Immaginare la memoria, raccontare il presente: la finzione, l’immagine e la storia secondo Joana Hadjithomas e Khalil Joreige

– Roberta Agnese –

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Le cercle de confusion 1997 Joana Hadjithomas & Khalil Joreige Tirage photographique découpé en 3 000 fragments tamponnés et numérotés sur miroir. © Joana Hadjithomas & Khalil Joreige. Galerie In Situ — fabienne leclerc.

Se souvenir de la lumière, ricordarsi della luce, è il bellissimo titolo di una delle mostre attualmente in corso al Jeu de Paume di Parigi. Inaugurata il 6 giugno scorso, l’esposizione è una retrospettiva sui generis, dedicata al lavoro della coppia di artisti e cineasti libanesi Joana Hadjithomas e Khalil Joreige, ancora nel pieno della loro attività. Il lavoro dei due artisti, nati a Beirut nel 1969, prende avvio dall’esperienza diretta delle guerre civili libanesi che hanno devastato il paese per quindici anni, dal 1975 al 1990: Hadjithomas e Joreige assumono infatti il compito – che condividono con un’intera generazione di artisti, fotografi, architetti, registi, attori, scrittori – di costruire e raccontare una memoria laddove non vi è né una storiografia ufficiale che dia conto degli anni del conflitto né una narrazione condivisa del passato più recente. Un passato reso opaco da una legge di amnistia che, promulgata nel 1991 con lo scopo ufficiale di superare rapidamente il désastre démesuré (Jalal Toufic) degli anni della guerra, ha avuto l’effetto indesiderato di creare un enorme e incolmabile iato tra un passato vissuto e iscritto nella memoria delle persone e dei luoghi e quello ufficialmente rimosso.

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Les Objets de Khiam 1999-2013 Joana Hadjithomas & Khalil Joreige Sélection à partir d’une série de 63 tirages numériques sur papier. © Joana Hadjithomas & Khalil Joreige. Galerie In Situ — fabienne leclerc

La memoria è dunque il filo conduttore della mostra, un tema di cui vengono però esplorate e declinate le tante accezioni: la memoria è ciò che affiora nel ricordo ma anche ciò che resta sommerso o latente e che deve essere riattivato; è un segno o la traccia ma anche, e forse soprattutto, ciò che deve far irruzione nel presente. Il ricordo e la memoria diventano così gli strumenti per affrontare il tema dell’assenza e della scomparsa: come fare per conferire loro materialità, spessore, tangibilità, estensione? E che cosa fare del tempo che scorre, quando si sedimenta in un passato che non riesce a farsi storia? Come fare di tutto questo una forza capace di funzionare attivamente nel nostro presente? La chiave per tentare di rispondere a queste domande passa inequivocabilmente per una messa in questione radicale della forma finale che il lavoro di questi artisti assume, che è l’immagine, filmica e fotografica, e dello sguardo – il nostro, oggi – che a queste immagini si affida. Il percorso della mostra, articolato in cinque capitoli, è dunque vertiginoso e pone, attraverso questa incessante ricerca sulle possibilità – poetiche e tecniche – di rappresentare il passato, delle questioni urgenti sulla contemporaneità; sul rapporto del nostro presente con un passato di cui di cui vi sono solo tracce e non immagini; sulla necessità di raccontare un conflitto, di cui gli artisti mostrano non già la violenza stessa, ma gli effetti di questa violenza sulla rappresentazione. E alla domanda su come rappresentare l’irrappresentabile, sia esso l’orrore della guerra o il rimosso, Joana Hadjithomas e Khalil Joreige rispondono attraverso la finzione, che sola può dar forma e voce ad un immaginario collettivo ancora en train de se faire. Occorre “conformare l’immagine del passato al presente”, dicono gli artisti, e declinare al presente l’immagine del passato vuol dire far funzionare questo passato oggi, riattivarlo, renderlo ancora vivo e ‘disponibile’.

