Un Novecento piccolo piccolo

 LABORINTUS 60

Intervista a Federico Sanguineti

– Andrea Amoroso –

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In occasione del sessantesimo anniversario dall’uscita di Laborintus di Edoardo Sanguineti, Andrea Amoroso intervista il figlio Federico Sanguineti.

Tu sei il figlio di un grande personaggio dello scorso secolo: poeta, intellettuale, critico e docente di letteratura. Hai mai sentito il peso di un padre così ingombrante?

Nel 1955, quando sono nato, mio padre non era ancora laureato e viveva dando lezioni private, per cui non sono mai riuscito a fare un mito della figura paterna. Quando andavo a scuola a Torino, la maestra e la professoressa mi guardavano affettuosamente come il figlio o di uno sconosciuto o, nella migliore delle ipotesi, dell’autore di Laborintus, poesie incomprensibili, o addirittura come il figlio dell’autore di una poesia dedicata a me che comincia “ti attende il filo spinato”. Vorrei ricordare che in prima media una professoressa mi dedicò quasi un’intera mattinata, tenendomi fra le sue braccia e dicendo continuamente “povero bambino…”. Ho avuto una solidarietà straordinaria. Ma capisco che a partire dal 1963 mio padre sia stato più o meno ingombrante per tutto l’ambiente intellettuale italiano. Certo, per quello che mi riguarda, ho avuto la fortuna di comprendere presto la differenza fra come gli altri vedono la realtà e come la realtà è in effetti, o almeno ai miei occhi. Per esempio, ho vissuto tutte le difficoltà di mio padre nel fare carriera, ostacolato ripetutamente per ragioni politiche. Penso a mio padre a cui la Facoltà non rinnova la cattedra a Torino dopo la sua candidatura come indipendente nel Partito Comunista. Dall’esperienza delle difficoltà di mio padre, mi sono fatto un’idea molto realistica della vita, grazie alla quale sono fortunatamente libero da ingombri che opprimono i più, specialmente i giovani di oggi, condizionati da un tardo romanticismo televisivo. Beh, io l’apparecchio televisivo non ce l’ho in casa, mai comprata una televisione. Guardo la realtà direttamente, e senza filtri. Purtroppo, vorrei aggiungere, l’Italia è stata ed è un paese devastato storicamente da una secolare oppressione militare straniera: longobardi e franchi, Francia e Spagna, nazisti e nordamericani. Un “bordello”, come prevedeva Dante, oggetto nella migliore delle ipotesi di gran tour, eufemismo per turismo sessuale. Saba ne ha dedotto che l’Italia è un paese fratricida, incapace di fare una rivoluzione, incapace di uccidere il padre. Direi, chiosando la “scorciatoia” di Saba, che l’Italia un padre credibile non l’ha mai avuto, sostituito da surrogati come il papa o il duce, oppure, più recentemente, “papi”. Quindi mi rendo conto di vivere in un paese i cui abitanti cercano un padre disperatamente invece di superarlo freudianamente. Persino le donne in Italia, invece di un compagno, cercano un padre: quante a suo tempo hanno idolatrato Mussolini? Quante hanno votato per Berlusconi? Il padre è ingombrante per un popolo come il nostro che rimuove la propria storia. Il mio povero babbo invece, magrissimo, pelle e ossa, ingombrante per me? Non esageriamo.

1956-2016: Laborintus compie sessant’anni. Si tratta di un’opera complessa e – direi – unica nel suo genere. La poesia di Sanguineti poi cambia, anche radicalmente. Come lo trovi, com’è invecchiato? Vale anche per esso l’assunto che «ogni prodotto dell’arte, prima o poi, trova il suo preciso museo» (se non lo hai riconosciuto è tuo padre che lo scrive in Sopra l’avanguardia)?

