Solo andata

32. Ritorno

– Isadora Bilancino –

Quando abbiamo ricevuto questo pezzo nessuno, nemmeno l’autrice, poteva immaginare cosa sarebbe successo di lì a poco in Turchia. Abbiamo scelto di pubblicarlo comunque, senza modifiche: l’impatto è forte ma ci ricorda di metterci sempre in discussione, che le prospettive e gli sguardi mutano.

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foto di Giuseppe Prencipe

Ultimamente, nel tentativo di sentire ancora di appartenere a quella terra chiamata Turchia che è stata per qualche anno anche la mia, mi sono messa a leggere Orhan Pamuk. Mentre vivevo a Istanbul avevo letto il suo libro, titolato proprio con il nome di questa città: Istanbul: i ricordi e la città (Einaudi 2003). Non è un romanzo, né tantomeno una raccolta di racconti: sono proprio pezzi di memorie legati al luogo, fotografie della città. Di difficile lettura probabilmente per chi non ha vissuto lì o non ha una passione sfegatata per Istanbul.

È passato ormai un anno e mezzo dal mio rientro. Prima di lasciare la città ho pensato che la sensazione di essere sempre lì non se ne sarebbe mai andata; sarei sempre stata in grado di immaginarmi in quel luogo, capire dalle notizie dei giornali locali i cambiamenti politici e dai social media l’umore degli abitanti. Non sarebbe mai stata più lontana, come lo era prima che la conoscessi.

La percezione di un paese così “alterizzato” (di recente si sta affermando nella lingua inglese questo nuovo verbo, formato dalla parola altro “other”, resa verbo con “–ize”. Non credo esista in italiano, ma c’è sempre un inizio.) come la Turchia può essere particolarmente distorta. Si può tentare di immaginare la propria vita in Spagna, Francia, Germania, Olanda, Svizzera, Inghilterra, addirittura Polonia. Qualcuno invece è capace di immaginare la sua vita in Libano, Turchia o Egitto? La differenza non sta tanto nella lontananza.

La Turchia dista quanto il Nord Europa dall’Italia e molto spesso anche la vicinanza culturale è pressoché la stessa, se non addirittura minore. Ciò nonostante, ciò che si sa di questo paese è curioso. Più di una volta mi è capitato, nei due anni e mezzo che ho vissuto a Istanbul, di parlare con amici e parenti e ritrovarmi in conversazioni che non mi lasciavano alcun dubbio sulla distanza infinita tra l’Istanbul immaginata e quella reale: «Qui è inverno, fa un freddo!!! Da voi invece chissà che caldo…» No, veramente no, è proprio uguale, come da voi. Stesso emisfero e stessa latitudine approssimativamente. Siamo sul parallelo di Bari, ma credo che il clima sia quello del centro Italia. Quattro stagioni, qualche nevicata d’inverno e caldo mortale d’estate.

E no, non parlano arabo; no, non sono arabi; no, non devo indossare il velo; sì, posso indossare una minigonna; sì, posso bere alcol, sì, posso baciare in pubblico. E così via, indistintamente dall’età o dall’apertura mentale, i miei interlocutori erano sempre quanto mai diffidenti delle mie risposte. Come biasimarli. Io stessa non sapevo esattamente cosa aspettarmi dalla città di Istanbul. Prima di incontrare il mio primo amico turco in Inghilterra non sapevo neanche che esistesse una lingua turca, e a dire il vero alle medie avevo fatto sempre confusione tra Turchia e Tunisia.

Molto spesso il solo fattore religioso è sufficiente a far credere che la distanza culturale sia insormontabile, e a volte incute anche un po’ di timore. A Istanbul invece la vita è tremendamente simile a quella di una qualsiasi città mediterranea europea: sicura, divertente e circondata dalla bellezza della storia. Non basta qualche attentato a turbarla, così come non sono bastati quelli a Parigi e a Bruxelles. Non ho vissuto in altri paesi a maggioranza musulmana perciò non so dire degli altri: posso dire di aver fatto campeggio libero sulle montagne dell’Oman, aver fumato una canna per le strade della sua capitale e partecipato a una festa sulla spiaggia con ogni tipo di alcool negli Emirati Arabi. Non voglio in alcun modo supporre che gli esempi posti siano la norma, semplicemente che spesso ci immaginiamo una differenza profonda, che a volte non c’è.

Eppure quando ci vivi la odi tutta questa ignoranza, ma soprattutto l’incredulità: «Ma come non sono arabi? Scusa, e di che religione sono?» Musulmani, di etnia veramente mista, principalmente di origini turcomanne, balcane, greche, armene, curde. Arabi, pochi, al Sud, al confine con la Siria. Grazie per l’attenzione.

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foto di Giuseppe Prencipe

Forse ci sarebbe da dire che alla scuola dell’obbligo, in televisione e anche nei giornali spesso non si fa distinzione tra etnia e religione. Se non fosse ancora chiaro, l’arabo è una lingua e gli arabi una popolazione, l’Islam è una religione. Perciò si può essere arabi senza essere musulmani e musulmani senza essere arabi. Per farla breve, non conosco un solo turco che parli arabo e anzi la maggior parte di loro si offenderebbe se sapessero che li paragoniamo agli arabi (anche i loro stereotipi sugli arabi non sono positivi). Per non parlare poi dell’incapacità di credere che la lingua turca, e il popolo turco, provengano dall’Asia Minore. A poco valgono le prove: che i turchi non siano sempre stati in Turchia non è credibile a quanto pare.

Ad ogni modo, quando te ne vai, te ne vai. Non sei più li. Segui le notizie, ma la libertà di stampa non è delle migliori. Facebook pure è troppo sotto controllo e nessuno fa più troppo attivismo. Le conversazioni delle persone non le puoi sentire per strada. Non sai che tempo fa quel giorno, se quel bel posto dove prendevi il tè sul mare è ancora aperto e quanti bar nuovi hanno aperto nel tuo quartiere (per la cronaca, l’ultima volta che sono tornata dopo 6 mesi circa le caffetterie nuove erano almeno 5 nel mio quartiere). Quando te ne vai, te ne vai. La vita del paese che lasci va avanti e, nel caso della Turchia, torna ad essere di nuovo un po’ più altra di quanto sia realmente. Torna ad essere ancora più vano il tentativo di spiegare ciò che la Turchia è: esiste il divorzio, ci sono università di ottimo livello, si può bere alcool (e si beve tanto), il velo è una scelta consapevole nella maggior parte dei casi, le donne sono rispettate. Almeno per ora e così speriamo che rimanga sempre, nonostante i tentativi del Presidente della Repubblica Erdoğan di avvicinare la Repubblica laica fondata nel 1925 da Atatürk a un paese sempre più soltanto “simil-laico” e “simil-democratico”.

Ah, caratteri dell’alfabeto latino. Riforma linguistica del 1928.

Seni özledim.


Isadora Bilancino è laureata in comunicazione interculturale e relazioni internazionali. Ama le lingue, le differenze culturali e la ricerca della propria strada. Si occupa di comunicazione, social media e relazioni internazionali quando può.

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