Solo andata

30. Balla, scimmietta

– Nicole Siri –

James Grashow, The Great Monkey Project
James Grashow, The Great Monkey Project

È una serata importante per la casa editrice/libreria indipendente/galleria d’arte dove lavoro, c’è un ospite di prestigio. Per questo la ditta sfodera il suo meglio: la fontana giapponese è accesa e mormorante, la sala è profumata da cascate di fiori, il catering è firmato da Gérard Mulot, uno dei rosticcieri più eleganti di Parigi. Gli invitati chiacchierano avvolti nei loro abiti da cocktail, e io servo lo champagne e controllo che il tavolo del buffet sia sempre pieno e in ordine.

Sapete cos’è un pain surprise? I pain surprise sono il punto forte del buffet, stasera. Immaginate un grosso panettone, ma salato. Se ne taglia via orizzontalmente la parte superiore. Poi si svuota il pane di tutta la mollica, e lo si riempie di piccoli tramezzini. Infine, la parte superiore (quella che era stata tagliata) si rimette a mo’ di coperchio sopra il panettone riempito, magari abbellita da un fiocco. Quando si serve il pain così lavorato si solleva il coperchio davanti agli ospiti e, surprise! voilà i tramezzini.

Ne ho appena portato uno dalla cucina, lo sto appoggiando sul tavolo quando un’ospite mi ferma. Con quel fiocchetto il coperchio sembra proprio un cappellino! Mettitelo in testa, che ti faccio una foto!

Resti interdetto per un istante, pensi che forse sei tu che hai capito male: non è possibile che quella donna, con quel sorriso così allegro, ti stia davvero chiedendo di metterti un panino in testa per divertirla. Ma lei ti sorride e aspetta, e capisci di aver capito bene, e ti chiedi: che conseguenze avrà sul mio impiego se mi rifiuto di mettermi un panino in testa? Intanto lei continua a sorridere e ti porge il pane, e tu ti giri e guardi i tuoi colleghi in cerca d’aiuto, e vedi che stanno sorridendo e hanno un panino in testa, mentre un’amica della donna li fotografa. Lo conosci quel sorriso nella tua collega, significa devo compiacerti perché mi serve lo stipendio, ma spero tanto che ti venga la diarrea: e allora pensi che se lei, che lavora qui da molto più tempo di te, si sta prestando a questa umiliazione, allora vuol dire che le responsabili non lo accetterebbero, se rispondessimo a tono.

E così prendi il pane e te lo appoggi sulla testa. La donna ti dice di sorridere di più, hai il volto un po’ imbronciato. E tu sorridi di più, e lei ride, vi fotografa, applaude. E tu non dici niente, continui a sorridere e aspetti che finisca.

Un mese dopo, ad un altro ricevimento, la stessa persona ti porta una copia stampata della fotografia, perché è stato un momento così divertente che ci teneva proprio che ne serbassi un ricordo anche tu. Non ci credete? Pensate che questa storia sia stata esagerata per calcare un po’ la mano? Eccomi qua, panino in testa e sorriso del tutto spontaneo.

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Cosa dovrei dire a una persona che non vede niente di inappropriato nel chiedermi di mettermi un panino in testa, solo perché sono la cameriera? Che ho fatto la Normale, che sto scrivendo una monografia su Proust? Che sì, ora sto servendo i pain surprise, ma di solito qui faccio l’editor? E perché mai? Come se fosse più legittimo chiedere di mettersi il panino in testa a una persona che ha studiato in un’università dal nome meno altisonante, o a una persona che non ha potuto studiare, o a una persona che, banalmente, ha fatto altre scelte rispetto al chiudersi in una biblioteca — tipo, per esempio, vivere.

Eppure c’è un istante in cui è proprio quello che vorresti fare. È una frazione di secondo in cui la rabbia che ti stringe lo stomaco è una rabbia cieca, e hai l’istinto di usare, per difenderti, tutti i mezzi che hai: e sai che, nel tuo caso, sbattergli in faccia la tua laurea, sbandierare come un feticcio i tuoi titoli sarebbe il modo più veloce. Hai bisogno di fare un respiro per ricordare a te stessa che non è questo il punto, che non faresti altro che ricadere nella loro stessa logica, alimentarla.

