«Perché noi, militanti di estrema sinistra, non riusciamo più ad andare in curva». Intervista a due (ex) ultras romani

– Valerio Valentini –

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La cosa che più mi colpisce, mentre ci parlo, non sono tanto i sintomi della loro dissociazione. La cosa che più mi colpisce, semmai, è la consapevolezza con cui entrambi vivono questo loro principio di bizzarra schizofrenia. Quando, scherzando, glielo faccio notare, rispondono convinti che sì, se ne rendono perfettamente conto.

Marco: «Ovvio che siamo consci di queste contraddizioni. E a parlarne ora, davanti a una birra, ci sembrano perfino assurde.»

Giovanni: «Poi, però, quando sei in curva, e solo quando sei in curva, ogni contraddizione si dissolve nell’euforia del momento.»

L’incontro avviene di sera, nel piazzale coperto di un centro sociale del centro di Roma. Tavoli traballanti, chitarre appoggiate al muro, le birre nei bicchieri di plastica. Una descrizione dettagliata sarebbe doverosa, per evitare il cliché, e non sono pochi i particolari che permetterebbero di farlo; ma mi viene subito chiesto di evitare di fornire qualsiasi dettaglio che possa in alcun modo rendere riconoscibile il luogo.

G: «Nomi di fantasia, dunque. Siamo d’accordo?»

La prima domanda serve proprio a questo: stabilire la formula adatta per descriverli, senza rivelare troppo della loro identità.

“Due militanti dell’estrema sinistra romana ed ex ultras della Nord e della Sud”. Che ne dite?

M: «Direi che può andare.»

G: «Sì, anche per me va bene.»

La difficoltà nel trovare una descrizione che, in poche parole, riesca a sintetizzare la loro esperienza, non è casuale. Marco e Giovanni sono due ragazzi – stavo per scrivere: personaggi – davvero insoliti. Marco ha trentaquattro anni, romano e laziale da sempre. Giovanni è nato nel 1992 a L’Aquila, e la Sud ha cominciato a frequentarla solo dopo essersi trasferito nella capitale, ormai parecchi anni fa.

M: «Io in effetti una certa epoca della curva, quella più bella, l’ho solo sfiorata. Più che altro l’ho vissuta nei racconti di alcuni compagni ultras più grandi.»

Compagni è una parola che Marco e Giovanni usano spesso. E forse è vero che a volte può suonare ridicola, alle orecchie di chi non frequenta, se non di rado, un centro sociale: ma nella naturalezza con cui prende forma sulle loro labbra, la si direbbe semmai un tic linguistico assunto volutamente, e ormai metabolizzato. Come del resto, mi pare, è sempre stato.
Li ho contattati mentre conducevo una ricerca sui motivi della crisi del movimento ultras in Italia: sapevo che avevano smesso di frequentare le rispettive curve d’appartenenza. Quello che ignoravo, però, era il perché di questo distacco. Pensavo ai tornelli, alla tessera del tifoso, alle barriere divisorie volute all’Olimpico dal prefetto Gabrielli: e invece ho scoperto che c’è dell’altro.

M: «La difficoltà che troviamo, come compagni, a frequentare la curva, è dovuta in gran parte all’egemonia della destra che, in modo sempre più definitivo, si è andata affermando nei vari gruppi ultras. Stare lì, ormai, per noi è imbarazzante.»

Che la curva della Lazio fosse piuttosto orientata a destra lo si sapeva. Ma anche la Sud ha assunto una connotazione politica così netta?

M: «Tutti i messaggi che vengono veicolati in curva, pur non essendo immediatamente politici, alludono a qualcosa che noi ripudiamo. Oggi essere ultras significa inevitabilmente riconoscere ed esaltare dei valori che per la cultura tradizionale della sinistra, almeno per come la intendiamo noi, sono dei disvalori: rispetto del capo, machismo, esaltazione dello sconto fisico.»

Qual è stato il giorno, o l’episodio, che vi ha fatto capire che in curva non potevate più starci.

G: «Non saprei. Anche perché dire stop del tutto è impossibile. Ci siamo allontanati, è vero, ma non in modo definitivo. Alcuni ambienti ultras continuiamo a frequentarli.»

E dunque?

M: «Resta una contraddizione per certi versi insolubile. Mi rendo conto di quanto cambio, entrando in curva, rispetto a quello che sono quando sto qui coi compagni o all’università. Lì dentro è inevitabile venire risucchiato dal branco e dalle sue regole. Mi capita di ritrovarmi e perfino di sentirmi vicino a gente che, se la incontrassi fuori dallo stadio, vorrei soltanto prenderla a sprangate.»

Cos’è cambiato? Perché questa crescente egemonia della destra?

M: «Innanzitutto per vicende legate alle dinamiche interne alle due curve. Nella Sud, con lo sfaldamento progressivo del Cucs, si è assistito alla proliferazione di tutta una serie di gruppi difficili da controllare, ma che quasi sempre sono riconducibili all’estrema destra: Padroni di Casa, Tradizione Distinzione…»

Stesso discorso per la Nord?

