riporto un estratto dal Bulletin Municipal Officiel de la mairie de Paris del 10 febbraio 1960: «Les boulangers peuvent fabriquer, exposer et vendre librement des pains de 200 grammes dénommés «petite flùte», d’une longueur de 50 centimètres environ comportant au moins quatre coups de lame»

2 In realtà, andando a rivedere dopo il passo in questione, non ho trovato alcuna espressione come questa, né alcun riferimento ai «tre mesi»: «Avec mon diplôme, je pouvais m’établir n’importe où, ça c’était vrai… Mais ce ne serait autre part, ni plus agréable, ni pire… Un peu meilleur l’endroit dans les débuts, forcément, parce qu’il faut toujours un peu de temps pour que les gens arrivent à vous connaître, et pour qu’ils se mettent en train et trouvent le truc pour vous nuire. Tant qu’ils cherchent encore l’endroit par où c’est le plus facile de vous faire du mal, on a un peu de tranquillité, mais dès qu’ils ont trouvé le joint alors ça redevient du pareil au même partout. En somme, c’est le petit délai où on est inconnu dans chaque endroit nouveau qu’est le plus agréable. Après, c’est la même vacherie qui recommence» Louis-Ferdinand Céline, Voyage au bout de la nuit [1932], in Romans I, Paris, Gallimard, coll. «La Pléiade», p. 346.


Raffaello Rossi (1984), ha da poco finito un dottorato in cotutela di tre anni tra Bologna e Parigi, durante il quale si è dedicato allo studio di Proust, Joyce e Kafka nel contesto del modernismo europeo, pubblicando qualche articolo sull’argomento. S’interessa anche di filosofia e letteratura contemporanea. Attualmente si trova a Firenze, dove lavora come ricercatore autonomo.

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