Solo andata

29. Non commutative

– Rocco Tagliacarta –

Bruno Mezzapica, Palasport
Bruno Mezzapica, Palasport

Entro piano in bagno, prendo il primo orinatoio libero. Sto per iniziare, mi distraggo e l’occhio mi cade sulla curva superficie di porcellana, leggendone il marchio: Ideal Standard. Il logo era totalmente cambiato, l’ultima volta in cui l avevo visto avrò avuto sì e no diciott’anni. Una volta era scritto in corsivo, semplice ed elegante. Ideal Standard è una marca tedesca di sanitari leggermente più cara della media e molte famiglie, per lo meno al sud Italia, la sceglievano per il bagno principale della casa. Quello che durerà per sempre.

Avevo scaricato molti, molti cessi, a 18 anni. A pavimento o sospesi, di quelli che piacciono alle signore perché possono pulirci sotto con la scopa. E lavabi, a colonna o incassati, incastrati in pedane fitte. L’ estate lavoravo nel magazzino dei miei, ero cresciuto con gli operai e la mia colazione era un panino e una birra da quando avevo sei anni. Il primo cliente che riuscii a fornire mi chiese un “collare da ½ pollice”. Si tratta di una staffa, che tutti chiamano collare per via della sua forma. Ci ero arrivato per intuizione. Il resto era stato facile, la manovalanza mi aiutava con consigli su dove potesse trovarsi il materiale, vivevamo in un paesino e loro erano un po’ parte della famiglia. In pochi anni conoscevo molto dell’inventario del materiale in magazzino. E anche quello dei clienti, i quali non facevano altro che ripetere vattinn da dò, vattene di qua.
Durante periodo scolastico non lavoravo, andavo a scuola in autstop e arrivavo tutti i giorni in ritardo. Ma era una di quelle scuole-villaggio vacanze, dove molto spesso i professori entravano tardi anche loro (gli unici giorni in cui non ero in ritardo), fumavano in classe e parlavano dialetto. Riuscivo a prendere buoni voti con poco sforzo, solo per questa ragione non venni bocciato come mio fratello. L’ultimo anno, apparentemente per saltare un compito in classe, partimmo in macchina verso la scuola a notte inoltrata. Lì entrammo, prendemmo gli estintori e li svuotammo in tutte le classi. Davanti all’ufficio del preside presi a calci un vaso, accertandomi che l’entrata fosse piena di terra e le foglie della pianta impedissero l’apertura della porta. Capii solo anni dopo che quel gesto non c’entrava nulla col vandalismo.

Finita la pipì. Torno in sala. Il fiume, fuori dalle vetrate, sbuffava onde fredde e ogni tanto qualche nave cargo passava, lenta e fendente, mentre il ponte, sollevato in attesa, si affollava agli estremi di macchine in ritorno o in fuga dalla città. Era bello restare all’ interno, andare a prendere birre gratis dal frigo e conversare coi colleghi del più e del meno. Siamo ad una festa di una società del Nord Europa, e ad un certo punto ho una tremenda voglia di prendermela con i ricordi. Con il logo della Ideal Standard.

Poco dopo la maggiore età iniziai a fare il cameriere. Questa è quella che considero la prima sola andata, perché nessuno della mia famiglia aveva mai lavorato per un estraneo. Quando le scarpe ti avevano massacrato talloni e mignolo, la camicia sembrava un panno per pulire la cucina, e il matrimonio era finito, ce ne tornavamo al paese, contenti. Quella sorta di “potercela fare” mi spinse a pensare, sai che c’è? Vado a studiare. Ero pronto a lavorare per mesi, mettere da parte il possibile e comunicarlo ai miei. Accettando un rischio: avrebbero potuto dirmi che non volevano. Si, la mia è una di quelle famiglie dove studiare non è visto di buon occhio. Insomma, fare qualcosa che non li includesse era un problema. Ci fu qualche grido disperato, qualche ammissione, un paio di prese di coscienza, ma mi lasciarono partire.
C’era uno zio che stava “sopra”. Classe ’50 e rotti, da 40 anni muratore: il forestiero dei pranzi delle festività. Scelgo la sua città: un amico ci andava in macchina e avevo anche il passaggio. Test di ingegneria. 400 euro in contanti in tasca presi a nero per gli ultimi servizi in cerimonia e una convinzione, mi sarebbero bastati ad arrangiarmi per l’inizio. Mi sbagliavo, la città era cara, molto più di quanto non avessi potuto immaginare dall’ampolla della contrada in cui vivevo. Appena arrivato trovai subito un lavoro, da cameriere, per un posto in centro. Era un bar da gestire da solo durante i fine settimana più qualche serata di servizio al ristorante, anche per qualche cerimonia di provincia a volte. Pagato a ore, niente male, con relative buste dell’INPS in giro per casa.

