L’ultras come bestia mediatica. Mario Staderini racconta i suoi 30 anni di curva

– Valerio Valentini –

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Lo sbotto arriva dopo quasi un’ora e mezza d’intervista. «Vuoi capirlo che mi rifiuto di parlare di questo argomento così, come se non ci fossero stati vent’anni di luoghi comuni a inquinare qualsiasi dibattito sul tifo nelle curve? Gli ultras sono stati trattati come dei mostri, da tutti i media».
L’insofferenza con cui Mario Staderini continua a rispondere alle mie domande è uguale solo alla cortesia con cui mi ha invitato a raggiungerlo a casa sua, a pochi passi da Largo Argentina, in un sabato pomeriggio di fine aprile che per Roma – e non solo per la Roma – è quello seguente all’apoteosi, l’ennesima, di Francesco Totti. (Ovviamente sì, nel corso di quest’ora e mezza abbiamo parlato anche della diatriba tra il Capitano e Spalletti, riesplosa dopo il 3-2 col Torino: però ho promesso, subito pentendomene, di non riportare gli aggettivi utilizzati da Staderini per descrivere quello dei due contendenti a cui si sente meno legato).
Avevo chiesto conferma, per telefono.

Ma proprio a casa sua, dottor Staderini? Ne è sicuro?

«Certo, anche perché ho una gamba ingessata e non posso muovermi. Però non voglio il lei».

Scusi?

«L’intervista la facciamo solo se ci diamo del tu».

Mi apre la porta e mi fa cenno di scegliere la sedia che preferisco. Lui si sposta da una parte all’altra del suo appartamento spartano con una velocità impensabile per un invalido: una gamba che spinge sul pavimento e l’altra, quella infortunata, appoggiata su una sedia girevole con le rotelle, che si muove come fosse uno skateboard.
Mi racconta del suo mal di schiena, mi chiede se voglio qualcosa da bere. Il tavolo della cucina è ingombro di quelli che appaiono i residui di una festa della sera prima. Tutto molto amichevole, tutto molto informale. L’atmosfera mi sorprende, anche se – viene da pensare – è un po’ quello che ci si aspetta da un ex segretario dei Radicali Italiani (dal 2009 al 2013) che ha fatto di alcune rognose battaglie – tipo quella sui soldi regalati dallo Stato alla Chiesa attraverso l’otto per mille – l’impegno di un bel pezzo di vita. Sul divano su cui prende posto, oltre a un cuscino multicolore, Novantatrè, il libro di Mattia Feltri su Mani Pulite. Staderini segue la linea del mio sguardo diretta verso la copertina:

«Novantatré. L’anno in cui m’iscrissi per la prima volta al Partito Radicale».

E in curva? Quand’è che ci è entrato per la prima volta?

«Non avevamo detto di darci del tu?»

Già. Da quanto tempo frequenti la Sud?

«Primo abbonamento nel 1983. L’ultimo nel 2010: ho smesso con l‘introduzione della tessera del tifoso».
(Cerco il supporto di Wikipedia, sperando che non venga notata la mia mano che scivola nella tasca della felpa. Leggo: “Mario Staderini, Roma, 20 aprile 1973”. Ricordavo bene)

Scusa, hai detto 1983? Ma avevi 10 anni!

«Un’età normale per entrare in curva. Vivevo a Garbatella, e allo stadio andavo con mio padre e i suoi amici. È stato così per quattro o cinque anni».

E poi?

«Poi ho cominciato a frequentare la Sud con i ragazzi di Tor de’ Cenci e Spinaceto, dove mi ero trasferito. Eravamo quelli dello stendardo “NO AL CALCIO MODERNO”. Per me le amicizie all’epoca erano fondamentalmente di due tipi: quelle che nascevano nel quartiere, e che il tifo cementificava; e quelle che invece era proprio la curva a crearle, come se tutto ciò che avvenisse fuori dallo stadio fosse una sorta di prolungamento di quello che vivevo dentro».

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All’inizio, dunque, la chiacchierata si articola in modo molto tranquillo. La prima incrinatura, il primo silenzio carico di sospetto, si presenta quando chiedo a Staderini se ha continuato ad andare in curva anche negli anni in cui ricopriva cariche importanti nel partito.
«E certo. Perché me lo chiedi?»