Sì, mio padre lo conosco abbastanza, e ammetto di sapere a memoria pagine delle sue poesie, Laborintus incluso. Niva Lorenzini, mi pare, considera Laborintus un capolavoro, il capolavoro di Edoardo Sanguineti, dunque un testo d’avanguardia da antologia. L’avanguardia che diventa arte da museo, direbbe appunto mio padre. In effetti Laborintus credo sia, con ogni evidenza, il tentativo di tradurre in poesia la pittura dell’espressionismo astratto, e di rompere così con tutta la tradizione borghese del poetese pascoliano e dannunziano, insomma di chiudere una volta per tutte col fascismo poetico novecentesco. Non a torto mio padre vedeva in Lucini un anarchico precursore delle sue stesse posizioni.

Non sei un novecentista, ma vorrei chiederti lo stesso cosa ne pensi della poesia di oggi. È la dimostrazione che le avanguardie hanno fallito? Ma non è forse costitutivo delle avanguardie il fallimento?

Non sono un novecentista per scelta, proprio perché non vedo grandi cose negli ultimi cento anni. Poi sul Novecento mio padre ha scritto tantissimo e non era il caso che me ne occupassi, anche perché la sua posizione resta inattaccabile, non so se per merito suo, forse più per demerito degli altri. Se vuoi, provo a chiarire meglio: la posizione di mio padre è piuttosto coerente con il punto di vista di Walter Benjamin sull’avanguardia. Tuttavia la critica che Lukács nell’Estetica riserva a Benjamin non può essere elusa. Ma, provando a far mio il punto di vista di Lukács, quando dice che dietro la maschera del barocco si cela il teschio dell’avanguardia, la conclusione è (forse) fin troppo banale: per ragioni storico-sociali oggettive non c’è in Italia nessun poeta del Novecento all’altezza di Dante.

Come ti sei avvicinato alla letteratura, quali sono state le tue prime esperienze, quale la “folgorazione”, se c’è stata?

Alla letteratura non mi sono mai avvicinato. La letteratura si è avvicinata a me fin dall’infanzia. Non immaginavo proprio di occuparmene, avevo tutt’altri interessi. Non pensavo neppure di laurearmi. Facevo gli esami solo per amore di una ragazza con cui avevo una relazione e che ci teneva che io mi laureassi per stare insieme: io, povero me, avrei voluto fare l’attore di teatro. All’università pensavo di laurearmi con Gerratana, ma quando lo conobbi mi resi conto che era un kantiano, più che un marxista. Incontrai per caso uno studioso di Petrarca che non aveva nessuna simpatia per mio padre, e che invece volle sostenermi. Ugo Dotti aveva lavorato per anni come consulente editoriale e mi aiutò a pubblicare su riviste dove mio padre non aveva e non ha mai pubblicato (Belfagor) o con editori come Laterza, Garzanti, Rizzoli (estranei a mio padre).

Che peso ha avuto tuo padre nella scelta delle tue letture giovanili?

Nessuno. C’erano libri in casa, per cui, ad esempio, di nascosto ho letto tutte le opere di Freud a dieci anni, e Marx ed Engels giovanissimo. Tutto il teatro di Goldoni (‘Pamela nubile’ era la mia commedia preferita) e tutte le opere di Majakovskij (purtroppo in traduzione italiana) in prima media.

E le classiche letture da ragazzo, i romanzi d’avventura, i fumetti?

Beh, onnivoro, quindi anche Il pianeta degli alberi di Natale di Rodari. Quindi persino i fumetti. Ma nel 1972 esce un libro straordinario: Come leggere Paperino: ideologia e politica nel mondo di Disney. Questo, di Dorfman e Mattelart, è un capolavoro che dovrebbe essere letto, da docenti e discenti, in tutte le scuole del mondo. Gli autori dimostrano infatti, striscia per striscia, fumetto per fumetto, parola per parola, come dietro l’apparente innocenza di Disney si nasconde (e si veicola) una struttura di pensiero assolutamente perversa, antiumana e disumana.

Avete mai avuto discussioni, anche accese, su questioni di metodo critico?

