Vendicare l’assenza: sulla scrittura spietata di Annie Ernaux

– Camilla Marchisotti –

84044605_o

In Mi chiamo Lucy Barton, l’ultimo romanzo di Elizabeth Strout, l’amico Jeremy dice alla protagonista Lucy che per fare la scrittrice avrebbe dovuto essere «spietata». È un consiglio che Jeremy dà a Lucy e che la Strout dà a se stessa.
Potrebbe sembrare strano iniziare a parlare di Annie Ernaux servendosi di un libro non suo, ma l’autrice francese rientra di diritto nella categoria degli scrittori spietati, e come nel caso della Strout e del suo alter ego di inchiostro Lucy, non si sa mai dove finisca la Annie in carne ed ossa e dove inizi il suo io-personaggio.

Essere spietati, nel linguaggio comune, significa semplicemente essere privi di pietà. Ma in letteratura il termine acquista forse un’ulteriore accezione. Scrivere spietatamente: non censurarsi, saper scrivere ‘le cose cattive’, certo, ma anche avere il coraggio di farlo con parole semplici, e utilizzandone il meno possibile. Dare l’attenzione e la rilevanza che meritano ai nostri piccoli libri spietati di oggi è un buon modo di consolarci per la morte dei grandi romanzi-cattedrale di ieri. Non è un caso che i nostri migliori scrittori spietati contemporanei scrivano romanzi agili, brevi e asciutti, e siano spesso donne. Forse questo ha qualcosa a che fare con l’annosa questione della «stanza tutta per sé» di Virginia Woolf, e con il fatto che – ancora oggi, pur essendo la situazione indubitabilmente migliorata – alla donna scrittrice tocca ricoprire contemporaneamente moltissimi altri ruoli. La scrittura di una donna è un miracolo che avviene ‘en reserve’, nel mezzo del tempo rubato e sottratto ad altre numerose incombenze. Penso a Natalia Ginzburg, figlia, madre, editor di Einaudi e poi anche parlamentare, che non ha mai scritto mattoni di settecento pagine e che era solita mettere in bocca ai suoi personaggi le affermazioni più tremende, fatte con la naturalezza di considerazioni sul tempo atmosferico (in Caro Michele, ma è un esempio tra molti, fa dire ad Adriana a proposito del suo rapporto con l’ex marito: «Non c’è niente di peggio che la timidezza, tra due persone che si sono detestate»).
Natalia Ginzburg come Annie Ernaux, quindi? Piano, e con le abissali, dovute differenze – di stile, non di qualità – , ma è certo che la francese le fa buona compagnia, nella categoria degli scrittori spietati. Nell’ultimo periodo si è parlato molto di lei, tra recensioni, acclamazioni, premi letterari: forse sono state spese fin troppe parole nel tentativo di spiegarla (o pubblicizzarla?), considerato che l’intera sua opera può essere invece vista come un’applicazione in letteratura della teoria del rasoio di Occam: «E’ inutile fare con più ciò che si può fare con meno».

Ernaux possiede, oltre alla spietatezza di forma e di contenuto, un’altra caratteristica: quella di arrivare in ritardo. Nata nel 1940, esordisce nel 1974. A trentaquattro anni non si è certo vecchi, ma neanche si rientra tra il novero di quegli enfants prodige che sfornano i propri capolavori sul limitare dell’adolescenza. I suoi romanzi più belli, pubblicati e tradotti in Italia da L’Orma editore, sono romanzi della maturità: Il posto (1983), Gli Anni (2008), L’altra figlia (2011).
‘Arrivare dopo’ per Annie Ernaux vuol dire tante cose. Prima di tutto, arriva dopo nel metodo, nel modo che ha di lavorare. Gli Anni è un progetto che aveva in cantiere e che accarezzava da quando, ventenne, studiava all’Università. Ernaux nei suoi libri si sporca le mani con materiale che è in gran parte autobiografico: tiene da sempre (da quando ha imparato a scrivere, mi piace immaginare) un diario. È da quelle annotazioni lunghe, lievitate e giornaliere, che tira fuori i suoi libri – al momento giusto. Se il momento della riflessione è lungo (spesso un intero pezzo di vita), quello della scrittura è fulmineo. Ernaux è maestra di pazienza e di scrematura, è un’autrice che non ha fretta, è una grande scrittrice perché sa aspettare. Scrivere per lei è «scendere a ogni libro dentro ciò che non conoscevo in anticipo», scavare, in un’operazione di archeologia dell’anima, dopo averle lasciato il tempo di sedimentare. «Gli interrogativi ritardati, intimi o collettivi che siano, rivelano solo che era impossibile porsi prima quella stessa domanda». Si sa che chi arriva alle feste in ritardo ha la certezza di farsi notare, e lei si presenta sempre impeccabile e ben vestita.

