Why the long face? BoJack Horseman, o della felicità

– Luca Francesco San Mauro –

bojack

I  bar jokes  sono barzellette di pochissime righe che condividono la stessa semplice struttura narratologica: qualcuno entra in un bar e — tramite la punchline, che tipicamente arriva subito — qualcosa succede. Una delle varianti più note contiene un cavallo. E fa così (la riporto in inglese ché la versione italiana è leggermente più fiacca): «A horse walks in a bar, and the bartender asks: “Why the long face?”» Il meccanismo comico è banale ma, non fosse così sputtanato, efficace. In due frasi ci introduce in un mondo in cui un cavallo entra in un bar (lo immaginiamo presumibilmente bipede) e un barista manca di stupirsi. Da qui, l’effetto comico si gioca tutto sulla confusione del barista tra una condizione biologica, sostanzialmente irreversibile — il muso lungo del cavallo — e uno stato emozionale auspicabilmente transitorio — la tristezza, della quale il barista vuole sapere il perché.
BoJack Horseman (BH), serie animata di produzione Netflix di cui oggi inizia la terza stagione è, fra le altre cose, un grandioso saggio di cinque ore (due stagioni e ventiquattro puntate da venticinque minuti l’una) su questa stessa barzelletta; nonché uno dei migliori prodotti televisivi americani degli ultimi anni. Ecco perché.

La narrazione si svolge in una Hollywood in cui esseri umani e animali antropomorfi convivono: lavorano, stringono amicizie, le rompono, fanno sesso, si innamorano, ecc. senza praticamente soluzione di continuità tra una specie e un’altra, umani compresi (a partire dalla sesta puntata della prima stagione, l’ucronia diventa dichiarata: un furto della lettera D nell’iconica scritta sul Monte Lee trasforma Hollywood in “Hollywoo” — e così qui la chiameremo). BoJack, il protagonista, è un cavallo, ed è fondamentalmente depresso. Ex-star di una sitcom televisiva degli anni ’90, Horsin’ Around, BoJack si trova, nel presente, al centro di una spirale di cinismo, misantropia, e incapacità di far i conti con le videocassette della sua vecchia sitcom — sarebbe a dire: con il se stesso di vent’anni prima  — che non smette di riguardare. Spirale, comunque, comodamente centrata su una villa con piscina e vista su tutta Hollywoo. Insomma, approssimando parecchio, una trasfigurazione in cavallo della Gloria Swanson di Sunset Boulevard, ma con notevole incremento di risposte ciniche, droghe e promiscuità sessuale.
Intorno a BoJack, perlopiù mal tollerati, gravitano una miriade di umani e altri animali; ci basta citarne tre. Princess Carolyn, un gatto persiano,  è l’agente di BoJack. Fidanzata così effimera da durare nemmeno una puntata, vive i ritmi iperaccelerati che attribuiamo a certi felini, e in modo discontinuo tenta di tirar fuori BoJack dal suo personalissimo buco nero. Todd Chavez, umano, è un disoccupato ventenne, che vive sul divano della villa di BoJack: vittimista, irrisolto, sfigato, perenne oggetto di bullismo da parte di BoJack (“shut up, Todd”), nondimeno quanto di più simile a un amico. Infine Mr. Peanutbutter, un labrador retriever, è per molti versi l’antagonista — ancorché non sempre consapevole — di BoJack. Euforico laddove BoJack è disforico; energico contro la ricorrente carenza di motivazioni di BoJack; di un’ingenuità spesso sconfinante nella scemenza; è anche lui un attore e, come si conviene a una nemesi, con una sitcom praticamente isomorfa — ma posteriore!  — a Horsin’ Around.
Comunque, avete capito il punto. Gli animali di Hollywoo, sia pure del tutto antropomorfizzati, conservano un po’ della loro natura animale — o meglio: del nostro racconto umano di quella natura; ma ci torneremo — e mediano continuamente fra questi due livelli. I cani si entusiasmano per un nonnulla; i gatti sono ambiziosi; le rane sono appiccicose — e ognuno di questi personaggi costruisce se stesso sopra e contro queste istintività. E per gli umani, beh, è lo stesso.