G: «Non proprio. Gli ultras della Lazio lo ripetono spesso: “l’anarchia della Sud contro la gerarchia della Nord”. È uno slogan, ovviamente, è come tale va preso. Però a suo modo spiega bene una delle differenze sostanziali tra le due curve: la Nord, almeno per quanto riguarda il tifo organizzato, ha sempre avuto una struttura più verticistica. Be’, da quando gli Irriducibili, a fine anni ’80, rimpiazzano gli Eagles supporters come gruppo egemone, impongono di fatto la loro disciplina. Anche gli Eagles erano fondamentalmente un gruppo di estrema destra. Ma la Lazio veniva sempre prima, il principale elemento aggregativo e identitario era il tifo. Con gli Irriducibili la politica assume una centralità molto maggiore.»

M: «Però queste rischiano di essere cose da addetti ai lavori. Mi sembra più interessante sottolineare un’altra causa, più generale.»

E quale?

G: «La repressione che c’è stata negli ultimi anni, contro gli ultras e le curve in generale, ha portato inevitabilmente le componenti di destra a prevalere nei rapporti di forza interni alle tifoserie. Le scelte della politica e delle forze dell’ordine hanno favorito, come reazione, la naturale crescita dei gruppi più violenti e gerarchizzati.»

Qual è il livello d’infiltrazione dei partiti politici della destra, in curva?

G: «A Roma sia CasaPound sia Forza Nuova hanno tentato di introdurre la militanza politica in curva. L’obiettivo era soprattutto attrarre i ragazzini e gli ultras più giovani, che chiaramente assorbono certi valori e certi slogan e se li portano anche fuori dallo stadio. Quel clima, respirato per anni nelle ore dedicate al tifo, chiaramente lascia un segno. Da questo punto di vista, movimenti e partiti di destra hanno un ritorno innegabile, e spesso lo sfruttano. Ma quando hanno provato a tradurre in modo più diretto militanza di curva con militanza politica, non ci sono riusciti.  In curva esiste un codice che viene prima di qualunque altro senso di appartenenza.»

M: «Un esempio su tutti. Quando Fabrizio Toffolo, uno dei quattro leader del direttivo degli Irriducibili, portò in curva la Polverini durante la campagna per le regionali del 2010, la Nord non la prese bene. Perché la curva è dei tifosi, è un luogo che non si appalta a nessuno, neppure a gente politicamente vicina agli umori dei gruppi ultras egemoni. E non è un caso che quell’episodio segni il declino di Toffolo in curva, la fine del suo prestigio.»

Più recentemente anche ad un altro leader degli Irriducibili è stata rivolta l’accusa di essersi venduto a Lotito. O sbaglio?

G: «Sì, a Diabolik: Fabrizio Piscitelli. Dopo un primo periodo di contrasti durissimi con la nuova dirigenza, alla fine si vide riconosciuta l’autorizzazione a poter ricominciare a vendere il merchandising della Lazio col marchio ufficiale. Che poi era in fondo quella che faceva, insieme agli altri del direttivo degli Irriducibili, ai tempi di Cragnotti. Qualcuno lo accusò, a quel punto, di essersi piegato a Lotito, di fare un uso strumentale del suo ruolo di capo-ultras solo per raccattare soldi: e stiamo parlando di un business da milioni di euro. E lui replicò con un post pubblico, sulla sua bacheca Facebook, dicendo che a chiunque osasse mettere in dubbio la sua integrità, lui era pronto a ricordare perché da ragazzino lo avessero soprannominato “er chirurgo”.»

A questo punto della chiacchierata, per un buon quarto d’ora, ci perdiamo nel racconto della carriera criminale di Diabolik e di altri capi-ultras storici delle due curve. Senza rendercene bene conto, il centro di gravità della nostra discussione si sposta. In me la curiosità di sapere è troppo forte, e Giovanni, per quanto si sforzi, trattiene a stento la sua voglia di raccontare, il suo malcelato piacere di mostrare che conosce certi aneddoti mai rivelati. «Ti faccio un esempio così capisci subito», continua a ripetermi: e accumula episodi su episodi, «per dare il quadro». L’atteggiamento di Marco è più freddo, invece: la sua insofferenza alla loquacità dell’amico da qualche minuto si manifesta evidente, in gesti nervosi, in scuotimenti del capo volutamente plateali. Finché non erompe:

M: «Io comunque non capisco che senso ha raccontare ‘ste cose. Tieni conto che su nulla di quello che ti sta dicendo ci sono prove concrete, o riscontri effettivi.»

G: «Be’, ma io do per scontato che tutta ‘sta roba non la scriverai.»

E perché? La riporto come una semplice testimonianza. Qui nessuno sta accusando nessuno

G: «No, non hai capito. Qui non rischi una denuncia per diffamazione…»

L’episodio di cui Giovanni mi stava raccontando riguarda l’imbrattamento della serranda del negozio di tatuaggio di Francesco Cuomo, esponente di rilievo della Nord, anche lui con simpatie per l’estrema destra.

