Solo andata

33. L’argomento della scelta e la tesi della liquidità

– Fred Cavermed –

Golnaz Afraz, Où on va?, 2014

Quando gli italiani che vivono all’estero parlano della loro esperienza sottolineano spesso il fatto che difficilmente possono definirsi “emigrati” e l’argomento principale che apportano risiede nel fatto che loro, a differenza dei vecchi emigrati italiani partiti con una valigia di cartone, hanno scelto di partire. In questa visione delle cose, chi è partito negli ultimi quindici anni ha quindi preso la libera decisione di andare a vivere altrove, mosso dalla curiosità, dallo spirito di avventura, dalla voglia di scoprire altri luoghi in un mondo globalizzato, non accontentandosi quindi di una realtà italiana a volte un po’ stretta. Le ragioni della propria partenza sono quindi spiegate attraverso quello che potremmo chiamare “l’argomento della scelta”.

Il libro della giornalista Claudia Cucchiarato Vivo altrove. Giovani e senza radici: gli emigranti italiani di oggi (Bruno Mondadori, 2010) fa suo questo argomento. Il volume racchiude le testimonianze di moltissimi italiani che negli anni 2000 sono andati a vivere altrove in Europa e nel mondo, ma principalmente a Barcellona, Berlino, Londra, Parigi. È un testo ricco di storie, che permette di avere delle informazioni di prima mano su questo fenomeno di emigrazione italiana, ma che non esamina in maniera critica i discorsi delle persone intervistate. L’argomento della scelta è, quindi, derivato dalle interviste realizzate e accolto senza remore dall’autrice. Vorrei ora provare a farne una critica, non limitandomi però alla critica dell’argomento stesso, ma sviscerando soprattutto la visione ideologica che lo sottende.

L’argomento della scelta: il caso di Davide

Nell’introduzione del libro, intitolata “Mappa”, la Cucchiarato scrive:

Questo libro parla di loro. Di giovani italiani in viaggio, con una mappa in tasca. Non di cervelli in fuga. Non solo e non necessariamente. Parla di persone, spesso laureate, che prendono un volo low-cost, una nave o un treno e oltrepassano i confini del nostro paese con poche cose nello zaino e molte aspettative in testa. Non hanno la valigia di cartone, sono ben diversi dai protagonisti del “grande esodo” a cavallo tra Ottocento e Novecento, e non vedono l’espatrio come un obbligo. È una scelta. Scelgono coscientemente, puntando il dito sulla cartina, di andare altrove.

È un’ottima sintesi dell’argomento della scelta. A partire da alcune realtà (la possibilità di spostarsi facilmente in un altro paese europeo grazie a dei mezzi di trasporto poco costosi, il fatto che ogni spostamento non è definitivo, una differenza palese con la vecchia emigrazione…) si mette l’accento sulla libertà di movimento del migrante italiano, sul carattere avventuroso e mobile della sua traiettoria. La nuova emigrazione italiana è presentata dalla Cucchiarato con i caratteri di una mobilità che si effettua in uno spazio fluido, dai tempi e i confini non ben definiti: si parte ma non si sa bene per quanto tempo, un arrivo non è mai definitivo. Questa rappresentazione, che in parte non è falsa, serve però a sottolineare soprattutto che l’elemento dell’obbligo, della necessità è assente dall’emigrazione italiana attuale. Secondo il ragionamento della Cucchiarato, se non c’è obbligo, c’è necessariamente una scelta: l’emigrante italiano di oggi deciderebbe di partire liberamente in un mondo libero.

È senz’altro giusto e necessario che il giovane emigrante italiano concepisca la sua partenza come una libera scelta e non come un’imposizione. Dirci che abbiamo scelto di partire ci permette di sentirci in effetti autori della nostra traiettoria e fautori del nostro destino, e non degli automi che sottostanno alle leggi sociali.