Dalla memoria, lungo il percorso espositivo, si passa allora al presente che irrompe nell’immagine: un’immagine che brucia, come nel caso delle cartoline di guerra della serie Wonder Beirut. Qui, un artistic process si sovrappone a un historical process attraverso il lavoro di un fantomatico fotografo piromane che, per ‘documentare’ la progressione della guerra, decide di bruciare le cartoline che ritraggono una Beirut che non esiste più, seguendo gli sviluppi del conflitto e cercando di mostrare, in maniera fittizia, l’incidenza concreta e tangibile della guerra sulla città, altra grande protagonista della mostra. Un’immagine che, latente, riaffiora e si mostra nuovamente, come nel caso di Lasting Images, in cui fantasmatiche figure emergono sullo sfondo di una pellicola usurata dal tempo; esempio di una riattivazione concreta, tecnica e poetica al tempo stesso, del passato nel presente e una riflessione potente sulle possibilità di mostrare l’invisibile, il sommerso, il rimosso attraverso la persistenza delle immagini che restano e che resistono, in un certo senso. Un’immagine che svanisce, come in Cercle de Confusion, enorme fotografia aerea di Beirut letteralmente smontata dai visitatori che ne prelevano via via i tremila frammenti di cui è composta. Se questi tasselli tutti insieme restituiscono una visione della città, ogni singolo tassello, isolato dal gesto del visitatore, non mostra più niente: sul retro di ciascun frammento si legge, infatti, Beyrouth n’existe pas.

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Se souvenir de la lumière, 2016 Joana Hadjithomas & Khalil Joreige 2 vidéos HD, couleur, son, durée : 8 min. Coproduction Sharjah Art Foundation, Sharjah. © Joana Hadjithomas & Khalil Joreige. Galerie In Situ — fabienne leclerc

Forse è proprio nell’astrazione del dettaglio che si apre la dimensione del possibile e la finzione si trova così a occupare lo spazio di quei media che, come il cinema o la fotografia, fanno del tempo, fissato, registrato, dispiegato e narrato, la loro materia prima e di cui si dice possano catturare la realtà facendosene indice. Il paradigma della traccia, però, è qui svolto e stravolto: a interessare gli artisti non è tanto se si possa o meno restituire un’immagine fedele del passato quanto dar conto dell’urgenza, del bisogno e delle possibilità aperte dalla creazione, nel senso di una poïesis che preleva materiale dal reale per farne qualcosa di nuovo e inatteso.

Perfetta incarnazione dell’ampio progetto degli artisti, la cui attività nasce dall’emergenza di poter e dover raccontare la guerra, è il lavoro sul campo di detenzione israeliano di Khiyam. Di quest’opera composita, al Jeu de Paume vengono presentate Khiam (2000-2007) e Objects of Khiam (1999-2013). Il campo di Khiam fu attivo e operativo durante l’occupazione israeliana del sud del Libano dal 1985 al 2000, controllato dalla milizia ausiliaria israeliana dell’Esercito del Libano del Sud. Fino al 2000 era impossibile recarsi nella zona del campo, di cui non circolava nessuna rappresentazione, nessuna immagine. Dal maggio del 2000, in seguito alla liberazione del Libano del sud dall’occupazione israeliana, il campo è stato dapprima smantellato, trasformato poi in un museo, prima di essere completamente distrutto da raid Israeliani nel 2006. Gli artisti hanno incontrato per due volte, nel 2000 e nel 2007, Sonia, Afif, Soha, Rajae, Kifah, Neeman, rimasti prigionieri nel campo per più di dieci anni. Sguardo dritto in camera, nei video di Khiam (2000-2007) questi ex prigionieri raccontano nel dettaglio, durante la prima intervista, che cosa significa vivere o meglio sopravvivere in una cella di 1,8×0,8 metri, privati di tutto. Otto anni dopo, in occasione della seconda intervista, questi prigionieri affrontano il tema della liberazione del campo e della sua totale distruzione, quello della memoria quindi, ma anche le problematiche sollevate della ricostituzione del campo in museo e del potere della rappresentazione. Come controcanto a questi video – grazie ai quali è possibile fare esperienza, nel racconto e nell’immagine, dell’incidenza della violenza e del tempo sui volti e sulla vita – viene presentata la serie Objects of Khiam, intensa documentazione sugli oggetti fabbricati da questi stessi detenuti. Principalmente palestinesi e libanesi, arrestati senza processo, costretti a sopravvivere in condizioni disumane, esposti alla tortura e alle sevizie, privati di ogni bene necessario e non, di ogni contatto umano e di qualsiasi attività, i detenuti del campo di Khiyam hanno gradualmente iniziato a creare artefatti e a fabbricare cose, a partire dal niente che avevano a disposizione (un filo, i denti, etc.). Sono oggetti che parlano della guerra, delle ingiustizie, della disumanità ma anche della resistenza e della forza della creatività, poiché nel campo si creava per disobbedire e per resistere, come spiegano gli artisti sul loro sito: “I prigionieri hanno sviluppato e si sono scambiati tra loro tecniche di produzione straordinarie, che permettevano loro di comunicare, di creare, di disobbedire e di preservare quel senso di umanità che un campo di questo genere tentava di sradicare”.

