Gettare storie nella propria comunità. Intervista a Laura Pugno

– Nicolas Gruarin –

0selvaggia
La ragazza selvaggia

abbi fiducia, la neve coprirà
il mondo, come conosciuto
L. Pugno, Bianco

Capita raramente di imbattersi in un’opera in grado di mostrare la crudeltà che la vita porta a non percepire, restituendo al lettore una partecipazione e un senso di allerta tali da riconoscere tutta l’onestà e l’attenzione di chi quell’opera l’ha scritta. I libri di Laura Pugno appartengono a questa categoria. L’ultimo suo romanzo, La ragazza selvaggia (Marsilio 2016), comincia dall’incontro fra Tessa Santanera, biologa quarantenne che ha scelto di isolarsi nella riserva naturale di Stellaria – progetto nato per ripristinare un territorio su una zona disabitata da tempo –, e Dasha, giovane scomparsa in quel bosco dieci anni prima e regredita a uno stato animale. Figlia adottiva dell’imprenditore Giorgio Held assieme alla gemella Nina, che al momento vive rinchiusa in un coma, Dasha proviene da Chernobyl, «bosco contaminato» che si contrappone a Stellaria, progetto finanziato dall’impresa Techsa di cui Held è socio. La sparizione di Dasha innesca una trama fatta di dolori, fughe e decisioni che attraversa diversi personaggi. Abbiamo rivolto alcune domande all’autrice.

Tessa e Dasha presentano diverse analogie. Entrambe sono state adottate – dalla famiglia Held, la prima; da zia Sagitta, la seconda –, hanno abbandonato il loro nome a favore di un altro – Daria/Dasha, Teresa/Tessa –, sono scomparse, o vivono in una condizione di isolamento dalla società. La scomparsa di Dasha quasi coincide con l’arrivo a Stellaria di una giovane Tessa che viene così descritta: «Aveva un corpo esile e duro, con la pelle scura, i capelli nerissimi raccolti in una treccia sfilacciata che le cadeva su una spalla e le labbra secche, opache. Sembrava come percorsa da una corrente elettrica. Tremava e aveva le unghie delle dita rosicchiate fino alla carne». Dasha viene tratteggiata attraverso le sue mani «dalla presa fortissima», l’olfatto in grado di «fiutare qualsiasi cosa esistesse in natura», i denti «con gli incisivi più usurati degli altri, come se più degli altri venissero usati per masticare», le cicatrici sparse ovunque. Sembra di trovarsi di fronte alla stessa persona, tanto da chiedersi chi delle due sia veramente la ragazza del titolo.

Sicuramente Tessa e Dasha sono in qualche misura affini, o complici. Soltanto il simile può ritrovare il simile? Forse, ma comunque un po’ tutti i personaggi femminili del romanzo – anche Nina, la sorella gemella di Dasha, o Agnese, la giovane madre adottiva, che a un certo punto decide ugualmente di scomparire – sono delle “ragazze selvagge”. Il selvatico e la solitudine vanno insieme: le vere famiglie di questo libro sono famiglie di scelta.

Questo è un romanzo fortemente contemporaneo e al tempo stesso profetico. Emerge netta la volontà dell’uomo di addomesticare la natura e le sue creature a favore di un «simulacro di normalità», soprattutto nel tentativo commovente e patetico di Giorgio Held di salvare le due figlie, ricorrendo all’unico strumento di cui dispone: il denaro, utile a pagare medici specialisti per rieducare Dasha e tentare di far uscire dal coma Nina. Il ripristino di un ordine apparente che rimuova ogni turbamento. Esemplari in tal senso, oltre al comportamento di Giorgio, sono due particolari fisici. Il primo: quando Tessa e Dasha si allontanano da Stellaria tornano a somigliare alla loro immagine passata, inserita nella società, con i capelli che riacquistano le lunghezze dell’infanzia. Il secondo riguarda invece la scelta di Nicola, figlio del socio di Held e innamorato di Nina, di nascondere la singola iride azzurra con una lente a contatto scura per uniformare lo sguardo, abolendo dal suo volto ogni forma di diversità.