Sono tante le cose che ti senti dire quando sei un europeo del Sud che tenta di impiantarsi al Nord.
Sei molto educata per essere italiana!
Mi piace il modo di fare ricerca di voi italiani. Noi francesi siamo così razionali e cartesiani, invece voi più che ragionare vi fondate sulle passioni e parlate delle vostre impressioni, ma a volte dite comunque cose molto interessanti!
Forse in Italia si usa fare la “festa di laurea” perché, siccome siete poveri, quando vi capita di avere qualcosa ci tenete a festeggiarlo!
Sono tante anche le cose che ti senti dire o chiedere quando ti capita di fare un lavoro che alcuni considerano poco prestigioso, come in questa storia del panino. Un’altra volta vi racconto di quell’uomo che, una sera che servivo il vino dietro un tavolo messo un gradino più in alto rispetto a me, non ha pensato neanche per un momento che forse non era il caso di chiedermi: Scusi, ma c’è un gradino o lei è una nana?

Quello che puoi imparare, però, è un’empatia che le biblioteche non insegnano. L’hai letto sui libri che alle persone viene dato un valore diverso a seconda del prestigio che la cultura attribuisce a quello che fanno, o a seconda del paese da cui vengono, e hai sempre pensato che fosse ingiusto. Ma è quando capita a te che lo senti, che è ingiusto, e che capisci cosa significa lungo diverse sfumature che il pensiero astratto tende a trascurare: l’incredulità, prima; la rabbia, poi; alla fine, il sentimento di impotenza. E ti senti anche un bel po’ stupido, e un bel po’ privilegiato, per averlo imparato in maniera più profonda soltanto adesso. L’ultimo sentimento che provi, quando pensi che vorresti parlarne ma che tutto quello che hai da dire è un’ovvietà, è la vergogna.

Poi ti capita, qualche mese dopo, di andare a bere una birra con dei vecchi compagni di Normale. Sono venuti qui per un soggiorno accademico, ovviamente; uno di loro divide l’appartamento con alcuni ragazzi italiani che fanno i camerieri. Sono simpatici eh, ti dice, ma cosa vuoi, non hanno mai avuto le idee chiare, non hanno mai avuto gran voglia di fare, e adesso sono qui, poveretti, fanno una vitaccia. Hai sempre detestato la spocchia di chi si sente avvolto da una sorta di aura perché fa un lavoro intellettuale, ma, ancora, è solo adesso che questo paternalismo suscita in te sentimenti davvero violenti. Più avanti nella serata, in maniera simile, ti renderai conto che per la tua riluttanza a voler fare un dottorato, per il fatto che ora lavori (lavoricchi: perché ovviamente sei precaria, perché ovviamente sei pagata poco) in un ufficio, e dai tuoi racconti non si capisce bene se il tuo lavoro è davvero intellettuale o piuttosto amministrativo, i vecchi compagni non ti considerano più una loro pari. Se tu pensi di aver dato un calcio a quello che facevi per cercare qualcosa di più, loro, invece, ti stimano di meno in quanto persona. Scoprirai che lo pensano persino alcuni tra i tuoi migliori amici: d’ora in poi, quando ti capiterà di parlare con loro di filosofia o di ricerca, scorgerai una sottile condiscendenza, che prima non c’era.

Ed è a questo punto che arriva qualcosa che mitiga un po’ la tua vergogna, ma soltanto per lasciare spazio a un sentimento molto più amaro. Ti accorgi che il problema non è soltanto tuo: ti accorgi che le ovvietà che senti di aver scoperto così tardi sono ancora del tutto sconosciute a tutto un gruppo di persone che dovrebbero fare dell’empatia una parte fondamentale del loro mestiere, se ci tengono a farlo bene, e che invece non riescono a uscire dalla loro bolla.


Nicole Siri è nata a Genova e ha vissuto anche a Pisa, Parigi e Londra. Ha studiato lettere moderne e gender studies. All’estero ha lavorato nell’editoria e, brevemente, anche per un lobbista dell’industria cinematografica. I suoi prossimi progetti, di vita e di ricerca, ruotano intorno alla felicità.

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