Solo andata

31. Divano in affitto

– Jessica Mazzotti –

Tadaaki Kuwayama, Künstler Düsseldorf, Deutschland 1998
Tadaaki Kuwayama, Künstler Düsseldorf, Deutschland
1998

Una notte senza vento, come testimonia più di un dio, un cattivo poeta, in buona fede, seduto sul divano in affitto, nel continente dov’era nato, ma non sullo stesso suolo, si stancò di tutte le parole che gli parevano confini e inghiottì il silenzio come si inghiotte l’aria nelle stanze dell’imbarazzo. Ebbe bisogno di riflettere e non volle le catene delle parole.
Tutta la stanza, da quel momento, gli sembrò più reale, il bianco del muro un bianco autentico come non si era mai visto, il grande letto, così stabile sui suoi quattro piedini a cilindro, di ferro, la luce dell’abat-jour (abbatti-giorno) gli sembrò in grado davvero di abbattere la luce del giorno, finalmente, una volta per tutte. Si guardò i calzini e il cotone sintetico, così intento a simulare il cotone, gli fece tenerezza, sentì nella punta a sud del cuore stagnare un languore liquido per quei suoi calzini, comprati a qualcosa e 99, a righe arcobaleno, con quelle righe a simulare l’arcobaleno, a spaventare come i denti scoperti degli stregatti. Il cono a sud del cuore, a vederla adesso tutta la stanza, gialla di vecchie parole, si riempiva sempre più, saliva il livello, il cuore sarebbe traboccato se si fosse messo ad osservare le mani, le sue mani, a volte così piccole a volte così grandi.

Le guardò, ma finse che non ci fossero, finse che non ci fossero le braccia, che non ci fossero due gambe spaurite dentro quel vecchio pantalone di pigiama. Non c’era il busto, non c’era il collo, non c’era chiaramente nemmeno la testa. Al posto di questo suo corpo dal peso inutile, attraverso quest’assenza, c’era solo la scolorita fodera fiorita del divano, intatta, nemmeno lontanamente profanata dalla buchetta che in altre sere sapeva formarsi a fondo nell’imbottitura sofferente, schiacciata. Tutti gli oggetti che nei giorni aveva spostato, sembrarono al cattivo poeta prendere posti occasionali sui mobili o sul pavimento della stanza, ma definitivi. Quella maglia, che si sorprese a ricordare, abbandonata sotto il tavolo piccolo, il comodino, gli sembrò trovarsi lì per sempre, cresciuta sulle mattonelle, ormai sei o sette decenni fa. Poi c’era una sedia vicino alla finestra, rapita alla cucina, un armadio, una cassettiera, l’accappatoio attaccato alla maniglia della finestra, c’era una valigia taciturna sopra l’armadio, c’erano delle lampade, delle scarpe e altre cose, tutte molto serie nel loro silenzio, che sembrarono al poeta aspettarlo per poter dire qualcosa, che aspettassero un suo ordine per parlare; ma ordini il cattivo poeta non si sentì proprio di darne, neanche a sé stesso, al quale aveva chiesto per cortesia di smetterla con tutte queste parole, e per gentilezza solo si era sentito rispondere di sì, silenziosamente. Questa stanza con questi oggetti era uno specchio puntato vero l’abisso che rifletteva tutte le altre stanze che lo avevano subìto vivere, tutte le stanze che ancora oggi, magari proprio ora, si ricordavano degli incubi coi quali il suo sonno le aveva impregnate e violate fino alle cementa. Era la stanza di adesso quella che vide stanotte? O una delle stanze di allora? O la stanza dell’altro, del vicino, del nemico, del fidanzato rifiutato, dello storico miscredente, della bambinaia triste, ma irriverente? Se il cielo smise quella notte di soffiare vento, anche il tempo smise di passare? Anche le stanze e le case si persero, persi i confini delle parole?