Pur essendo più giovane, Nicola è in qualche misura l’alter ego maschile di Tessa, e infatti tra loro si stabilisce un legame che è la somma di molti legami perduti e mancati. Non a caso è proprio Nicola, nei capitoli centrali del romanzo, che racconta a Tessa la storia delle sue due famiglie. Alla fine del libro, anche loro in qualche modo avranno finito per assomigliarsi, e assomigliare alla ragazza selvaggia, che si prendono il compito di accompagnare verso il suo possibile destino.

Nel libro appaiono corpi che inglobano altri corpi, come quello di Agnese, la moglie di Giorgio Held. Una donna che, a differenza del marito, fugge dal dolore e dalle responsabilità di madre e moglie senza fornire spiegazioni. Procedendo nella lettura, proprio perché così schiva e lontana dalla scena, Agnese incuriosisce sempre di più, al punto da aver voglia di seguirla nelle sue sparizioni per conoscerne le ragioni. Da dove viene Agnese?

Agnese è un personaggio inconoscibile, segnato da una profonda sofferenza. Viene vista – da tutti – solo attraverso la sua bellezza e la giovinezza, che la avvolgono come un mantello che rende invisibili. Compie i gesti più estremi della storia: abbandona le figlie senza voltarsi indietro, causa la fuga di Dasha sapendo di poterne causare la morte, eppure è come se le sue ragioni non affiorassero mai dall’oscurità che le avvolge, non potessero mai essere condivise. Forse la solitudine che porta con sé è la più profonda del libro.

Fuori non c’è niente, pensa Tessa. Pioggia, neve e nebbia sono schermi che cancellano ogni cosa e costringono a fermarsi, a non immaginare un futuro, se non all’estero. Un merito delle sue opere consiste nel vedere l’Italia come un Paese in cui poter ambientare storie che escano dall’ordinario, riuscendo a costruire un mondo perfettamente credibile che interroga il lettore. Come nasce Stellaria?

Finora, nei miei libri, ho alternato due modalità: la costruzione di mondi completamente fantastici, anche se mi auguro credibili, come in Sirene o ne La caccia, e l’innesto o l’inserzione di mondi immaginari in una realtà più vicina a noi, come in Quando verrai, in Antartide o appunto in La ragazza selvaggia, anche per dare alla storia che racconto un margine più ampio di libertà. Stellaria è un paese sognato, un paese del ricordo, la riserva naturale che lo assorbe e lo restituisce a un – immaginario? – stato di natura è un progetto forse utopico. L’Italia è un Paese in cui tutto può accadere? Sta a noi immaginarlo, anche in letteratura…

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La neve apre e chiude il romanzo in un movimento circolare, «di bianco in bianco» come recita un verso della sua ultima raccolta di poesie, Bianco (nottetempo 2016). Luoghi e corpi «dove non c’è stagione, ma solo inverno». Due libri usciti a poche settimane di distanza che sembrano nutrirsi a vicenda e rivelano ognuno una parte dell’altro, speculari e distinti come i corpi delle gemelle a seguito del differente sviluppo. Cos’ha portato queste due opere a essere complementari pur affrontando percorsi diversi?

Io cerco di scrivere poesia-poesia e prosa-prosa, di giocare a fondo con le armi di ogni genere, l’esplorazione dei confini del linguaggio o, per riprendere un’espressione di Giulio Mozzi, che poi è stato l’editor di questo romanzo, il “gettare storie nella propria comunità”, ma dietro la separazione apparente c’è in realtà un’unità profonda, un’osmosi. Ogni movimento della mente inizia prima in poesia, nella condensazione, nel distillato. Poi prendono forma delle storie. In una recente lettura dei due libri su «alfapiù», Maria Grazia Calandrone giustamente sottolinea che nella poesia, alla fine di Bianco, sembra affiorare quel noi che nel romanzo ancora forse non riesce a darsi. Ecco, forse la poesia oggi, anche in chi la scrive, vive più fortemente questo noi che è la parola su cui dobbiamo interrogarci.