Questa rappresentazione del fenomeno, tuttavia, tende a lasciare in ombra le condizioni concrete in cui questa mobilità si realizza e che si rivelano, in realtà, determinanti. Se gli italiani oggi possono partire così “facilmente” è perché c’è lo spazio Schengen; se si parte dall’Italia è perché la disoccupazione è galoppante anche nei settori lavorativi più qualificati; se a partire sono soprattutto i più qualificati è perché loro hanno più mezzi per farlo; se ogni partenza non è mai definitiva è perché la precarietà è generalizzata in Europa e quando si arriva in un paese di cui non si conosce bene la lingua è difficile ottenere una situazione economica sicura. Insomma, relativizzato in questo modo, l’argomento della scelta si rivela poco pertinente per capire come gli italiani emigrano oggi: se si sceglie di partire (per non tornare) è perché ci sono delle condizioni sociali e una realtà che ci portano a farlo. Inoltre, a seconda delle proprie condizioni sociali, ognuno vive la propria emigrazione in modo diverso.

L’argomento della scelta va di pari, spesso, con una visione particolare della realtà e delle nostre vite: la realtà non sarebbe costituita da delle strutture sociali che in qualche modo inglobano i nostri percorsi, ma sarebbe un insieme liquido, variegato e sfumato nel quale l’individuo si dimena, in modo altrettanto indefinito e liquido. Questa ideologia è illustrata in uno dei capitoli del libro Vivo altrove, intitolato “La fine delle grandi meta-narrazioni e l’arte di arrangiarsi” e interamente dedicato a Davide, un drammaturgo e dottore in drammaturgia che vede una corrispondenza tra il proprio argomento di tesi (la crisi del dramma contemporaneo, la fine delle grandi meta-narrazioni) e la propria esperienza di emigrante. Anche se Davide non rivendica in modo netto la sua scelta, il suo discorso fornisce i fondamenti teorici (e colti) all’argomento della scelta. In questo capitolo la Cucchiarato interviene molto poco e la gran parte del capitolo è occupata dalla testimonianza diretta di Davide, la cui analisi è molto utile per fornire una critica più approfondita dell’argomento della scelta.

Lui è milanese, sua madre è ricercatrice universitaria a Milano, mentre non abbiamo notizie sul lavoro del padre. Sin dagli anni del liceo, Davide scopre la sua passione per il teatro, tant’è che pochi anni dopo fonda un’associazione culturale con degli amici. All’università studia Scienze della comunicazione, mentre si dedica a vari progetti teatrali. Viste le informazioni fornite da Cucchiarato, Davide sembra far parte di una classe sociale media (non ricca, ma benestante) con un alto livello di istruzione e colta e che vive in una grande città europea. In questo contesto, scopre la sua passione per il mondo del teatro.

Davide è andato a Barcellona nel 2005, con un programma Erasmus, e vi è poi rimasto grazie ad una borsa di studio per perfezionamento all’estero dell’Università di Milano. Ne ha quindi approfittato per iscriversi in dottorato di Artes Escèniques presso la Universitat Autònoma catalana. Questa esperienza, però, si è conclusa nel 2008, quando Davide si è trasferito a Berlino.

Una liquidità che lascia emergere le strutture

Per spiegare il suo percorso e le ragioni che lo animano, Davide fa ricorso ad alcuni degli autori sui quali lavora (come Lyotard e soprattutto Bauman). Davide si vede come un’espressione del dramma contemporaneo, si considera cioè incapace «di costruire un personaggio coerente e una storia coerente legata a esso.» In questa autorappresentazione, il suo percorso non è costituito da una linea retta, con un inizio, uno svolgimento e una fine; al contrario, non ci sono più riferimenti fissi, e il suo percorso è mobile, mutevole, fatto di diversi inizi, di progetti in costante svolgimento, ma senza mai una fine. Questa visione di sé, basata sulla teoria teatrale contemporanea e sul post-strutturalismo, spiegherebbe quindi una certa irrequietudine e insofferenza di Davide nei confronti della Milano in cui è cresciuto, dell’educazione ricevuta (che ritiene inadeguata), dell’Italia dalla quale ha scelto di partire. Parlando di Davide a Barcellona e poi a Berlino, Cucchiarato scrive così:

La sua è la storia di un ragazzo inquieto che a Barcellona si è sentito a casa, molto più a suo agio di quanto si sentisse a Milano, ma che a un certo punto ha avvertito la necessità di spostarsi di nuovo, per non accontentarsi, per non sentirsi “arrivato”, per continuare a cercare la propria strada.