Sentivo un forte pregiudizio che accomuna ed eguaglia tutti i nord, all’inizio. Per cui non conta la città, è nord e fino a che non appare un segnale umano non assume nessun altro connotato. Eppure non poteva essere tutto qua.

In facoltà iniziarono i guai. Bisognava studiare davvero. E imparare tante altre cose. La vita di casa, la cucina, il lavoro che mi rubava tre giorni a settimana. Conobbi gli espatriati del sud, quelli che al ristorante parlavano dialetto in comunità, quelli che in università erano pochi ma distinguibili, piccole fazioni intruse tra aitanti ragazzini dall’accento alpino. Il primo anno fu molto duro, superare male gli esami mi prendeva troppo tempo e sforzo, lasciai il lavoro e casa.

Mi stupiva che chiedessero davvero di sapere le cose che spiegavano. I professori dico. Ero abituato a un certo “sì ma tanto non si fa…”, al continuo scansare un problema, all’atteggiamento di attesa che allevia tutto e che accoglie il sud tra le sue stesse mani, quelle della lamentela. Lì non era più così, mi serviva una borsa di studio e dovevo sapere ciò che mi si chiedeva. Ci misi tutto quello che avevo, iniziando a prendere tutto sul serio, a prepararmi in quell’ambiente, umile ma esigente.
Avevo un gruppo di amici. Di nord diversi. Non fu una cosa voluta, più un prolungamento della curiosità verso posti ignoti. Buona gente, passavamo insieme giornate lunghe e intense, che sembravano non terminare mai. Mi sembrava avessero sviluppato un senso civico diverso dal nostro, fatto di meno ché e più perché. Eravamo studenti diligenti, tutti i giorni difronte ai nostri appunti. Quel rapporto delle lezioni con la scrittura mi era piaciuto sin dall’inizio.
Le tue note, il tuo spazio sul foglio, margini o senza, matita o penna, conclusioni che pensavi e buttavi giù in pochi secondi. I miei ritmi diventavano sempre più ordinati, come i fogli che raccoglievo con maggiore cautela. La grafia più controllata, le informazioni meno prolisse e più contratte dell’inizio. A guardare nello specchietto retrovisore, vedo che stavamo diventando qualcun altro. Ci stavano formando, piallando. Capacità di analisi in situazioni complesse, abilità a destreggiarsi in mezzo a continui esami teoricamente esigenti, abitudine a ottimizzare, minimizzare, sintetizzare sforzi, azioni e commenti erano richieste in maniera assidua. Nel giro di 3 anni avevano preso un gruppo di studentelli e lo avevano trasformato in menti nelle quali i meccanismi causa-conseguenza iniziavano ad essere chiari e soprattutto, a trovare risposte attraverso lo studio, quel passetto in più per il quale abbassare la testa e cercare l’ennesima buona idea, intuizione tra un insieme frammentario di tentativi. Avevamo risposte a tutto? Macché. Però se c’era una minima speranza di fare il meno peggio non ci davamo per vinti. Non mi dispiaceva neanche il callo che si era creato sul dito medio, un lieve dolore fisico dopo un’attività intensa. Era come andare a correre e poi avere male alle gambe.

Iniziai anche a fare quello, correre, che nel mio dialetto si scrive fuscere, fuggire. Forse fuggire da noi stessi a volte è l’unica alternativa possibile, quando non si conosce bene né obiettivo né partenza. Cercavo di evitare gli stessi percorsi per andata e ritorno, così conoscevo meglio la città e i suoi parchi. I polmoni che le davano respiro mentre io fuggivo e iniziavo a darle un nome.

La sala era grande e luminosa, un gruppo di colleghi beveva in un angolo. Mentre il discorso del presidente lasciava noi un po’ a bocca aperta, guardavo i miei colleghi pensando ai loro posti, Romania, Germania, Brasile, Olanda, Libano, Iran, Spagna. Insieme iniziavamo ad aggredire il buffet mentre ci sistemavamo in tavoli alti divisi per gruppi. C’erano anche lì degli insiemi che si andavano formando, quasi invisibili, dei fili che ci collegavano e degli altri che erano stati tranciati. Prendemmo posto, guardando il piatto pensai: cucina mediterranea.

