Perché Stranger Things diventerà un cult

– Giovanni Mauriello –

stranger things

Ce lo chiedevano i Clash nel 1982: should I stay or should I go?
Da quell’anno, negli Stati Uniti come in tutta Europa, leggere questa frase senza canticchiare risulta impossibile: a mente, a voce alta, con un pizzico di interpretazione o senza alcun trasporto, senti questo ritornello e gli vai appresso: should-I-stay-or-should-I-go?
Dal quindici luglio la voce di Mick Jones è tornata a ficcarsi nelle nostre orecchie grazie a Stranger Things, ennesimo capolavoro firmato Netflix diretto da Matt e Ross Duffer. E lo fa per otto puntate – sì: solo otto puntate – come leitmotiv di una storia che vede un gruppo di tre bambini (che solo a dirlo pare riduttivo: recitano più o meno come gli stra-premiati dall’Academy) tentare con tutte le loro forze di ritrovare Will (Noah Schnapp), quarto componente della indissolubile comitiva geek.

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Siamo in Indiana. Il leader dei tre è Mike (Finn Wolfhard) dotato – come del resto gli altri due – di un’intelligenza ai limiti del geniale e – forse più degli altri due – di un’empatia che lo qualifica fin da subito come l’eroe della serie.
I suoi amici sono Dustin (Gaten Matarazzo), vero complice di Mike con un’enorme attitudine alle scienze, e Lucas (Caleb McLaughlin), meno temerario ma, nonostante tutto, fedele al gruppo di amici.
Tre bambini, appunto, perché di teen movie si tratterebbe se solo non fosse che la struttura narrativa della serie segue direzioni degne dei migliori film di John Carpenter e dei romanzi più celebri di Stephen King. L’atmosfera è quella, dopotutto, ed è resa con una sapienza tale da sottrarre allo spettatore qualsiasi adito al dubbio: siamo negli anni ‘80 e non c’è finzione, non c’è stonatura alcuna che contraddica questo dato di fatto.
Dopo pochi minuti ci si lascia pienamente convincere dalla musica (autori della colonna sonora sono Kyle Dixon e Michael Stein), dalla fotografia e dall’architettura dei luoghi.
La storia inizia in casa di Mike e, nel tipico seminterrato che abbiamo sempre invidiato agli americani, individuiamo subito i protagonisti. Non è un caso che l’input della serie sia concesso qui, alle prese con Dungeons & Dragons: i bambini parlano del loro gruppo come di un party, ovvero il tipico gruppo di eroi del fantasy, e da questo momento in poi verrà snocciolata la cultura nerd di cui i ragazzini sono dotati proprio per chiarire la loro totale padronanza delle regole del gioco.
Ma qual è il gioco? Qual è il pericolo reale, quello che può mettere a repentaglio la vita di uno di loro, e quello invece virtuale, limitato a dieci lunghe ore trascorse nel mondo di D&D? Il confine pare inizialmente ben definito: i bambini stanno giocando, è chiaro: Mike supplica sua madre di concedere loro altri venti minuti, lei non acconsente e ognuno torna a casa sua.
Noi seguiamo Will, lo vediamo tornare a casa e, nel giro di pochi minuti, ecco che le due realtà già si intrecciano: Will, nella sua stessa casa, scorge una sagoma inquietante; si spaventa, cerca di scappare e poi, semplicemente, sparisce. Senza una apparente spiegazione logica, il corpo del ragazzino si smaterializza subito dopo la partita a D&D. Da qui parte il mistero.

La serie prosegue. La piccola cittadina nell’Indiana è sconvolta dalla sparizione di Will. Gli adulti non sanno – non possono – andare oltre la superficie dei fatti e considerano quasi subito il bambino spacciato, morto in chissà quale incidente. Ma noi spettatori, noi ormai facciamo parte del party e sappiamo che qualcosa non torna. Non importa quale sia la nostra età: il patto è fidarci dei ragazzini e delle loro competenze, e così li seguiamo nella loro indagine, finché non conosciamo assieme a loro Eleven (Millie Bobby Brown), un’inquietante bambina arrivata da non si sa dove, taciturna e spaventata ma per niente debole. Anzi, Elle (così la soprannominano) è dotata di poteri sovrannaturali e grazie ai tre bambini scoprirà l’immensa energia che scaturisce dalla vera amicizia.