La paura di una fine del proprio avventuroso percorso, la voglia di non mettere mai un punto, di non dire la parola fine, di non sentirsi “arrivato” sembra essere alla base degli spostamenti di Davide. La sua migrazione sarebbe quindi mossa da questo bisogno di riaprire costantemente i giochi. È quella che Davide chiama “vita liquida”, riprendendo Bauman, una vita priva di strutture (sociali, politiche, economiche, affettive).

Da questo punto di vista, non sarebbe per ragioni strutturali (come il lavoro) che Davide è partito, bensì per la liquidità della vita stessa e per questo bisogno – individuale – di non sentirsi un individuo unico e finito, ma in qualche modo uno, nessuno e centomila. Eppure, quando si legge la sua testimonianza, si è stupiti dalla quantità di questioni concrete evocate e che sembrano prendere un posto importante nella sua quotidianità. Una delle prime è quella economica: Davide afferma diverse volte di vivere alla giornata e di vivere con poco, con pochissimo. Evoca i suoi conti molto spesso: quanto paga di affitto, quanto spende per mangiare, per il tabacco, quanto ha guadagnato lavorando alla Feltrinelli… Vive con poco e la sua relativa povertà di mezzi è contabilizzata: essa struttura la sua vita quotidiana.

Non è solo questa economia a strutturare la sua esistenza, ma il suo stesso percorso migratorio è definito da fattori esterni e sociali. In effetti, Davide stesso spiega che a convincerlo a partire da Milano in modo definitivo non è stato soltanto il bisogno di vedere altro, di ricerca della liquidità, ma anche e soprattutto una questione, appunto, strutturale: la carriera universitaria impossibile in Italia. Sua madre, ricercatrice, sapeva che Davide non avrebbe avuto «accesso facilmente al mondo accademico italiano», ma ciononostante lui non ha abbandonato la sua passione e ha cercato comunque un dottorato in quel campo. Però, dice Davide:

«Il dottorato in teatro dell’Univiersità di Milano non era orientato a quello che mi interessava maggiormente, e tutto sommato preferivo non rimanere legato solo al mondo accademico italiano, per le poche opportunità che offre. Invece il dottorato di Barcellona mi piaceva, perché centrato sulla drammaturgia, l’estetica, e la teoria del teatro. A Milano c’era solo un indirizzo in Storia del teatro, senza nemmeno una borsa di studio. E poi in Spagna potevo fare la mia ricerca e lavorare ai miei progetti, senza essere obbligato a fare lezioni, seguire il mio professore o gli studenti: sarei stato più libero.»

Giovane universitario colto e appassionato di teatro, ha lasciato l’Italia perché l’università non gli ha dato la possibilità di fare il lavoro che desiderava, nel modo che desiderava. Andando a Barcellona, Davide ha trovato invece delle migliori condizioni (economiche e professionali) per sviluppare i propri progetti, nonché una forma di riconoscimento per le sue capacità di teorico del teatro e regista. Si possono avere ragioni più strutturali di queste par partire?

Altrettanto poco liquida, bensì strutturalissima, è stata la sua seconda migrazione, quella da Barcellona a Berlino. Dovuta, secondo Davide, alla «deriva del soggetto» che «l’assenza di un progetto definito rischia di provocare», la partenza da Barcellona sarebbe un’altra dimostrazione del fatto che la realtà è ormai rizomatica e priva di una struttura fissa (Deleuze). Ma capiamo dalle sue parole che, nella capitale catalana, la situazione professionale in fin dei conti stagnava. Berlino aveva intanto sviluppato una rete culturale forte ed era in grande espansione: Davide, come molti altri italiani, ha raggiunto la capitale tedesca. In seguito, per convincere Davide a restare a Berlino nonostante dei primi mesi difficili «è stato decisivo il fatto di aver ottenuto risultati professionali soddisfacenti»: Davide ha vinto un premio per un suo testo teatrale nel più importante festival del teatro tedesco. Questo premio, ottenuto nel 2009, ha dato

a Davide tranquillità dal punto di vista economico e, soprattutto, gli ha fatto pensare che gli conveniva rimanere in Germania, imparare il tedesco, entrare nel circuito teatrale… […] in Germania si investono molti più soldi per il sostegno alla produzione culturale.

