Multisegnalazione di uscite editoriali – 3

– Alberto Prunetti –

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Olivia Locher, How to be Taller, 2015

Selene Pascarella, Tabloid inferno. Confessioni di un cronista di nera, Alegre, 2016, pp. 252, euro 15.

Libro stranissimo e molto bello. Un passo avanti nell’escalation di ibridazione della collana Quinto tipo. Come definirlo? Un saggio di narratologia trash, un manuale di giornalismo ombelicale, un debunking semiotico della propria bibliografia condotto in autofiction da una precaria del giornalismo di serie zeta. Quando Vladimir Propp meets Olindo e Rosa. Si legge in un baleno e si rimane sotto per un poco, perché tutte queste notizie di nera si accumulano e creano un effetto disturbante. Se ascoltare i vinili all’incontrario fa sentire l’alito del demonio, anche leggere i cloni di Cronaca Vera al rovescio, evidenziandone la struttura narrativa profonda, puzza di zolfo. Un fumo alimentato dal mantice della cronaca e della notiziabilità a tutti i costi, che travolge tutti gli attori, a cominciare da chi ne scrive. Una definizione intrigante di questo libro, che prendo in prestito, è forse “il making of delle notizie di merda”. Ma c’è di più. Il bisturi dei film dell’orrore penetra nella carne di chi scrive e disseziona la malattia, la maternità, la vita precaria di una donna e di una lavoratrice. Chapeau.

Sam Millar, On the Brinks, Memorie di un irriducibile irlandese, Milieu, 2016, traduzione di Marta Milani e Marianna Mastrarosa, pp. 326, euro 16,90

Micidiale. Un esempio di narrativa working class, scritto dal fango con lo sguardo verso le stelle. C’è l’ironia cinica del proletariato irlandese, l’orgoglio anticoloniale, la non sottomissione del refrattario che mai si arrenderà, le asprezze dell’urbanistica proletaria di Belfast intervallate da lancinanti descrizioni liriche.
La parte carceraria è stratosferica. La battaglia di Long Kesh mi ha fatto rizzare i peli sugli avambracci. Notevole anche l’inserimento di materiali veterotestamentari (l’autore, un Giobbe alle catene, deve aver potuto leggere in carcere solo la Bibbia per parecchi anni).
A tratti mi è venuto in mente un altro mio personale working class hero, Steve McQueen. Ho ripensato a Papillon, oltre che ovviamente al bel film più recente del suo omonimo, il regista autore di Hunger. È un Papillon che non si arrende mai, Sam Millar, non importa quante botte gli dai in capo, rimarrà sempre lì a dirti: maledetti bastardi, sono ancora vivo!
Vedo che molti lettori tendono a distinguere la prima e la seconda parte del libro. È vero, la prima parte è potentissima. Il prigioniero sembra un personaggio dostoeskiano, a tratti, ma è un Dostoevskij che odora di birra stout, con un’ironia assolutamente working class che mancava al gentiluomo russo. La seconda parte, quella americana, dove il protagonista racconta come ha rubato sette milioni di dollari, è stata criticata nelle recensioni perché presenterebbe delle lacune, ci sono cose che non sono spiegate, omissioni, etc etc. Ma del resto: che doveva fare, il buon vecchio Sam? Il territorio è sensibile e non poteva dire tutto, o avrebbe pestato qualche merda. Si sarà appellato al Quinto Emendamento.

Simone Giusti, Cambio verso. La poesia che ci serve a sopportare l’Italia, Effequ, 2016, pp.222, euro 14.

Va snocciolato come un rosario laico, stazione dopo stazione, capitolo dopo capitolo, questo libro di Giusti che in una forma narrativa ibrida, tra saggio, autobiografia e critica testuale, prova a fornirci un farmaco poetico per sopportare l’Italia. Per demolire a colpi di versi poetici il razzismo, la xenofobia, la cattiva musica, i frame reazionari che incorniciano i discorsi del senso comune degli italiani. Compito ingrato: il paese non si sopporta più. A partire da Kansas Ciy in avanti, la Grosseto bianciardiana un tempo aperta al vento e ai forestieri e oggi esposta ai miasmi malarici delle passioni tristi dei nostri giorni. Ma sarà l’effetto placebo, sarà l’effettivo impatto antifiammatorio delle pagine di Giusti: dopo questa lettura, che per me è stata compulsiva, si respira meglio. E di questi tempi è già tanto…

Beppe Ciarallo, Le spade non bastano mai, Paginauno, 2016, pp. 203, euro 13

Nei racconti di Ciarallo c’è il rock, ci sono i fumetti, gli anni settanta, il maoismo, c’è Milano, c’è l’ironia. Sono tante le spade che il Samurai Ciarallo pianta davanti ai piedi del lettore, ma quella forse più affilata, o almeno quella che mi ha fatto sanguinare di più, è la lama dedicata alla memoria del padre operaio nel superlativo racconto Eqquessaè.

Oswaldo Reynoso, Gli innocenti, Sur, 2016, pp.75, euro 8, traduzione di Federica Niola

Uscito nel 1961, Gli Innocenti raccoglie una serie di di racconti che descrivono le giornate di un gruppo di ragazzi di vita a Lima. Scrittura funambolica, voci grezze, identità sessuali molteplici, adolescenze in bilico tra la criminalità e il piagnisteo. Un libro che fu accolto, come meritava, con sorpresa e sconcerto e che cinquant’anni dopo sembra ancora vergine.

Alejandro Zambra, Risposta multipla, Sur, 2016, pp 106, euro 12, traduzione di Maria Nicola.

Il libro di Alejandro Zamba è:
_Un oggetto narrativo non identificato
_Un cadavere squisito narrativizzato
_Ars combinatoria cibernetico-enigmatizzata
_Narrativa per candidati seriali a test di valutazione professionale
_O Calvino, te tu ‘un lo sai icché ti se’ perso.

Andrés Neuman, Le cose che non facciamo, Sur, 2016, pp. 152, euro 15, traduzione di Silvia Sichel.

Obbligati da una scena editoriale, qual è quella italiana, che secerne continuamente romanzi lunghi, è un piacere vedere che Sur continua a tradurre due formule che in America Latina hanno una lunga storia, ovvero il racconto lungo e la raccolta di racconti. Ed è proprio una raccolta di brevi, fulminanti, ironici racconti, argentinamente avvolti in una spirale di psicoanalisi da ceto medio depresso, quella che Andrés Neuman ci propone. Alcuni racconti sono buoni, altri sono eccellenti. In particolare stupiscono quelli che hanno come proprio tema principale la morte, la violenza, la famiglia e l’amore. Forse un po’ più deboli quelli di contesto letterario, incalzati però da tre ottimi dodecaloghi di brevi norme per la scrittura di fiction breve, che sono già dei micro racconti. Uno è di due sole parole: “Correggere: ridurre”. Funziona, lo dico per mestiere. Ne colgo un altro: dato che le segnalazioni editoriali sono in realtà, almeno per come le intendo io, una forma di racconto, ci sono recensioni che, plagiando Neuman, meriterebbero di finire con un punto e virgola;


Alberto Prunetti (Piombino, 1973) ha pubblicato Amianto, una storia operaia e PCSP (Piccola Controstoria Popolare), entrambi con Alegre Edizioni. Traduttore e lavoratore culturale freelance, scrive su Letteraria, Giap, Il Lavoro culturale, Il Manifesto, Repubblica Firenze e altre testate.

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