Quindi, Hollywoo è un luogo narrativamente iperstratificato. La riempiono decine di personaggi, con diversissimi gradi di caratterizzazione. Non solo: molte puntate sono quasi autocontenute, o comunque si basano su brevi o brevissime linee narrative (o addirittura singoli rivoli comici) che si aprono e si chiudono una dopo l’altra. Non che sia una novità, ovviamente. In questo, parte di BH segue l’impalcatura di una sitcom in cui l’ambientazione si estende fino a sovrapporsi a un’intera città. Ciononostante, BH ha qualcosa che la rende incredibilmente più compatta di buona parte dei riferimenti classici in questa direzione (come, che so, la Springfield simpsoniana), ovvero il fatto che la moltiplicazione delle linee narrative, che ne innervano la superficie comica, si accumula fino a formare — e formulare continuamente — una domanda dalla complessità vertigonosa, e qui trattata senza cautele di sorta: cosa vuol dire essere felici? e (domanda associata, certo, ma in modo meno banale di quanto si potrebbe credere di primo acchito) cosa vuol dire non esserlo? O, se preferite: why the long face?
In effetti, l’espediente narrativo di BH segue uno schema classicissimo. È quello che Vonnegut, nella sua discussione sulla topologia delle storie, chiama la forma “man in the hole“: il protagonista è caduto in buco e ne deve uscire. Qui, si tratta del meno metaforico dei buchi a disposizione: la depressione. E entrambe le stagioni di BH sono appunto, nella cornice che fa da colla al tutto, il racconto di un’opportunità di uscire da sé (o analogamente: tornare a sé, a seconda dello sguardo che si voglia assumere), insomma di “(ri)tornare sulla scena” che BoJack ha a disposizione. Nella prima stagione, raccontandosi attraverso un’autobiografia che un pinguino della Penguin gli propone di scrivere (con l’aiuto di una ghost-writer); nella seconda, interpretando il protagonista di biopic su di uno storico cavallo da corsa, e mito d’infanzia, primo vero ruolo che possa corroborare o smentire le vecchie ambizioni attoriali di BoJack.
Ora, vista la classicità dello schema horse-in-the-hole in gioco, potrebbe essere lecito credere che BH sia da leggersi, nel suo complesso, come il racconto di una riabilitazione/resurrezione — o alternativamente, in chiave pessimistica, come il fallimento di questa stessa riabilitazione, e la conseguente condanna a rivivere per sempre entro le stesse disfunzionalità. Ma, in entrambi i casi, sarebbe una lettura inefficace. È senz’altro vero che il racconto di BH segue via via diverse oscillazioni: verso l’alto, con momenti di riscatto e riumanizzazione di BoJack; e verso il basso, con vari “toccare il fondo” di inedito degrado (e, sì, i down sono moltissimi: tanto per fare un esempio, la penultima puntata della seconda stagione è fra le cose più belle e disperate io abbia mai visto su un laptop). Ma queste oscillazioni non convergono univocamente su nessuno dei due registri. In altre parole, BH rifugge entrambe le soluzioni ovvie di questo genere di storie: il riscatto che retrospettivamente attribuisce senso a ogni fallimento, così come l’always crashing in the same car.

Come riesce in un simile equilibrio? Intanto, aggiorna la grammatica del discorso sull’antropomorfismo. Problema vecchio: a che serve rappresentare animali che si comportano come umani (specie in un contesto di fruizione adulta del prodotto)? Da un lato, è chiaro che certi animali antropomorfi hanno, come residuo animale, il solo aspetto: nel 99% dei casi il fatto che Topolino sia un topo è del tutto ininfluente per lo sviluppo della storia. Qui, viceversa, e come si è accennato, l’animalità rappresenta un set di istinti naturali che in qualche misura “determina” lo stato-base dei personaggi. Poiché cavallo — why the long face? — BoJack vive, e ricade di continuo, in una sorta di tristezza di default;  in quanto cane Mr Peanutbutter è nell’occhio del ciclone di un’allegria scema; e così via.
Ma è realmente così? O piuttosto i nessi causali (“poiché”, “in quanto”, ecc.) sono da prendere cum grano salis?
In fondo, l’idea che alcune caratteristiche naturali siano non modificabili, e che non ci sia modo di scapparne, è quel che già enuncia la madre di Bojack (notevole compendio, insieme al padre, di tutto ciò che un genitore non dovrebbe essere) nella prima puntata della seconda stagione: “You were born broken. That’s your birthright. And now you can fill your life with projects (…) But you’re BoJack Horseman, and there’s no cure for that.” Fosse così, evidentemente, una lettura disforica della serie sarebbe obbligata. Ma almeno due aspetti sembrano rendere assai problematica una completa incorporazione di questa morale:

