Una nota in minore. Su Fuori non c’è nessuno di Claudia Bruno

– Silvia Costantino –

La prima cosa che si vede quando apriamo Fuori non c’è nessuno. Ninna nanna di periferia, l’esordio nel romanzo di Claudia Bruno (effequ, 2016), è la desolazione. E il cielo.

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La desolazione e il cielo hanno un nome, quello di Piana Tirrenica, paese di provincia di un nord che odora di nuova e rapida industrializzazione, di fabbriche e di quel lento disfacimento da città di provincia che è impossibile disprezzare.
Greta, la protagonista del romanzo che inizia come una fiaba («in un piccolo mondo lontano da tutto e nascosto in mezzo al nulla…»), torna a Piana Tirrenica dopo anni di assenza per assistere al funerale di quella che scopriremo essere stata la sua migliore amica: Michela, la ragazza selvaggia per eccellenza, la danzatrice, la donna libera e mai leggera abbastanza da sopportare il peso della propria vita. Michela che viveva a Londra facendo mille lavori di giorno per danzare di notte e diventava sempre più sfuggente; Michela che torna a Piana Tirrenica per la madre malata.
Il ritorno di Greta, il funerale, i contatti con le vecchie conoscenze, sono raccontati come da una distanza, perché, come ci viene detto, Greta è sempre stata una ragazza distratta, goffa, leggermente sfasata. Ed è proprio questa distrazione che permette al romanzo di entrare nel vivo, nelle storie che si dipanano in nove capitoli numerati a ritroso, da nove a due – ogni capitolo una storia, intermezzata da un ricordo corrispondente all’età della ragazza in quel momento, più un preludio che racconta di un’altra infanzia.

 

Vuole uscire a giocare nella stradina. Non si può, è la controra, risponde Isabella. Allora vuole andare in campagna dai gatti. Non si può, è la controra, ripete Isabella. Allora vuole salire in terrazza, saltare a campana. Ma è la controra, non si può. Isabella è inamovibile. Greta corre e sbatte da una parete all’altra, è una rondine in gabbia. Siediti, comanda Isabella afferrandola per un polso. […]

Adesso è il momento di stare fermi e zitti, respirare lenti nel buio artificale. Fuori il sole già divora i muri cadenti, il bianco di strade e lenzuola cava gli occhi e le cosce di chi passa sono carne che cuoce tra pietra e pietra e vicolo e vicolo. Nell’ora contraria tutte le ombre si ritirano e il tempo s’inverte e avanza il vuoto, e i nodi vengono al petto e bussano a porte chiuse che resteranno serrate. La controra è il letargo dei vivi, il paese che indietreggia del suo moto antiorario.

E allora scopriamo di Greta da piccola che, dalla vita infantile in un non meglio definito paese del Sud Italia  («da dove vieni?» «dal Sud») si ritrova al Nord, nella brutta e industriale Piana Tirrenica per via del lavoro dei genitori, e dei suoi primi contatti con i nuovi compagni di scuola; del menarca di Greta e della curiosità che desta nella classe la prima bambina a svilupparsi; o ancora di una storia d’amore e della sua fine.
È tuttavia impossibile dire se Greta sia la protagonista del romanzo, perché, anche se presente in ogni capitolo, la ragazza spesso non è che un meccanismo d’innesco per la storia di qualcun altro: di Alba, la madre professoresa; di Katarzyna, la strana colf polacca priva di un occhio; di Anita, la nonna cantastorie del fidanzato storico di Greta e di Nadia, la madre di Lorenzo; e ancora di Isabella, di Rosaria, di Enrica, di Francesca – ma anche di Lorenzo, di Andrea, di Pino, di Hassan. Ognuno di loro, anche quando nominato di sfuggita, aggiunge un tassello a una storia, aiuta a comporre i pezzi di un puzzle disordinato come i foglietti di Michela, quelli che Katarzyna trova dappertutto e legge, quelli che Michela passa a Greta e che sono l’unica traccia sensibile dell’esistenza della ragazza: le parole un po’ banali di adolescenza, ma così premonitrici col senno di poi, vergate ai margini dei testi, in fogli volanti, sempre defilati, sempre nascosti, sempre pronti a risbucare fuori a sorpresa.
Con Greta, la migliore amica, Michela ha condiviso soprattutto la sensazione di distanza e di inappartenenza. Erano vicine perché erano lontane dal resto del mondo, i loro corpi esili e allenati dalla danza sembravano prepararsi a spiccare il volo: e invece Greta non fa che inciampare, e Michela cade definitivamente.

Michela è morta, ma forse è il personaggio più presente nel romanzo. La sua personalità sfaccettata, provocante, problematica, ammanta il romanzo di una piccola inquietudine, anche questa in sordina: come è possibile che la ragazza più felice di tutte, più libera, si sia uccisa? Da brava narratrice, Claudia Bruno non ci dà la risposta, ma ci fornisce gli indizi, fugaci e contraddittori come lo è la realtà.

Stava inseguendo una farfalla, ripeteva Gianni, il padre, alle persone che andavano a stringergli le spalle, il volto scivolato in una smorfia, quella di chi si trova da un momento all’altro a dover reggere un paio di pantaloni con le bretelle rotte in mezzo alla strada. Rosaria invece, sua madre, non aveva più la faccia, l’aveva persa e sapeva che non l’avrebbe cercata, non le interessava, adesso le interessava solo scusarsi con la foto di Michela, offrire acqua e fiori alla foto di Michela, promettere alla foto di Michela che l’avrebbe raggiunta, presto.
[…] Greta li guardava che avanzavano lungo la navata centrale verso le porte di ciliegio, trafitti dai raggi di ottobre attraverso i vetri smerigliati, braccio sotto braccio, due sposi delusi e piccoli.

Fuori non c’è nessuno è un romanzo dai toni piani, spesso quasi dimessi: e nondimeno è un romanzo che agisce in modo potente sull’immaginario e sulla memoria, va a toccare nervi scoperti o ne scopre di nuovi sempre mantenendo un tocco lieve, e doloroso. Come riassume la bella e affilata copertina di Simone Ferrini, è un romanzo che racconta andando al centro delle cose ma scegliendo la via più lunga, più riparata: perché non è la storia di Greta o di Michela, ma è la storia di un posto e della ricerca di una casa, nell’ora in cui tutto si rivela al suo contrario – nell’ora in cui, appunto, fuori non c’è nessuno.

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