La storia la fanno i vinti: su Sergente Romano di Marco Cardetta

– Giovanni Bitetto –

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E comunque il libro fu in sé già sbagliato dall’inizio: parla di una Storia sbagliata (grandi e piccole storie) non certo imputabile a me… e ogni storia è nei fatti sbagliata: il primo sbaglio fu scrivere un romanzo storico che non è così storico, visto che chi scrive si professa antistoricista, ma al contempo vero è che, ogni romanzo !è! in sé “storico”. Quindi che volete?

Con questa noterella dal sapore céliniano l’autore prende la parola per suggellare la fine della storia “sbagliata” di Pasquale Domenico Romano, ex sergente dell’esercito borbonico che nel 1861, all’alba dell’Italia unita, si trova a guidare una rivolta contro il nascente stato italiano. In Sergente Romano (LiberAria, 2016) il destino del capopopolo è quello tragico degli Spartaco e dei Masaniello, ma il suo esempio, a partire dagli eventi di Gioia del Colle, propizierà una stagione di sollevamenti che incendierà le terre del defunto Regno delle Due Sicilie.
Quando Gadda decise di raccontare la società italiana sotto il fascismo si infilò negli appartamenti di un austero palazzone di via Merulana, scavò dietro la mastodontica facciata per cercare la quotidianità e gli spernacchiamenti di una realtà composita. Così Marco Cardetta – alla sua prima prova narrativa ma già con un ricco bagaglio di studi in filosofia ed esperienze teatrali – orchestra il suo romanzo storico con l’intento di dare voce ai vinti, affrescare una vicenda dimenticata per sottrarla allo status di leggenda locale. Per farlo evoca un Meridione duro e texano, in cui le colline e le gole si susseguono con l’asperità di cocci di bottiglia in un deserto. Romano e la sua truppa si muovono fra muretti a secco e fienili, sentieri e crocicchi, piazze scalene e palazzi scrostati che fungono da potentati di paese. Tuttavia non si tratta di un Sud atavico e desolato , la puntualità di Cardetta nella ricerca storica fornisce precise coordinate spazio-temporali (Luglio 1861, la provincia di Bari fra Gioia del Colle, Acquaviva e Santeramo) e testimonia la presenza di una società civile – piena di idiosincrasie e al contempo di vitalismo – che verrà colpevolmente annientata dal nuovo corso dell’Italia sotto i Savoia.
Per Cardetta non si tratta di perorare la causa del meridionalismo ma di dare conto dei movimenti interni e delle metamorfosi di una società frammentata in un momento cruciale della storia unitaria. Nella lotta fra vecchio e nuovo, Stato e popolo, si intravede uno scontro fra ordine e caos (entrambi con le proprie ragioni) che si esplicita nella struttura narrativa: una partitura in cui ai documenti d’epoca – grida contro il brigantaggio dagli accenti manzoniani, missive che fungono da esempio della nascente burocrazia, bollettini di morti sul campo – si alternano le vicende dello scalcagnato gruppo di cui Romano diventa leader suo malgrado. La banda dei rivoltosi ha il sapore della truppa raffazzonata, implementa elementi picareschi, i volti di questi uomini sono intagliati nella stessa dura materia narrativa dei personaggi di Steinbeck, sarebbe facile scambiarli per Lennie e George di Uomini e topi.
Se puntuale è il lavoro sul contesto storico, l’autore non si dimentica della cura stilistica; dunque piega la lingua italiana al dialetto pugliese nel tentativo di ripensarne gli esiti e compiere un’operazione simile alla genìa dei narratori siciliani. Ne nasce un periodare impuro ma adatto a rendere in maniera mimetica la ricchezza sintattica e lessicale di un parlato vivo, elastico come la grammatica che si deve adattare al trauma del cambiamento storico. In effetti la trama si alimenta grazie al serrato andamento dialogico: i contadini, i braccianti, i gendarmi e i signorotti si fanno portatori del proprio credo, della funzione che svolgono in questa società al tramonto. Dai loro interventi – che spesso esondano in monologo – veniamo a conoscenza delle condizioni storiche, dello scontro sociale intestino: in maniera sommessa ma tagliente Cardetta si avvicina all’epica di Tomasi di Lampedusa. La teatralità è una qualità che negli uomini di Romano è connaturata alla vita, spetta ai movimenti scomposti della storia volgere tale peculiarità in farsa o tragedia.
Quando Carmelo Bene girò Nostra Signora dei Turchi affermò che si trattava della rappresentazione del suo Sud interiore (quel “Sud del Sud dei santi” tante volte evocato), l’impressione è che anche nella prosa di Cardetta risieda l’urgenza di esprimere la colluttazione di masse e colori che compongono un paesaggio prima visto e poi sognato, interiorizzato fino a diventare parte del proprio essere e fantasmagoria della propria mente. Ma tale bisogno si va a incistare in una forma che contempla il dato storico e la capacità di raccontare una vicenda reale, un piccolo tassello di un’epopea dimenticata che occorre riscrivere. Perché le passioni del Sergente Romano sono braci sonnecchianti che si trasmettono di generazione in generazione e quando decidono di esplodere lo fanno – come da copertina – nella forma del giglio insanguinato, nella forma della vita e della letteratura.


Giovanni Bitetto nasce ad Andria nel 1992. Attualmente risiede a Bologna, città in cui studia Italianistica. Da sempre appassionato di musica e letteratura, ha scritto per varie fanzine e blog. Collabora con la rivista online di arti indipendenti Rivista!Unaspecie. Ha fatto parte di diverse antologie di racconti patrocinate dal collettivo Wu Ming. Ha pubblicato racconti su Nazione Indiana. Nel tempo libero mangia gelati, guarda match di wrestling e ascolta noise.

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