G: «Diabolik venne a sapere che erano stati alcuni ragazzi dell’As Roma Ultras. Allora prese il capo degli Albanesi…»

Il capo di chi?

G: «Eh, diciamo che per un certo periodo all’interno della Nord c’è stato un gruppo di Albanesi che gestiva, come dire?, la security»

Un servizio d’ordine?

M: «’na specie…»

‘Na specie?

Insisterei nel chiedere. Ma gli sguardi che Marco e Giovanni si scambiano, i cenni con cui ognuno sembra demandare all’altro la responsabilità della spiegazione, mi convincono a soprassedere.

Vabbè, andiamo avanti. Insomma Diabolik prende con sé questo albanese, e che fa?

G: «Va nel locale dove si riunivano i ragazzi dell’As Roma Ultras, e con molta calma gli dice: “Adesso andate a ripulire la serranda”. Alza la camicia, mostra il ferro, la pistola, e aggiunge: “Avete fatto la bravata, mo’ però evitiamo di metterci a litigare sul serio”.»

E quelli dell’As Roma Ultras?

G: «Ripulirono tutto.»

Marco torna a insorgere.

M: «Però non perdiamoci in questi racconti. Quello che bisogna capire è che certo, esiste questa dimensione criminale della curva, ma perché la curva è un’espressione di alcuni ambienti, per lo più popolari e a volte degradati, della città. Il prestigio da capo-ultras te lo costruisci innanzitutto fuori dallo stadio: come leader carismatico di una comitiva, come punto di riferimento di un gruppo, di un quartiere.»

E in certe zone di Roma, mi vuoi dire, questo significa stare a capo di una batteria, di una banda?

M: «Voglio dirti che il ragionamento che spesso sento fare, per cui in curva esistono la criminalità e lo spaccio, è un ragionamento miope e semplicistico. Nella Sud c’è un gruppo ultras di Tor Bella Monaca. I capi di quel gruppo sono chiaramente quelli che gestiscono la piazza a Tor Bella Monaca. Mo’, io ti chiedo: è nella Sud, che c’è un problema di legalità, o a Tor Bella Monaca?»

Torniamo a voi due. Compagni nella lotta politica, e ultras di due curve nemiche. Come si concilia, tutto ciò?

M: «Non si concilia. Ma non è una novità. Alcuni miei compagni ultras più vecchi ricordano di quando, negli anni ’70 e ’80, i ragazzi di Lotta Continua e quelli di Terza Posizione andavano in curva insieme tutte le domeniche. Il tifo può trascende la politica. Uno dei quattro del direttivo degli Irriducibili, Yuri Alviti, ha sempre rivendicato di essere stato iscritto a Rifondazione Comunista.»

G: «Io, soprattutto all’Aquila, ho amici con cui vado in curva che sono di CasaPound, e con loro mi ritrovo insieme allo stadio, ma anche al bar a parlare di striscioni e trasferte. Però è indubbio che se c’è una manifestazione politica di CasaPound, a me mi trovano dall’altro lato, con la felpa tirata su a tiraje le bocce.»

Le bocce, immagino, sono le pietre.

G: «No, le bottiglie di vetro.»

Le curve sono un fenomeno che sembra in grande crisi. Cosa si rischia di perdere, a livello sociale, con la loro scomparsa?

M: «Il risultato è lo sfaldamento di tutta una rete di relazioni e di amicizie, dal punto di vista collettivo. Dal punto di vista personale, devi inventarti un modo per riempire tutti quei momenti che prima vivevi come ultras, e che andavano ben oltre la domenica allo stadio. Questa è una cosa che chi non ha vissuto la curva non potrà capire…»

Cosa, esattamente?

G: «La curva risponde all’esigenza di far parte di un collettivo. In questa società sei lasciato solo ovunque, e chiunque sarebbe pronto a sbranarti la capoccia. Nel momento in cui la politica perde qualsiasi valore aggregativo, la curva è identità, è branco. Ti fa sentire protetto.»

M: «E comunque anche per quanto riguarda la sicurezza, non necessariamente smantellare le curve è un bene.»

E perché?

M: «Prendiamo la trasferta. Non c’è più il treno speciale con tutto il gruppone che si muove compatto. Ci sono trenta gruppetti che vanno in trasferta, ognuno col suo pulmino, e che si fermano a tutti gli autogrill sperando d’incontrare i tifosi dell’altra squadra. Sicuri che convenga?».

Domande a cui è difficile rispondere, arrivati alla terza birra.


Valerio Valentini è nato all’Aquila (o a L’Aquila, o ad Aquila) 25 anni fa. Laureato in lettere a Trento, oggi vive a Roma, dove frequenta la scuola di giornalismo Massimo Baldini e scrive per reporternuovo.it. Ama il ciclismo, le stelle sul golfo di Napoli e andare a letto la sera delle elezioni senza sapere chi ha vinto, non ha mai lavorato.

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