Beh, pensavamo alla difficoltà di conciliare la militanza radicale con certi valori e certi codici della curva: la gerarchia, l’obbedienza al capo…

«Bah, questa non è la curva. Almeno non è quella che ho conosciuto io. C’era rispetto reciproco, certo, solidarietà di gruppo. Ma gerarchia, obbedienza… Assolutamente no. Anzi, io ricordo perfino una notevole libertà d’espressione, anche quando veniva espressa in toni goliardici».

Davvero?

«Senza dubbio. Una volta inventammo perfino un coro che ebbe un certo seguito. Era contro il pupazzo-lupo, la mascotte che a un certo punto cominciò a venire sotto la curva a pochi minuti dall’inizio della partita. Fine anni ’90, se ricordo bene: le prime avvisaglie di marketing pallonaro, di quel calcio moderno che già c’infastidivano. Ecco, quel coro lo lanciammo in poche decine di tifosi, senza chiedere permesso a nessuno».

E come andò a finire?

«Ci fu una mediazione. Il pupazzo accettò di salutare la Sud solo da lontano, senza avvicinarsi. Il tutto si svolse in modo piuttosto simpatico».

Hai mai fatto parte di un gruppo ultras?

«Ai tempi storici del Cucs, il Commando Ultrà Curva Sud, anch’io ero tesserato. Eravamo in migliaia: oggi sarebbe impensabile. Però non mi definirei a tutti gli effetti un ultras: e lo dico per rispetto a chi ultras lo è stato davvero, per decenni, facendosi il culo ogni settimana. Mi è sempre piaciuto, questo sì, stare nelle zone più vive della curva, nella parte bassa».
Quello che vorrei, da Staderini, è che mi aiutasse a tracciare la parabola del mondo della curva negli ultimi vent’anni: le evoluzioni, le convulsioni, i cambiamenti di un ambiente che, nei suoi aspetti più intimi e genuini, è spesso rimasto oscuro a milioni di non-tifosi. Perché proprio Staderini? Perché oltre ad averla vissuta, la curva, la ha anche studiata. Da esponente radicale, ha promosso varie iniziative per opporsi a quella che lui ritiene una narrazione stereotipata del mondo ultras.
«Una narrazione che ha portato a non capire cos’ha rappresentato, negli ultimi trent’anni, la curva. A Roma e non solo».

Ecco, cos’ha rappresentato, secondo te?

«Il settore più caldo, ma anche più pensante, della tifoseria. La curva è stata animata da una costante voglia di essere parte attiva dell’evento, e non solo consumatrice silente. Uno dei pochi luoghi di aggregazione giovanile capace di elaborare una propria cultura e di rappresentare, a suo modo, una palestra di vita. La creatività, la fantasia che spesso ha animato le curve, poi, hanno segnato intere generazioni, andando oltre il fatto calcistico».

Non è un po’ troppo?

«Quante manifestazioni, dagli anni ’90 in poi, hanno preso in prestito, o ricalcato, stili, slogan e cori concepiti nelle curve? Quanti temi espulsi dall’agenda dell’informazione hanno trovato lì una visibilità inaspettata? Quanta tensione sociale è stata riassorbita nell’entropia delle curve? Nel 2007 condussi una ricerca sul caso inglese, che è poi quello che quasi sempre si cita per giustificare le sanzioni più dure contro tifosi e ultras. Ebbene, gli indicatori segnalavano che dopo la trasformazione “di classe” del pubblico degli stadi che accompagnò le misure antihooligans, nella società inglese era esploso il fenomeno delle gang di quartiere ed erano aumentati episodi di violenza a sfondo politico o razziale».

È la dimostrazione che la repressione, da sola, non funziona?

«Certo. Tanto più che in Italia è stata condotta attraverso misure a volte folli e incostituzionali».

Affermazione impegnativa, converrai.

«Per niente. Le leggi sulla sicurezza negli stadi, da vent’anni a questa parte, sono nate come reazione a fatti gravi di cronaca, così che tutto venisse giustificato nella logica della necessità, dell’urgenza. Non è un caso che dal ’94 in poi si sia puntualmente fatto ricorso allo strumento del decreto legge per introdurre nuove norme in questa materia».

Incostituzionali, però, significa una cosa ben specifica.

«Puoi chiedere conferma a giuristi ed esperti, se non ti fidi di un radicale. L’accumulo di queste norme emergenziali, spesso presentate come transitorie e invece stratificatesi negli anni una sull’altra, ha di fatto portato a notevoli forzature, e a non poche eccezioni alle garanzie costituzionali. Già i nomi sono rivelatori: flagranza virtuale, Daspo preventivo…»

Ma per anni si è detto che bisognava prevenire, no?