Arrivare dopo è dunque una questione di tempi, cronologica: ne Gli Anni – un tentativo di narrazione della storia collettiva dal secondo dopoguerra ad oggi attraverso una memoria che è anche individuale e autobiografica – lo sguardo a posteriori è in qualche modo obbligato. Il racconto della Storia (con la S maiuscola che avrebbe utilizzato Elsa Morante) – quella dei fatti, dei grandi eventi spartiacque, dei cambiamenti e delle idee – arriva necessariamente e fisiologicamente dopo il suo svolgimento.

Ma non si tratta solo di tempo. Arrivare dopo significa anche arrivare dopo la morte. Il posto è il racconto dell’incomprensione tra Ernaux e suo padre; la distanza tra loro è emotiva, linguistica, di classe (lui povero contadino francese, poi operaio, poi negoziante, lei la figlia «che ha studiato», la privilegiata che entra in un mondo altro e più alto, professoressa, scrittrice, borghese, femminista). Tra di loro, più nessuna possibilità di parola – un nodo gravissimo, insanabile, se si pensa che Ernaux ci ha abituati a frasi-coltello come: «La realtà è una questione di parole». La scrittura, il chiarimento a se stessi di questo rapporto che è tradimento, il coraggio di raccontarselo e riportarlo alla memoria per sviscerarlo, arrivano solamente dopo la morte del padre. L’altra figlia, il romanzo più breve e spietato dei tre che per ora possiamo leggere in italiano, è scritto sotto forma di finta lettera alla sorella, morta a sei anni per una epidemia di difterite, che lei non ha mai conosciuto e di cui non sapeva nulla fino ai dodici anni. Ha scoperto dell’esistenza di Ginette origliando una conversazione della madre con una sua cliente. Poi non ne hanno mai più parlato.

Annie Ernaux arriva dopo la morte, che non è nient’altro che la versione più assoluta di un’assenza. Ed è proprio l’assenza lo spazio fertile da cui – finalmente libera di dire e di muoversi – nasce la sua scrittura. L’assenza, in L’altra figlia, è particolarmente pervasiva, quasi ostacolante, non a caso l’autrice sceglie l’espediente narrativo della lettera, che è il genere principe nella comunicazione con l’assente, con chi non c’è. Sarebbe interessante contare tutte le volte che il termine compare nelle sue ottantuno pagine. Facciamo qui solo qualche esempio:

«E naturalmente devi essermi gironzolata attorno, mi avrai circondato con la tua assenza nel rumore ovattato che avviluppa i primi anni dopo la venuta al mondo».
«Scriverti non è altro che fare il giro della tua assenza. Descrivere l’eredità di assenza».
«Non vivevo nel loro dolore, vivevo nella tua assenza».

Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes è uno di quei libri-miniera che non si finisce mai di leggere e che continuamente rivive di una frequentazione assidua e diversa. Mi è capitato tra le mani l’altro giorno, subito dopo aver letto i tre romanzi di Ernaux. Alla voce Assenza, Barthes dice:

«All’assente, io faccio continuamente il discorso della sua assenza; situazione che è tutto sommato strana; l’altro è assente come referente e presente come allocutore. […] Il linguaggio nasce dall’assenza. […] Manipolare l’assenza significa far durare questo momento, ritardare il più lungo possibile l’istante in cui l’altro potrebbe, dall’assenza, piombare bruscamente nella morte».

Verrebbe quasi spontaneo chiudere un occhio, allargare il raggio, tirare una riga e togliere «amoroso» dal titolo per lasciare Frammenti di un discorso, e basta. Il discorso, inteso come racconto e letteratura, in Occidente affonda le sue radici proprio nell’assenza. C’è un sonetto di Petrarca, il numero 100, in cui Francesco parla di Laura vedendola alla finestra. Nel componimento, oltre alla finestra «piena di Laura», che gli permette la sua rappresentazione e descrizione, Petrarca parla anche di una finestra vuota, in cui non c’è niente. Ne Gli occhi e le chiome, una lettura psicanalitica del Canzoniere, Stefano Agosti si chiede perché il poeta l’abbia inserita nel sonetto, concludendo che è proprio quel vuoto assoluto che rende possibile – come una sorta di reazione a catena – il molteplice racconto di Laura come finzione della sua presenza. Petrarca scrive nel 1300, Ernaux nel 2000: difficile immaginare qualcosa di più lontano. Eppure anche l’autrice francese si apre al lusso della scrittura quando le finestre della sua vita si svuotano di padri, di madri, di sorelle, avendo finalmente lo spazio, la libertà e spesso la crudeltà di raccontarli.