I confini del romanzo non sono solo geografici o fisici. Il linguaggio – così centrale anche nella sua assenza, come nel caso di Dasha – segna un ulteriore limite tra uomo e natura. Nei suoi romanzi – a eccezione del precedente La caccia (Ponte alle Grazie 2012) – predilige l’uso della terza persona. Qual è il motivo di questa scelta? Leggendola si direbbe che questa tecnica permetta ai personaggi di muoversi e conoscere il mondo in maniera più autonoma, con i loro tempi e modalità.

Tranne La caccia – che è un romanzo incentrato sulla telepatia, raccontato dall’interno della mente dei due protagonisti che confluiscono l’uno nell’altro, con un silenzio e un vuoto al centro – ho sempre preferito scrivere in terza persona, anche se è una terza persona non equidistante, ma per così dire appollaiata sulla spalla del personaggio principale. Di solito prediligo una certa linearità, ma proprio La ragazza selvaggia fa eccezione: è il mio romanzo più polifonico, più romanzesco in senso bachtiniano, anche come intreccio. C’è poi un’altra ragione per la terza persona, ed è la stessa per cui nella mia poesia non affiora se non in una manciata di casi la parola io: voglio mettere avanti l’opera, nascondermi al suo interno. Ciò che può esserci di mio, di autobiografico nei miei libri è accuratamente celato sotto una superficie il più possibile levigata. L’autore scompare, o si perde nel tempo, o diventa una comunità – pensiamo al Gilgameš – l’opera può restare, anche in forme impensabili nel momento in cui è stata scritta, o comunque composta. Mi rendo conto, certo, dell’inattualità di questa scelta, ma non è detto che sia un male.

Da Sirene (Einaudi 2007) a La ragazza selvaggia – includendo le raccolte poetiche – sembra di trovarsi davanti a un’opera in divenire con una compattezza e identità riconoscibili per temi, ambienti e scelte stilistiche. Negli anni il rapporto tra autori e case editrici è profondamente mutato: se un tempo le opere di un autore godevano di un’organicità anche estetica, grazie all’appartenenza a una precisa collana editoriale, oggi derive e approdi sembrano più caotici e repentini, dettati da esigenze differenti. Lei come vive tale cambiamento e come pensa che i lettori lo percepiscano?

Il tempo ha vissuto un’accelerazione, anche per quanto riguarda la vita dei libri in libreria, e le case editrici italiane negli ultimi anni hanno dovuto pensare soprattutto a sopravvivere, le piccole come le grandi. Qualsiasi altra considerazione è passata in secondo piano. Oggi forse – ma è una sensazione, non un dato – c’è un po’ più di respiro, e forse anche una maggiore capacità di pensare insieme strategie a livello di editoria indipendente. Spero di non sbagliarmi… La sfida non è più esordire, che è diventato (relativamente) facile rispetto ad anni fa: la questione è durare nel tempo, e questo accade solo se c’è un’identità dell’autore, e dell’opera. Detto ciò, il rapporto con l’editore è fondamentale, perché è il primo vero lettore di un libro, e quello che deve amarlo di più: i libri possono avere molte vite, mai come oggi, ma sono vite che si costruiscono insieme. Non è di meno editoria che abbiamo bisogno – penso all’autopubblicazione – ma di più. Non so se i lettori percepiscano tutto questo. I lettori forti – i veri eroi, anzi soprattutto eroine, che consentono all’editoria italiana di continuare ad andare avanti – sicuramente sì.


Nicolas Gruarin è nato nel 1987. Collabora con le riviste 404: file not found, Lavoro culturale e Flanerí.

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