Di fronte alla possibilità di poter realizzare i propri progetti in buone condizioni di vita e di lavoro, Davide ha scelto di restare a Berlino. La struttura di uno Stato più ricco e che investe in cultura deve aver vinto contro la liquidità della sua vita precedente…

Quale narrazione per la nuova emigrazione italiana?

Liquidità o struttura, come interpretare le dinamiche migratorie di Davide che vede il suo percorso come liquido, ma in realtà evoca molti elementi strutturali per spiegare le ragioni della sua migrazione. Come fa a coniugare i diversi elementi del suo discorso?
Davide vede sé stesso e i suoi coetanei come dei «piccoli Ulisse» in continua metamorfosi che hanno paura di scoprirsi stabili e che, pertanto, ricostruiscono un punto zero prima di arrivare alla meta prefissata. E, dice lui, questa paura

probabilmente viene dal modello di società in cui stiamo vivendo. La realtà italiana oltretutto ci dà ragione: sappiamo che non valeva la pena rimanere lì, perché nella stragrande maggioranza dei casi, soprattutto nel mio settore, finiamo per occuparci di cose che non ci interessano e non troviamo un lavoro adeguato al percorso di studi fatto.

Questa citazione spiega da dove viene questa paura della stabilità: dalla realtà, precaria, in cui viviamo. In effetti, la rappresentazione della propria vita come “vita liquida” è in stretto legame con la situazione italiana, che non permette ai giovani laureati di emanciparsi dal bisogno economico, di trovare un lavoro soddisfacente e all’altezza delle proprie ambizioni. La realtà italiana, quindi, è in qualche modo la causa sociale di quella che Davide chiama “liquidità” e che potremmo chiamare con il suo vero nome: precarietà. La liquidità è l’autorappresentazione, tinta di filosofia, che Davide produce per la sua vita, per il suo racconto di vita. È una narrazione della sua vita: ridipinge la sua precarietà come liquidità. Perché lo fa? Forse perché dire a sé stessi che si vive in un mondo liquido è più tollerabile di confessarsi che si vive in un mondo difficile?

Il discorso di Davide è quindi ambiguo: l’argomento della liquidità della vita, della scelta di una vita senza strutture fisse, serve a dire che in effetti si vive in modo instabile, ma che questa instabilità non è subita, bensì scelta come filosofia di vita. La tesi della liquidità suona così come la giustificazione dell’instabilità in cui ci si trova. Così, la povertà economica di Davide non è definita come tale, cioè povertà, ma è vista da lui come «un’esperienza utile», che gli ha permesso di capire che a Milano si spende più del necessario e che si può sopravvivere con poco (senza però fare una vera critica del consumismo). L’instabilità del lavoro, il precariato imposto non è più tale, ma è paradossalmente rivendicato da Davide come elemento di un cambiamento radicale del mondo in cui vive e un elemento di libertà (senza però fare una critica vera e propria della condizione salariale): «Il tipo di lavoro che sto tentando di fare è flessibile per definizione.» La mancanza di un futuro certo diventa paura della certezza:

Non c’è più la garanzia del posto fisso. […] In un certo senso, ho paura di avere già il futuro scritto. Ho paura dell’arrivo, cerco di evitare la fine creando un altro inizio. Il progetto continuo mi dà la soddisfazione di aver concluso qualcosa anche di minimo.

La precarietà, trasformata in liquidità, permette così di spiegare e giustificare le paure della nostra generazione: secondo questa visione, Davide non è un giovane precario alla ricerca di soddisfazioni artistiche e professionali che la società italiana ed europea gli nega, ma un giovane artista in perenne ricerca di nuovi progetti.