Aveva cambiato casa ogni anno negli ultimi due secoli, almeno così pareva a lui, ed era schifato spesso dalla sua fortuna. Aveva viaggiato, aveva letto a perditempo, aveva scopato leggero, non aveva vissuto che empaticamente le mille guerre, aveva regolarmente coltivato le sue sbronze e gli erano stati concessi innumerevoli squallidi momenti sudici di vergogna e solitudine, affogati poi in abbracci materni con il cesso, dispersi in sguardi pieni di serenità, dilapidata nelle scanalature di piastrelle celesti o ocra, in bagni in cui per terra si era seduto, appoggiando la testa nell’incontro delle pareti, promettendosi dei domani di tagli drastici di capelli, inutili alla felicità degli uomini. Perché e per cosa aveva cambiato indirizzo? Aveva nostalgia di quelle scanalature, aveva rimpianto per l’immobile quotidianità che non aveva scelto. Aveva ora, sul divano, nessuna parola, per decisione, nessun corpo per conseguenza, e nessuna voce buona a richiamare tutte quelle case in affitto, tutte quelle stanze, ritrovate ogni notte, rievocate nel cerchio magico della mente, quando si spegne la luce. Aveva torturante rimorso per tutto quello che aveva potuto non fare e che invece aveva fatto. Da tutti i visi ai quali ci si abitua quando ci si abitua a ritornare la sera, nella stessa strada, nella stessa casa, dal modo in cui la chiave tuba con ogni toppa, prima di aprirla, si sentiva aprire in due, allo spegnere della luce, come deve sentirsi un costato animale schiantato dalla mano pesante d’un norcino esperto. Che strane similitudini s’insinuano nelle notti dei cattivi poeti, che sentimenti microscopici e invisibili, che pene ingrate e arroganti.

Quella notte, lontano dalla casa in cui aveva dormito le prime notti di vita, in una qualsiasi delle sue migrazioni a senso perso, beveva il vino rosso che aveva comprato in offerta. In realtà, non era così in offerta, aveva sollevato il cartellino più grande e di colore diverso rispetto agli altri cartellini della corsia e aveva scoperto che il prezzo nascosto era lo stesso di quello mostrato dal cartellino di sopra, del color dell’offerta. Non importa, si era detto senza dirselo, mi farò avere da questa fregatura, farò finta che mi abbiano fregato, darò al pensatore di queste trappoline la misera soddisfazione che spera ottenere architettando queste fregature, ecco qua, lo mise nel carrellino di plastica rossa, quel vino in offerta fasulla, sarò l’unità persa nella statistica che farà la misera compiacenza di qualcuno dopodomani, anche stasera.
Come lo seduceva quel rosso tenebre, come gli invidiava quel gorgheggiare in discesa eccitata dal collo della bottiglia, piano e piano, fino al ventre del bicchiere, com’era bello uccidere le parole che gli dannavano le tempie per la voglia di descrivere il rubigno liquido del sangue sacrificato e imballato nel vetro, succo tecnico di vigne lontane, stillicidio di sole e vento rovesciati morti in questa gola.

Tornando alla macchina, dopo l’acquisto e l’inganno, aveva una macchina questo poeta, datagli dai genitori, per lui, si ricordò di dover comprare il secchio per lo straccio, sia mai un amico lo venisse a trovare, bisognerebbe pulire i pavimenti, si vuole che gli amici in casa di amici, quindi in casa propria, camminino scalzi.
Per raggiungere il discount per la casa, dal supermercato, ci saranno stati 500 metri, ma la macchina la si doveva spostare e si vedevano ad occhio, sulla strada, passando, questi due negozi dirimpettai. Il poeta si trovò come sempre offeso dal paternalismo usato spesso dalle macchine nei confronti dell’uomo. La spia della cintura, dopo 15 o 16 secondi dalla messa in moto, iniziò fastidiosissimamente ad urlare ripetutamente. Stupidissima macchina, ripeté senza formulare un pensiero, lo so io quand’è il caso di proteggermi con la cintura, lo so io, quando m’intralcia per 500 metri o per un parcheggio, presuntuosa spia noiosa ululante, che vuoi saperne tu, della mia protezione contro di me e contro il mondo, che vuoi capirne te dei pericoli che corro io, cretina.