A un convegno dedicato a mio padre (i cui atti sono stati pubblicati col titolo Sanguineti ideologia e linguaggio), nel 1989, a Salerno, ho fatto domanda per partecipare, sapendo che non potevano dirmi di no. Scrissi una relazione su ‘Edoardo Sanguineti dantista’. In quell’occasione presi le distanze pubblicamente dall’analogia che mio padre poneva fra Dante e Ezra Pound. Ne nacque un piccolo scandalo: ricordo la reazione indignata di Fausto Curi.

C’è stato un momento nel quale hai sentito di doverti allontanare da lui, di prendere le distanze, di ucciderlo edipicamente?

Credo ci sia spazio per tutti, per un padre come per un figlio. Freud, dicevo prima, l’ho letto da bambino. Tutte le opere di Alice Miller invece, la psicologa che ha seppellito la psicoanalisi una volta per tutte, le ho lette da adulto: questa straordinaria studiosa ha il merito, fra l’altro, di denunciare il metodo di Freud come intrinseco alle strutture patriarcali e alla pedagogia nera che accompagna queste strutture. Ma, per rispondere con chiarezza alla domanda, subito dopo i diciotto anni sono andato via di casa definitivamente, prendendo le distanze, ecco, senza dover uccidere nessuno: né mio padre, né me.

Il Novecento poetico italiano qualche suo figlio l’ha ucciso, alcuni isolati sono stati a lungo dimenticati. Per ragioni di studio mi viene in mente il calabrese Calogero, ma ce ne sono molti altri.

Come per tutto il Novecento, non saprei ben valutare Calogero (e neppure, poniamo, Sinisgalli). Certo, la sua poesia Pensieri dispersi la leggo con piacere. Ma per quanto riguarda la poesia dimenticata, il vero scandalo, a mio modesto parere, è quello che in più occasioni ho chiamato “femminicidio culturale”, la totale liquidazione di ciò che storicamente hanno scritto le donne. Le donne, sì, sono la grande dimenticanza della cultura di oggi, specialmente in Italia. Una dimenticanza che va attribuita al romanticismo: le donne possono leggere romanzi, per distrarsi e sognare (ma meglio, per il patriarcato borghese, se non scrivono nulla). Eppure basta prendere la Storia della letteratura italiana di Tiraboschi (non quella di De Sanctis!) per scoprire che le donne hanno avuto storicamente un ruolo e un peso straordinario, come soggetto culturale: in Tiraboschi troviamo Cristina da Pizzano (che De Sanctis ignora), troviamo Isotta Nogarola (che De Sanctis ignora), troviamo Laura Cereta (che De Sanctis Ignora), troviamo Arcangela Tarabotti (che De Sanctis ignora), troviamo tutte le scrittrici dell’Arcadia… un movimento culturale pre-borghese, dove le donne avevano un peso notevolissimo. Ma per De Sanctis l’Arcadia è frivolezza.

Senti mai la solitudine del lavoro che fai? Vivendo la condizione attuale dell’università italiana non hai mai la sensazione di essere un predicatore nel deserto?

L’università è morta (come la scuola, la sanità, lo stato sociale ecc.), e ho l’impressione di lavorare in un cimitero. Mi considero come un pensionato, anche se faccio lezione regolarmente. Ma è un mestiere che mi piace e, sia pure fra mille difficoltà, continuo a fare l’outsider come ho sempre fatto: ricercatore di Letteratura, associato di Linguistica, ordinario di Filologia. Da un settore all’altro. Sempre in movimento. Fermo mai.


Andrea Amoroso (1981) è dottore di Ricerca in Scienze letterarie, Retorica e Tecniche dell’Interpretazione. Si occupa principalmente di poesia italiana del Novecento. Ha pubblicato tre raccolte di poesie e nel prossimo anno uscirà un suo volume sulla poesia di Amelia Rosselli, Lorenzo Calogero e Bartolo Cattafi.

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