E se la paura dell’arrivo fosse in realtà un modo per non ammettere a sé stessi che il mondo in cui viviamo non ci permette di portare avanti dei progetti di vita o professionali dignitosamente? E se la ricerca perpetua di un nuovo inizio fosse in realtà una strategia per non doversi confrontare alla realtà di un mondo che non permette di portare a conclusione i propri progetti? E se la liquidità fosse il discorso che giustifica questa strategia? Se queste ipotesi fossero vere, l’argomento della scelta e la tesi della liquidità sarebbero delle maniere, legittime, di proteggersi e di dirsi che in un modo o nell’altro tutto va bene. Davide arriva quindi a giustificare l’instabilità della sua vita con le teorie poststrutturaliste e con una visione filosofica della vita. Crea una finzione erudita per mascherare la sua condizione precaria.

Reimparare a coniugare il pronome noi

Davide non è il solo ad applicare questo tipo di mascheramento alla condizione di povertà della nostra epoca. Egli stesso riprende in parte quel lessico neoliberista che ha realizzato uno slittamento semantico ingannevole trasformando il lavoro precario e sfruttato in flessibile e smart, il lavoro a cottimo in lavoro a progetto, il lavoro a chiamata in partite iva, il lavoro senza nessuna garanzia in cooperative, il padrone in datore di lavoro… La lista del lessico della narrazione neoliberista potrebbe essere lunga. Ma Davide non si trova dalla parte di chi elabora questo mascheramento, questo pensiero dominante: si trova dalla parte di chi lo subisce. E dovendo elaborare una narrazione di se stesso non riesce a fare a meno di riprendere la narrazione del pensiero dominante adattandola al suo percorso e alla sua cultura; quel che è più pericoloso nel suo discorso è che Davide fornisce così una versione colta di quel discorso dominante che potrebbe essere considerata in un certo senso “di sinistra”. Il fatto che persone colte come Davide – ma come molti altri giovani italiani precarizzati e colti che hanno una cultura condivisa dalla sinistra europea – cadano in questo tranello è sintomatico della forza del pensiero neoliberista.

Abbattere il paradigma della liquidità così com’è utilizzato da Davide e rifiutare l’argomento della scelta diventa la tappa essenziale di un processo di presa di coscienza delle dinamiche sociali che determinano, in gran parte, le nostre vite. Riconoscere l’esistenza di strutture – certo, al plurale – di questo tipo è essenziale per poter elaborare un discorso critico sulla nostra realtà e, quindi, sulla nuova emigrazione italiana. Nella prima stagione di Solo Andata avevo tentato di interpretare in una “storia pubblica” la mia migrazione alla luce della mia storia familiare e delle mie condizioni sociali, riconoscendo che la mia “scelta” di andare a vivere in Francia si inscriveva in realtà in un processo di ascesa sociale iniziato almeno due generazioni prima.
Riconoscere l’esistenza di strutture sociali non vuol dire cancellare l’esistenza di una realtà globalizzata e particolarmente mobile: io stesso descrivevo, sempre nella prima stagione di Solo Andata, la nuova emigrazione italiana come una fuga in avanti liquida. Ma la liquidità come base teorica dell’argomento della scelta ha il difetto di essere un’ideologia individualista: è l’individuo a godere della mobilità liquida. Mentre oggi più che mai l’imperativo è quello di leggere i fenomeni sociali in modo collettivo, di svolgere degli interrogativi in modo collettivo, di coniugare il pronome noi.


Fred Cavermed è uno pseudonimo nato a fine anni 2000. Collabora con Quattrocentoquattro, soprattutto nell’ambito del focus Solo Andata. Di tanto in tanto scrive qualche appunto sul suo blog personale Kitzsch Kebab. Chi usa questo pseudonimo è nato nel 1988 in Molise, ha studiato lettere a Roma ed a Aix-en-Provence. Oggi vive a Marsiglia, dove insegna italiano nelle scuole pubbliche.

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