Tornando agli adulti, ormai sono perlopiù un contorno: non hanno le facoltà per essere realmente utili, ai fini di questa storia. La madre di Mike non si accorge di nulla: i suoi figli escono ed entrano da casa a qualsiasi ora del giorno e della notte ma lei è lì, nel suo salotto borghese, e non ci fa caso. Ancora peggio il padre, che viene inquadrato perennemente distratto, privo di un ruolo definito, di un impegno, persino privo di un nome. Sono il ritratto perfetto di un paradosso tutto americano e, dietro l’inconsistenza delle loro personalità, si cela una precisa critica al disimpegno etico di chi, come il padre di Mike, risponde alla vita: ci dobbiamo fidare, ci pensa il governo a salvarci.
A risolvere le cose ci pensa Mike, invece, che può permettersi di ospitare in casa Elle (tanto, neanche a dirlo, i genitori non se ne accorgono) e avvalersi della sua collaborazione per mettersi in contatto con Will.

Nel contempo si articolano altri due campi di ricerca: indagano Jonathan (Charlie Heaton), fratello di Will, e Nancy (Natalia Dyer), sorella di Mike. Uniscono le forze quasi per caso, si intreccia con una sottotrama sentimentale forse meno interessante del resto ma di certo utile a far luce su alcuni aspetti che si scopriranno poi essenziali ai fini dell’indagine.
Più di tutti, però, indaga Joyce, la madre di Will, interpretata da una finalmente non più incartapecorita Winona Ryder; può contare sull’aiuto di Hopper (David Harbour), capo della polizia locale, ma le prime, essenziali intuizioni le ha da sola, nella sua stessa casa: mentre il mondo (degli adulti) le dà della pazza, la accusa di aver perso la testa per via della drammatica scomparsa del figlio, Joyce mette in discussione ogni sua certezza razionale per inseguire la convinzione che il figlio sia ancora vivo.

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Basterebbe forse già la ricchezza di quanto detto finora per rendere Stranger Things un ottimo prodotto, ma per trasformarlo in un cult, a conti fatti, è sufficiente?
Non proprio, e infatti l’entusiasmo si fa sentire soprattutto grazie ad una serie di chicche che sì, impreziosiscono la serie proprio con lo scopo di renderla un gioiello destinato a restare impresso nel tempo.

Iniziamo dalle molteplici citazioni ai classici del cinema (ormai vintage) anni ‘80: le personalità dei bambini sono costruite sull’archetipo spielberghiano: le biciclette, persino il modo che i bambini hanno di impugnarne il manubrio, ci riportano alla mente E.T. (1982); Mike a scuola passa il suo tempo esclusivamente coi suoi due amici e sempre con loro condivide la croce del bullismo. L’arrivo di Elle, la sua natura misteriosa quanto affascinante, ambigua quanto palesemente bonaria, intenerisce Mike e innesca una dinamica speculare a quella che lega Elliot, protagonista del film di Spielberg, e il suo amico alieno. Senza contare che anche Elliot, in una villetta periferica come quella di Mike, viene presentato intento a giocare a D&D con suo fratello. Mike ed Elle si legano in virtù delle loro peculiarità, si riconoscono in quanto esseri speciali e per questo emarginati da gran parte della società. Attorno a loro, Lucas e Dustin mettono a disposizione delle essenziali intuizioni con uno spirito, nonostante le preoccupanti circostanze, gioioso e divertente che rievoca l’atteggiamento dei ragazzini dei Goonies (1985).
Volendo restare negli anni ‘80, risale al 1984 Firestarter, conosciuto in Italia col titolo di Fenomeni paranormali incontrollabili e tratto dal romanzo L’incendiaria di Stephen King: nel film, diretto da Mark L. Lester, la piccola Charlie ricorda tanto la nostra Elle; non solo per i poteri sovrannaturali di cui entrambe le bambine, più o meno coetanee, sono dotate, ma i fratelli Duffer si sono ispirati alla pellicola anche per la striscia di sangue che cala dal naso di Elle ad ogni mossa paranormale e, direi forse soprattutto, le prove sperimentali a cui le bambine sono sottoposte si somigliano persino negli strumenti utilizzati per valutarne i movimenti cerebrali.