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Khiam 2000-2007 Joana Hadjithomas & Khalil Joreige 2 vidéos, couleur, son, durée : 103 min. © Joana Hadjithomas & Khalil Joreige. Galerie In Situ — fabienne leclerc

Una parte importante della mostra è dedicata al progetto On scams (I must first apologise), avviato nel 1999. Questi scam, tentativi di truffa invitati via mail, sono stati raccolti dagli artisti per anni: quelli scelti per realizzare il progetto sono tutti scritti alla prima persona e presentano domande di denaro formulate a partire da vicende singolari ma inserite in contesti più ampi di instabilità geopolitiche, economiche o in situazioni di conflitti reali, così da conferire maggiore credibilità alle richieste. Di questo progetto, l’esposizione presenta in particolare due lavori: Géométrie de l’espace (2014), un’opera à metà tra il disegno e la scultura, costituisce una sorta di mappamondo, un possibile atlante geografico degli scam, una cartografia alternativa dei conflitti e delle crisi mondiali; La rumeur du monde (2014) è invece una grande video-audio-installazione, in cui volti e voci di attori non professionisti recitano i testi degli scam, esponendo il visitatore appunto al rumore del mondo, fatto di narrazioni concorrenti in cui la frontiera tra la verità e la menzogna diventa instabile, scompare, e delinea al contempo una versione plausibile dello stato delle cose.

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Géométrie de l’espace 2014 Joana Hadjithomas & Khalil Joreige Acier oxydé étiré, dessins muraux, livre. © Joana Hadjithomas & Khalil Joreige. Galerie In Situ — fabienne leclerc

In questo modo, i due artisti hanno quindi creato un vero e proprio percorso narrativo che mette in scena una sorta di versione refoulé della storia:

“Se letti attentamente, questi scam che abbiamo raccolto raccontano una storia degli anni passati: i conflitti, le guerre, i mutamenti, le evoluzioni economiche globali, le fluttuazioni delle valute finanziarie, gli estremismi religiosi, i disordini politici e persino i disastri ambientali…si tratta di archivi virtuali in grado di far emergere una cartografia dei conflitti, sono un sintomo dello stato del mondo e delle complesse relazioni esistenti tra il nord e il sud, ancora mosse da ideologie coloniali, e allo stesso tempo questi scam costituiscono lo spazio per incontri singolari ed esperienze poetiche”.