Tornando a casa, dopo aver comprato il secchio e un detersivo biodegradabile, il poeta si chiese se davvero fosse biodegradabile e se davvero le galline allevate a terra sono più felici e come fanno anche gli assorbenti ad essere biologici, come mai le cose biodegradabili non sono le uniche vendibili, come mai ci ricordiamo solo un po’ di dover amare la natura e gli altri e se stessi e pensano davvero, ancora, poi, le pubblicità di servire a qualcosa e perché nelle lettere di motivazione che accompagnano i nostri curricula non mettiamo dei gridi alla Howl di Ginsberg? Faceva fatica, guidando, a tenere l’attenzione degli occhi sulla strada d’asfalto che sembrava grigia carta, c’erano nuvole molto più meritevoli di essere fissate. Quella grotta, nella gobba di quella nuvola così immensa, lo chiamava, o sbaglio, all’avventura? Che fare? Continuare questa guida, questa strada, continuare il percorso per arrivare alla cena, o accostare, al primo bivio, allontanarsi un’oretta dalla terra, che ha così bisogno, oggi, di un esploratore il cielo? Un’altra curva poi decide, un altro giro di tuoni passati e lontani, poi deciderà, un’altra uscita ed è già l’uscita di casa.

Sul divano in affitto, in buona fede, bevendo vino rosso in offerta fittizia, scomparendo come peso sul cuore di quella stanza, si stancò sì delle parole, si stancò pure delle parole civette che si travestono in pensieri rimanendo parole traditrici. Dentro il cerchio della sua mente gli oggetti di tutte le stanze in affitto nel mondo vorticavano spogliati delle parole e delle lingue e delle punteggiature, cozzavano tra loro in incidenti mortali, perivano, resuscitavano, battevano le ossa contro la stretta sintassi del cranio, tondo imperfetto, gabbia invalicabile, fossato infernale. Era troppo chiedere alle parole di farsi da parte ogni tanto, come riusciva a relegarle da parte solo saltuariamente, quando per esempio passeggiava per la mappa vera di una città qualunque?

Quando usciva per le strade, si sentiva deo gratias inghiottito e le inghiottiva, mano a mano che le scendeva o le saliva, si inghiottiva i gatti che rimangono sempre di nessuno, le ombre dei cani, le biciclette legate ai pali e senza ruote, si inghiottiva i muri, con queste croste così poetiche, con queste macchie così sorprendenti, ipnotiche, per le loro forme uniche al mondo, diverse da qualsiasi altra macchia sulle facce dei muri eretti sul pianeta. Le macchie sui muri, nel rimbombo cranico del cattivo poeta, le croste d’intonaco, erano stelle esplose, affascinanti fiori marcenti, schegge di fiumi infranti da impatti di suicidi. A seguirle con le dita degli occhi avevano confini frastagliati e friabili e quattordicimila volte più sensati delle stupide linee delle nazioni e dei continenti, questi ignobili tagli infetti, gonfi di pus, sulla pelle sacra delle terre emerse.

Oh, quando ci pensa, com’era scemata di logica, l’ingenua pretesa degli affitti, per divani o prestazioni, quando avanzata da alcuni macellatori di uomini e di terre, da questi impugnatori indebiti di bisturi, e com’era sempre stata ridicola, l’inescusabile boria dell’incassatore di soldi per le parole in affitto degli intervistati, degli scriventi di parole poi stampate, la grottesca tronfiaggine degli intascatori di proventi per le opinioni, di faccia all’evidenza dello sgretolarsi naturale di tutti i confini!

Sul suo divano in affitto, libero dalle parole, macchiato ora di vino, il nostro caro cattivo poeta aveva dato inizio, quella sera senza vento, testimone più di un dio, alla dissoluzione permanente dei confini tra il dentro e il fuori e dalle cartine geografiche, come dalla superficie della terra, queste righe venivano via sollevandosi verso l’alto, come una scia di lucciole che risalgono in fila notturna, in volo verso il loro nido, nel cratere più in primavera della luna.

Oh, guarda, il cattivo poeta si è addormentato, gli spengo in silenzio la luce, dormirà così in tutte le sue stanze. Clic.


Jessica Mazzotti Jessica Mazzotti (1989) è adesso tirocinante all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (AR). Ha studiato Lettere tra Pisa, Bologna e la Francia. Le è molto piaciuta la teoria freudiana della letteratura di Francesco Orlando e le sue tesi sono state sulle coincidenze in Dora Bruder di Patrick Modiano e sull’aldilà in autori emiliani contemporanei. Le piace molto scrivere ma a volte non trova la penna.

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