L’epoca del diorama. Marco Magurno e il romanzo visuale

Giovanni Bitetto

Nelle notti estive la luce dello schermo attira le zanzare, le schiaccio con il pollice e accedo a un sito di streaming dal layout variopinto, clicco sull’episodio numero mille dell’ennesima serie tv, le cuffie sono invase da una voce squillante, recita: «Scopri come guadagnare 6825 euro in un minuto», una faccia sorridente si allarga fino a coincidere con il monitor. Ho perso il controllo, ho paura, chiudo la cascata di finestre. Sulla scrivania c’è un libro, lo apro e leggo questo brano: «Invece di tendere a diventare una gigantesca biblioteca di Alessandria, il mondo è diventato un computer, un cervello elettronico molto simile a quello di un racconto di fantascienza per bambini. E mentre i sensi vanno fuori da noi, il Grande Fratello entra in noi. Così, se non riusciamo a renderci conto di questa dinamica, ci ritroveremo improvvisamente in una fase di terrori panici, assolutamente appropriata a un piccolo mondo di tamburi tribali, interdipendenza e coesistenza imposta dall’alto.

Sono parole di Marshall McLuhan. Benvenuti nel Diorama.

La fine della Storia è una tesi superata, per Marco Magurno – artista visuale pistoiese – si tratta di compiere una torsione fondamentale: la Storia accade in ogni momento. Tale ubiquità annichilisce la distanza geografica e temporale, nel presente si ricapitola l’intero universo umano, da questa dinamica è generato l’immaginario. Prenderne in considerazione la produzione significa occuparsi delle nuove tecnologie, dell’intersezione fra reale e digitale in cui sfumano i confini e la proiezione si sovrappone al dato. Magurno lo chiama “Supermondo”, in esso vige la legge dell’entropia, per cartografarlo bisogna lasciare scorrere le immagini, addentrarsi in un percorso di finzione, un romanzo in cui l’artificio del mezzo ne restituisce il senso.

L’uomo è produttore del proprio immaginario, per ogni epoca fabbrica convinzioni, dogmi condivisi, estetiche che racchiudono i valori fondamentali della società. All’altezza del nostro sviluppo storico la cultura si è fatta sedimento, ha raggiunto una massa tale da diventare sostanza umana al pari della materia organica, la tecnologia è la cassa di risonanza, la protesi suprema in cui il desiderio si trasforma in forza motrice. Il sogno che abbiamo sognato ha assunto dimensioni titaniche, adesso sono i sognatori a fluttuare come ologrammi. Nel brodo di coltura del Supermondo la dialettica del desiderio genera l’individuo senza che si arrivi al momento della sintesi, il movimento non può essere univoco perché nel simbolico permane la traccia fantasmatica, il linguaggio svuotato di senso o caricato di un significato sfuggente. L’immaginario odierno è la moltiplicazione di tutti gli immaginari, si alimenta con l’autocombustione del linguaggio. Così accade che il Pacciani appaia come l’ultimo degli stilnovisti, Andreotti e Kafka siano stati separati alla nascita, Padre Pio proliferi come icona di una religiosità da sagra paesana, le citazioni sbagliate distillino saggezza epigrammatica e i Carabinieri cataloghino senza ironia un mondo di oggetti deperibili.

ceri

Magurno raccoglie i reperti visuali con l’ascetismo dell’entomologo, in filigrana si intravedono gli accenti di un Delillo dalla lingua mozzata. La pubblicazione è stata caldeggiata da Giuseppe Genna, in effetti vi sono riflessioni che convergono nella stessa direzione. Da anni lo scrittore milanese tenta di sismografare le metamorfosi della percezione umana, lo fa descrivendo gli effetti del processo storico sulla propria biografia (anch’essa debitamente mistificata), oppure ripercorrendo quel parossismo di razionalità che è stato il sogno hitleriano. Nel romanzo più recente, La vita umana sul pianeta Terra, che tratta la strage di Utoya, il male non è più attributo morale, ma semplice vuoto cognitivo, assenza e cambiamento permanente. Anders Breivik incarna una rivoluzione che è soprattutto biologica: il sovraccarico di ragioni, simbolismi e filosofie contrastanti esposte nel suo mastodontico memoriale portano alla saturazione del senso e dunque predispongono la mancanza, è qui che si opera la torsione cognitiva. L’artificio culturale che ci riveste come seconda (terza? Quarta?) natura raggiunge il grado zero di una nuova specie che non contempla il residuo umano, né tantomeno il dispositivo retorico dello scrupolo morale.

 Allo stesso modo la nuova umanità osservata da Magurno ha il volto glabro di Barbie e Ken in carne e ossa e silicone, è il riflesso di corpi e membra scomposte nel glitch di una foto geolocalizzata, sfiora la teologia grazie al desiderio di immortalità stampato sul volto benigno e inumano di Silvio Berlusconi. Twin Peaks si accoppia a Luther Blisset, Annamaria Franzoni diventa la Pizia della modernità, la visione del latex risulta più erotica di qualsiasi film porno, Van Gogh dipinge Chuck Norris e Gasparri galleggia nello spazio: questo è il Diorama. «Contemporaneo è colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo» afferma Magurno citando Giorgo Agamben, occorre dunque distanziarsi dal proprio tempo per far sì che appaia un senso, non nel disegno complessivo, ma nella prospettiva da cui si guarda.


Giovanni Bitetto nasce ad Andria nel 1992. Attualmente risiede a Bologna, città in cui studia Italianistica. Da sempre appassionato di musica e letteratura, ha scritto per varie fanzine e blog. Collabora con la rivista online di arti indipendenti Rivista!Unaspecie. Ha fatto parte di diverse antologie di racconti patrocinate dal collettivo Wu Ming. Ha pubblicato racconti su Nazione Indiana. Nel tempo libero mangia gelati, guarda match di wrestling e ascolta noise.

One Comment Add yours

  1. cristinadipietro ha detto:

    Mi inchino di fronte al genio e mi complimento con il recensore.

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