«Certo, ma farlo arbitrariamente è controproducente. Qui si è affermato il principio che qualcuno può essere sanzionato sulla base del sospetto che potrebbe commettere un reato. Le misure preventive di cui parliamo limitano la libertà di circolazione, e per di più sono applicabili dal questore anziché dal giudice. Per non parlare dell’adozione di misure coercitive pur in presenza dei requisiti per la sospensione della pena. Roba che neanche per mafia e terrorismo».

Parli di esagerazioni? Fammi un esempio concreto, però.

«E allora spingi!»
Staderini si agita, si trasferisce con un movimento impacciato dal divano alla sedia con le rotelle e mi chiede di accompagnarlo alla libreria, dall’altro lato della stanza.
«Spingi spingi.»
Prende un volumetto viola, lo sfoglia. Poi consulta sull’Ipad alcuni suoi vecchi articoli ancora rintracciabili sul web. Esulta.
«Eccolo. L’articolo 674 del codice penale punisce il getto pericoloso di cose con l’ammenda o con un mese di arresto; ma se commetti lo stesso reato durante una partita di calcio, rischi fino a 6 anni di galera».

Ma agli occhi di molti, tutto ciò si giustifica proprio alla luce di quegli episodi di violenza che nel gergo giornalistico – per quanto fastidioso possa essere – vengono classificati come “oggettivamente inaccettabili”. E come tali vengono considerati da milioni di persone.

«Si giustificherebbe magari se alla fine queste misure fossero utili e ragionevoli. Invece, l’unico provvedimento che ha determinato una contrazione degli episodi di violenza è stato il divieto di fatto delle trasferte. Peccato però che quegli strumenti da stato di polizia introdotti per l’emergenza calcio ora sono rimasti nel nostro ordinamento e possono essere estesi ad altre emergenze, come ad esempio accade ogni volta che avvengono incidenti durante manifestazioni politiche».

Dunque è a questo che si deve la crisi delle curve e dei movimenti ultras: alla repressione?

«Beh, se per uno striscione non autorizzato o una bottiglietta di plastica si rischiano anni di galera, è chiaro che chi è motivato dalle migliori intenzioni penserà “ma chi me lo fa fare” e mollerà. Anche se va detto che la questione più complessa».

Cioè?

«Dagli anni ’80 ad oggi il calcio si è trasformato: da sport nazionale e fenomeno sociale è divenuto una delle prime dieci industrie italiane, con un giro d’affari stimato in 13 miliardi di euro l’anno. Questo ha cambiato i valori in campo, riducendo lo spazio per una partecipazione attiva del cittadino-tifoso. L’incapacità delle istituzioni di governare il fenomeno calcio nella sua globalità ha poi fatto il resto. Pensiamo alle infrastrutture: stadi fatiscenti, fuori norma, e difficili da raggiungere. Italia ’90 doveva essere il momento per gettare le basi del futuro: si è rivelata un fallimento. E poi ovviamente anche il fatto sportivo in sé, ha contribuito: gli scandali legati alle scommesse, il doping, calciopoli. L’autoritarietà, anziché l’autorevolezza, con cui lo Stato ha affrontato la questione tifo organizzato è dunque l’ultima di una serie di incapacità».

Si possono rintracciare anche cambiamenti sociali, alla base di questa crisi?

«Sicuramente. Alcune modifiche dello stile di vita sono per certi versi incompatibili con la militanza di curva. Fino agli inizi degli anni ’90, ad esempio, nel settore pubblico e non solo si lavorava fino alle due del pomeriggio. E dunque si aveva del tempo libero in settimana da destinare all’attivismo, politico o religioso, oppure alla squadra di calcio. Ricordo, al tempo del Commando, gli striscioni e il materiale per le coreografie preparati negli scantinati e nei garage. Ormai, coi ritmi accelerati di oggi, non è più pensabile».

Un attimo, però. Qui continuiamo a parlare della crisi delle curve come se fosse legata solo a fenomeni esterni. Ma le curve, e i gruppi ultras in particolare, non devono fare anche un po’ di autocritica?

È a questo punto che il sospetto diventa insofferenza. Staderini scuote la testa, a metà tra il deluso e lo sconfortato. Stringe gli occhi, pare quasi trattenere il respiro.
«Lo ammetto: appartengo ad una cultura, quella radicale, che non crede nell’autocritica».
Secondi di imbarazzato silenzio. A Staderini non sfugge la mia perplessità. Rimedia con un sorriso:
«Semmai, parliamo di analisi».