Nonostante, come stiamo vedendo, la tendenza che prevale è quella verso un citazionismo che guarda con grande attenzione agli anni ‘80, i riferimenti alla science fiction si fanno via via semioticamente più consistenti quando finalmente giungiamo nell’altra dimensione, in uno spazio indecifrabile, nero, che ricorda tanto quel non-luogo in cui Scarlett Johansson trasporta gli uomini in Under the Skin (2013): la vasca di deprivazione sensoriale in cui viene immersa Elle conduce in un ambiente molto simile, sotto un punto di vista estetico, alla dimensione in cui rimangono incastrate le vittime del personaggio interpretato dalla Johansson nel film diretto da Jonathan Glazer; in una prospettiva di significato, però, è interessante osservare come lo scopo comune di Elle e Laura (Scarlett Johansson) sia quello di attirare gli uomini in una trappola per poi annientarli, facendo forza una sull’avvenenza del proprio corpo (Laura), l’altra sulle proprie doti paranormali (Elle). Poco importa il grado di consapevolezza che distingue le due protagoniste o le finalità diverse di chi le sfrutta, ciò che le accomuna è il loro status di strumento nelle mani spietate di qualcosa molto più grande di loro.

Tornando alla trama della serie, in linea con le premesse, entrambi i mini-gruppi di ricerca non riusciranno ad andare molto lontano se non avvalendosi dell’aiuto di Mike, Dustin, Lucas ed Elle. Quando tutte le forze si uniranno, quando i risultati delle singole indagini interagiranno tra loro, si arriverà ad un risultato che comunque, fino all’ultimo istante, lascia col fiato sospeso.
Si assiste in questo epilogo ad una sorta di ingranaggio che non può fare a meno di considerare un’ordinata interazione tra generazioni: le intuizioni di Hopper, il poliziotto, si collocano come base di partenza: fiuta il coinvolgimento di qualcosa di grosso, un centro di ricerca segreto o qualcosa del genere; non sa decifrarlo bene, però, non sa comprenderne il legame con la sparizione di Will; Jonathan e Nancy, liceali carichi di ormoni e scompensi adolescenziali, si spingono ben più là: la raggiungono, l’altra dimensione; affrontano il mostro, escogitano un piano; manca l’elemento definitivo, però. La competenza reale, manca chi conosce il nemico e chi sa quindi batterlo: i bambini. Così Mike, Dustin, Lucas e (soprattutto) Elle rischiano tanto, rischiano tutto, e danno il loro contributo definitivo per annientare il misterioso assassino. Per farlo bisogna tornare all’inizio, bisogna immergersi di nuovo nel mondo di D&D che ha aperto le danze: il mostro, il demogorgon che infine appare, è uguale a quello del gioco e per sconfiggerlo servono tutte le conoscenze di appartenenza del party. La dimensione parallela in cui è rimasto incastrato Will – l’upside down – appare chiara solo tramite le regole del gioco e solo seguendo quelle regole si arriverà ad una soluzione.
Piccoli nerd alle prese con grandi responsabilità, dunque, capaci di arrivare laddove gli adulti non possono accedere perché disillusi.

Tirando le somme, direi che Stranger Things si candida a diventare un cult della serialità televisiva grazie alla sapiente mescolanza di tutti gli elementi che abbiamo elencato. Per il resto, futuro cult o no, Stranger Things sta riscontrando un grande successo perché  sì, siamo nostalgici e vogliamo abusare coscienziosamente di citazioni; vogliamo seguire vicende surreali condotte da ragazzini inverosimilmente geniali, guardare coi loro occhi, far parte della loro comitiva e condividere con loro otto puntate di indagini sfiancanti. Avevamo bisogno di affacciarci su un passato ancora vicino ma che già non ci somiglia più, immergerci in un mistero che non concede risoluzioni fino all’ultimo minuto, su cui si può far luce solo con l’ausilio dei walkie talkie, dei portali interdimensionali e dei poteri soprannaturali di una bambina sconosciuta. Avevamo bisogno di tutto ciò e Stranger Things è riuscito ad accontentarci.


Giovanni Mauriello è nato a Roma nel 1992. È laureato in Lettere moderne e attualmente vive a Torino per il corso di laurea magistrale in Comunicazione e culture dei media. Passa gran parte del suo tempo a leggere, scrivere e guardare film. Di Roma gli manca moltissimo la carbonara.

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