Ernaux sente il dramma di essere ‘l’altra’, la sostituta di quella ‘più buona’, come ha sentito dire a sua madre: è viva perché Ginette è morta, i genitori non avrebbero mai potuto permettersi di sostenere economicamente due figlie. Ma c’è dell’altro. C’è una frase fortissima, una lama, in L’altra figlia, in cui riferendosi alla sorella arriva a dire: «Io non scrivo perché tu sei morta. Tu sei morta perché io possa scrivere, fa una grande differenza».

Vita e scrittura: non si sa mai, con Annie Ernaux, dove inizia una e finisce l’altra. E ancora prima di iniziare a scrivere L’altra figlia, è nella letteratura che trova la vita della sorella («So già che ci sei nelle pagine di Jane Eyre»). «Da bambina – è lì l’origine della scrittura? – credevo sempre di essere il doppio di un’altra, una che vive altrove. Di non stare davvero vivendo per davvero, ma che la mia vita fosse la scrittura, la finzione dell’altra».

Certo, la Ernaux procede per piccole conquiste e grandi dubbi, su questa possibilità della scrittura non sempre confida, non sempre è sicura:

«Ho l’impressione di non avere una lingua per dirti, per dire di te, di non sapere parlare di te se non attraverso la negazione, in un perpetuo non-essere. Sei fuori dal linguaggio dei sentimenti e delle emozioni. Sei l’anti-linguaggio […]. Sei una forma vuota che è impossibile riempire di scrittura».

Ma gradualmente ribalta tutto e con la scrittura riafferma la vita dopo la morte:

«Forse ho voluto saldare un debito immaginario dandoti a mia volta l’esistenza che la tua morte mi ha dato»; «Non è forse una forma di tua resurrezione libera da ogni legame di corpo e di sangue quella che cerco attraverso questa lettera?».

Si direbbe che il suo obiettivo sia non solamente dire con le parole che qualcosa rimane, ma chiudercelo dentro, in libri-forzieri che conservano la storia di una donna e le storie di una società. Il proposito della Ernaux non è mai umile: ridare la parola a chi non l’ha avuta, la vita a chi l’ha persa. E questo lavoro di salvezza, di difficile ma amorosa raccolta dei detriti, non lo mette in atto solo nel suo piccolo universo privato, ma anche quando guarda fuori. L’incipit de Gli Anni, opera aperta sul mondo, è quasi apocalittico: «Tutte le immagini scompariranno». Partendo da una presunta impossibilità di conservare, nel lungo periodo, una pur flebile memoria, si fa raccoglitrice di immagini che portano i segni del tempo (fotografie in bianco e nero di lei bambina, video di lei donna, madre, moglie): le descrive, le racconta per salvarle.

In lei spesso convivono discorso letterario e meta-letterario: ci aggiorna della sua scrittura in corso d’opera interrompendo la narrazione, ci dice della fatica, degli intenti, delle tecniche con cui raggiungerli – come quando ne Gli Anni giustifica al lettore l’utilizzo della seconda persona plurale «Noi» e della terza singolare «Lei», dietro la quale si nasconde per guadagnare in impersonalità; ci spiega perché scrive così. Per questo motivo, analizzando i suoi modi di procedere possiamo capire molto della sua poetica sottostante, delle sue intenzioni. Annie Ernaux usa le immagini, le fotografie, che diventano strumento per scandire la sua narrazione asciutta. Lo fa perché le immagini sono – assieme con la scrittura – ciò che ci ricorda di quello che non c’è più. Lo fa con Gli Anni, in cui impiega 250 pagine per tentare di negare, di addolcire quell’incipit così severo, lo fa con Il posto, ma anche con L’altra figlia, dove addirittura inserisce delle fotografie stampate all’interno del libro. Di sua sorella dice: «Non ho nulla per farti esistere al di fuori dell’immagine irrigidita di qualche fotografia». Presa dallo sconforto di non poter dire, afferma che i racconti che riguardano Ginette sono rimasti «senza immagini e senza parole». Nel dubbio del loro essere bastevoli, equipara verso uno stesso fine le due armi dell’immagine e della parola, eleggendole a pur traballanti soluzioni contro l’oblio.

L’opera di Annie Ernaux è un continuo rovistare tra le macerie personali e collettive dopo il terremoto del tempo, per mettere in salvo qualcosa che possa parlare di lei e che possa parlare di tutti. La letteratura di Ernaux si muove su un terreno simile a quello di un fondale marino, ma è molto più di uno splendido relitto, è uno specchio in cui – se guardiamo bene – possiamo intravedere noi stessi, come singoli individui e come gruppo.


Camilla Marchisotti, classe 1993, cresciuta tra Torino, Ivrea e Aosta, studia Lettere Moderne all’Alma Mater Studiorum di Bologna.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...