Nessun errore da rimproverarsi? Neppure per quanto riguarda il mondo ultras?

Eccolo, lo sbotto.
«Ma è ovvio che di errori gli ultras ne hanno commessi. Ma quando si parla di questo argomento, si deve sempre tener presente che in Italia nessuna categoria è stata disumanizzata dai media e della politica come gli ultras, oltre agli immigrati e ai tossici. E dunque mi rifiuto di dare sostegno, in alcun modo, a quest’opera di criminalizzazione generalizzata. La curva è razzista, si dice: e si punta il dito contro la svastica mostrata da un tifoso durante la partita. E le svastiche che incontro sui muri della città? Perché a nessuno viene in mente di generalizzare in quel caso? È evidente che entrambe vanno ripudiate. Ma è troppo comodo pensare che tutto il male della società si concentri in un solo luogo, e che colpire quel luogo basti ad eliminare il male».
Staderini si sbraccia, si scompone sul divano. Temo che possa indicarmi la porta da un momento all’altro. E invece, d’improvviso, si placa. Mi chiede di accendere il boiler che è sul gas.
«Ce lo facciamo, un tè?»
Capisco che posso andare avanti con le domande.

È finito il modello delle curve?

«Se guardiamo alla Germania, dobbiamo dire di no. Lì il tifo organizzato alla vecchia maniera esiste ed è anche molto vivo. Quando il Bayern Monaco è venuto all’Olimpico, nel settore ospiti sembrava di essere tornati negli anni ’80. E non mi si dica che i tifosi e gli ultras tedeschi sono più educati di quelli del resto d’Europa».

Perché in Italia non si riesce?

«Per gli stessi motivi per cui in altri settori siamo distanti anni luce dalla Germania. Mentre il calcio diveniva un’industria, anziché investimenti mirati (come quelli che effettuò l’Inghilterra accanto alle norme antihooligans) e conservazione della valenza sociale, in Italia si è pensato bene di espellere sostanzialmente chi si rifiuta di frequentare gli stadi in maniera passiva. E non parlo dei violenti. Non dimentichiamo che l’Italia, anche nel calcio, ha vissuto una particolare convergenza di interessi tra società sportive, editori e istituzioni politiche. Insomma, è il calcio che è cambiato, non le curve».

E oggi? Che ne è di tutto quel patrimonio di relazioni e di potenziale socialità?

«È chiaro che si è in parte dissolto. Credo si possa parlare dell’esaurimento fisiologico di un movimento: sono cambiati i tempi, sono cambiati i valori. Come evapora il ’68, come si arenano le lotte giovanili, così forse è anche per le curve.»

E dunque?

«Oggi il punto è capire come reinventarla, una curva. Sapendo che, almeno in parte, dev’essere qualcosa di diverso da ciò che è stata in passato. Segnali interessanti ci sono. Come la strada scelta in tutta Italia per reagire all’imposizione della tessera del tifoso, ovvero azioni legali, culturali e persino parlamentari, per rivendicare diritti e per controinformare. Quello che ha fatto la Sud quest’anno, poi, è stato strepitoso. Non entrare per tutto l’anno pur avendo l’abbonamento, come reazione a decisioni autoritarie e cervellotiche, è una scelta nonviolenta e vincente, perché ha reso manifesta l’incapacità di chi vorrebbe gestire l’ordine pubblico semplicemente togliendo il pubblico più caldo».

Però vedere Totti correre sotto la Sud dopo il gol del 2-2 al Torino, e trovarla vuota, mette il magone. Da non romanista, ho ripensato alla stessa corsa all’ultima di campionato nel 2001, contro il Parma. E non è stato bello. Tu cos’hai pensato?

«Due cose. La prima: meno male che non sarei comunque potuto esserci, vista la gamba ingessata, altrimenti sai che rimpianto! La seconda: se la Sud fosse stata piena, mercoledì sarebbe successo esattamente quello che succedeva per fatti epocali venti o trent’anni fa: il delirio. Certe cose, nonostante tutto, restano inscalfibili».


Valerio Valentini è nato all’Aquila (o a L’Aquila, o ad Aquila) 25 anni fa. Laureato in lettere a Trento, oggi vive a Roma, dove frequenta la scuola di giornalismo Massimo Baldini e scrive per reporternuovo.it. Ama il ciclismo, le stelle sul golfo di Napoli e andare a letto la sera delle elezioni senza sapere chi ha vinto, non ha mai lavorato.

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