  1.  l’animalità, in BH, è essa stessa un qualche tipo di oggetto sociale. L’idea di felicità di Mr. Peanutbutter è sguazzare in una stanza colma di palline colorate anche perché il nostro racconto sui cani si articola in questo modo. E non c’è davvero nessuna reale linea di demarcazione tra cosa sia effettivamente dettato da una certa natura animale, e cosa invece è conseguenza del modo in cui questa viene interpretata;
  2.  e in modo ancora più decisivo, il livello di negoziazione individuale che si ha con la propria naturalità è oggetto, dentro Hollywoo, di infinite possibili varianti. Ci sono animali che fanno della loro animalità un elemento identitario totalizzante; altri che piuttosto tentano di definirsi dialetticamente come linee di fuga dal genere di animali che sono; altri ancora che tentano costantemente di armonizzare questi due piani.

Insomma, c’è qui una delle rappresentazioni più accurate (e, fatemi dire, più mature) del dibattito nature vs nurture: quanto di quel che siamo è statico e quanto è viceversa plasmabile, e in che forma? Rappresentazione in cui entrambe le componenti di questa opposizione si alimentano a vicenda e, a meno di forzature, non c’è modo di far prevalere definitivamente l’una sull’altra. In particolare, lo scontro fra letture euforiche e disforiche della realtà (nell’angolo visuale di un cavallo naturalmente incline verso le seconde) è senz’altro uno degli elementi decisivi della serie. Ed è qualcosa di ribadito continuamente: per esempio, nella dicotomia fra “essere una Zoe” e “essere una Zelda”, tipi umani ricavati da due sorelle gemelle della sitcom di Mr. Peanutbutter dalle personalità opposte: “sunny, fun-loving extrovert”, la prima; “smart, cynical, introvert”, la seconda. Ma è appunto la problematizzazione dell’esito di tale scontro — e la corrispondente rinuncia a preconfenzionarne uno — uno dei meriti più notevoli della serie. A tal proposito, c’è una domanda che, come un basso continuo, viene ripetuta continuamente nel corso della seconda stagione, per ben ventiquattro volte: what are you doing here?. Insistere in modo così iperbolico su questa domanda ha allora l’effetto di inserire in questo complicato contrato fra attitudini felici o infelici una qualche piega pragmatica. Vale a dire, l’eventuale long face alla quale siamo irrimediabilmente destinati in quanto cavalli non vincola né predetermina ogni cosa che possiamo o vogliamo fare, e così come sarebbe ingenuo ritenere che chiunque possa mutarsi in qualsiasi cosa (purché lo voglia), sarebbe ugualmente stupido rifugiarsi nell’anticonsolazione che certi primitivi dati caratteriali o emozionali valgano come giustificazione di ogni cosa fatta o non fatta. E, in questo senso, va forse inteso lo stupendo finale della seconda stagione, che non voglio qui rovinare.
Sia chiaro, la lucidità e la complessità della serie che ho cercato in parte di sbrogliare non appanna nemmeno di un millimetro un racconto che, quando non prende a pugni in faccia, è maledettamente divertente. Anzi, che le due cose si tengano così tanto in equilibrio è in fondo parte della spiegazione di quell’esito moderatamente paradossale per cui un cavallo è nientemeno che uno degli esseri umani più credibili, e meno scontati, che siano stati raccontato ultimamente.


Luca Francesco San Mauro è un ricercatore in logica matematica alla Technische Universität di Vienna. Ha studiato a Bologna, Siena, Pisa, e Buenos Aires. È abbonato a Topolino dal 1993.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...