Se souvenir de la lumière è, infine, l’opera inedita realizzata per la mostra a cui dà il titolo. Nel buio di una sala, l’installazione video si scompone in due schermi che si richiamano l’un l’altro. Sono immagini subacquee, quelle che vediamo: dei corpi s’immergono e vanno sempre più a fondo, un tessuto colorato attraversato dalla luce fluttua fino a inabissarsi. Nell’acqua, affermano gli artisti, le percezioni cambiano e i colori scompaiono uno a uno fino a perdersi nell’oscurità totale. Nell’oscurità degli abissi, abbandonati alle correnti, esistono tuttavia degli organismi che, come il plancton, affermano Joreige e Hadjithomas, si ‘ricordano’ della luce e la emettono. Che sia un lampo o una costellazione, è il tentativo di emergere nuovamente, in qualche modo: ricordarsi della luce, ritornare alla vita. Il lavoro prende così una piega immediatamente attuale, sebbene non direttamente rivendicata dagli artisti, e queste immagini fluttuanti evocano altri flutti, altre ‘immagini alla deriva’, come il gruppo di ricerca Forensic Oceanography – con riferimento lessicale al lavoro della videoartista Hito Steyerl – designa le immagini delle tragedie del mare. Derive che sono consumate dall’evento mediatico, sulla cui superficie fluttuano senza lasciar traccia, proprio come non è possibile lasciare una traccia nel mare.

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Se souvenir de la lumière 2016 Joana Hadjithomas & Khalil Joreige 2 vidéos HD, couleur, son, durée : 8 min. Coproduction Sharjah Art Foundation, Sharjah. © Joana Hadjithomas & Khalil Joreige. Galerie In Situ — fabienne leclerc

Molte altre sono le opere presentate in occasione di questa ricchissima mostra, opere la cui forza sta proprio nella capacità di parlare di un evento precisamente situato nello spazio e nel tempo, come la guerra civile libanese, e di agire contemporaneamente da vera e propria cassa di risonanza per altri tempi e luoghi che attendono di essere rivelati e raccontati. L’orizzonte dell’immaginabile e del rappresentabile è immediatamente ampliato e la domanda sul rapporto tra la finzione e la storia sfacciatamente posta.

“La maggior parte del tempo, ci sforziamo di affrontare nei nostri lavori una situazione e una preoccupazione ben specifiche. Molto precise. E più siamo precisi e ‘locali’, più quest’attitudine permette a certi territori di estendersi. Bruscamente, l’eco si espande ad altri territori, ad altre dimensioni, ad altre epoche. Noi siamo convinti che esista un territorio dell’arte e del cinema e che questo territorio sia il luogo in cui abbiamo la possibilità di condividere questioni e problematiche di ordine politico, estetico e formale. Ecco cosa è interessante per noi, quando tutto ciò riesce a creare altre reti, a raccordarsi ad altre dimensioni, nel tempo e nello spazio”.1

Se relazionarsi con la storia e con la memoria è dunque una necessità, il compito che questi due artisti assumono è quello di fare di questa necessità un’occasione per pensare il possibile: pensare l’immagine come un frammento, un frammento come un traccia, una traccia come un potenziale, una ‘riserva di immaginazione’ e dar vita così ad un lavoro eminentemente politico, con cui tessere i legami tra la storia, il presente e l’azione che noi possiamo intraprendere, qui ed ora. In un certo senso, le loro opere ci parlano in fondo di una possibilità, che è la nostra, di farci carico del mondo.

La mostra Se souvenir de la lumière è al Jeu de Paume di Parigi fino al 25 settembre. Chi non potrà visitare la mostra, può scoprire il lavoro degli artisti attraverso il loro sito.

1 Brano tratto dall’intervista pubblicata nel catalogo della mostra, che uscirà nel mese di luglio, co-ed. Jeu de Paume/Sharjah Art Foundation/Haus der Kunst, Munich/IVAM. Interviste degli artisti con Okwui Enwezor e con José Miguel G. Cortés e Marta Gili, testi di Hoor Al Qasimi, Philippe Azoury, Omar Berrada, Boris Groys, Brian Kuan Wood, Nat Muller e Anna Schneider. Traduzione mia.)


Roberta Agnese è romana, fa una tesi di dottorato in filosofia a Parigi e si occupa, per lavoro e per passione, di fotografia contemporanea. Le attività che predilige e a cui dedica la maggior parte del suo tempo sono i corsi di estetica per gli studenti della sua stessa università e l’aggiornamento costante del suo account Instagram. Le periferie sono casa sua.

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