I ritmi rilassati dei miei coetanei del sud iniziavano a perdere attrattiva. Quell’espressione come di non porsi mai davvero il problema, di non affrontare, non riuscivo a deglutirla. Chi era rimasto giù, poi, aveva un rapporto completamente diverso con ciò che faceva. Rimasto ancorato ai ritmi del paesello, viveva con rabbia quegli anni. In continua rivolta più che in stato di apprendimento. Tornavo a casa di rado rispetto agli altri, dopo le sessioni di esami, col colore bianco che a metà estate dava all’occhio. Ma casa mia mi piaceva, tornare mi metteva di buon umore, come dice un mio amico era “portare la testa in una spa”. Di fatto è per questa ragione che iniziavo ad affettare la sola andata in tanti tragitti, soli anche loro, ma di dimensioni più piccole: un atteggiamento diverso, una risposta che cambiava, una presa di posizione lievemente più sghemba della precedente, un continuo ritorno in funzione di una sicura partenza. Una certa direzione mi si stava formando dentro: un principio di sovrapposizione di sole andate.

Al terzo anno, in facoltà mi ritrovai in un sistema che era noto, controllato. Era davvero tutto qua? La sensazione di chiuso iniziava a mettermi la pulce nell’orecchio. Scelsi una città di un altro sud d’Europa, più a ovest, e decisi di trasferirmi lì. Il primo anno fu rapido. L’impatto con la gente e la loro lingua era preda della sete di nuovo che l’Italia mi aveva lasciato. Ricordo bene l’umiltà del paese in alcuni aspetti, e la sua prepotenza rispetto ad altre faccende, soprattutto legate all’apprendimento. Era come sbilanciata questa loro attitudine, quasi in fuga da loro stessi, tanto per cambiare. C’era il fiume, in città, e la gioia provata nel correrci accanto. Nella mia terza casa in affitto, ero seduto alla scrivania alle prese con i miei nuovi “collari da ½ pollice”. Un gruppo di locali mi aiutò molto, soprattutto con la lingua. Erano amici e colleghi di università, una delle prime volte che li incontrai in sala studio mi dissero, mettici una bella canzone italiana. Misi Bocca di rosa e mi derisero.

Riuscii a cavarmela. Studiavo molto, moltissimo più di quanto mi aspettassi. Durante l’anno seguente, che trascorsi ancora in quel sud, cambiai 3 case. Avevo molto da fare. Imparai ad essere preciso. Essere precisi è una dote che si acquisisce. Si diventa un po’ come una benna, capace di scavare e scavare. Capitava spesso di essere l’ultimo a dire “fatto”, iniziai ad avere i miei primi rapporti col computer, uno strumento che tuttora trovo meritoso di molta attenzione. Vennero fuori nuovi aspetti della mia infanzia provinciale che non mi aspettavo. A ogni errore cercavo di correggere, migliorare il tiro, e col senno di poi, posso dire di essere andato vicino abbastanza a quello che viene chiamato “un buono studente”.

È così che essendo dettagliati si rischia, per mania di assemblaggio e azione, di trovarsi rapidamente dal continente di partenza a un’isola deserta, lontana miglia dal primo, vero, porto. Era meraviglioso e doloroso vedere l’isola, perché ci ero arrivato con le mie mani, la conoscevo, ma occorreva ricordare il nome della prima zattera che avevo preso, il motivo per cui avevo lasciato tutto per la prima volta. Appena conclusa la laurea tornai a casa. Forse c’è un limite che esauriamo prima o poi per qualsiasi posto, dipendendo sia da noi che dal posto. Il mio limite era stato raggiunto laggiù e non c’era soluzione alternativa al solito zaino, la camera lasciata vuota e il check-in on line stampato su A4.

Mi sembrava di sentirmi solo, arrivato in Italia le cose non stavano più come prima. Era un altro posto, cambiato ancora. Anch’io forse lo ero, la pacatezza dei primi anni non mi apparteneva più. Forse in questa età qualcosa di assoluto e immediato da risolvere prevale su tutta la restante gamma dei sentimenti. L’università s’era spogliata delle classi cariche di quell’ iniziale ambiente floreale, pieno di mentori e visi incuriositi, mi sembrava tutto si svolgesse adesso attorno ad una atmosfera del tipo “stacca la spina”.

Dopo aver mangiato e assaggiato qualche piatto, inizia la musica. Un dj giovane e smilzo mette canzoni da un palchetto. È roba commerciale, sembra di essere a “top of the pops”. Inizio a destreggiarmi con movimenti bradiposi, sembro uscito da un film di Renato Pozzetto e vedo gente allegra, spensierata, lontana dai problemi e dagli anni, non ha il modo di fare cui sono abituato. Per questo ci ballo come farei con un alieno, avvinghiandolo in una taranta a lui sconosciuta. Alla fine anche questa è integrazione.

Tornato a casa, iniziai a cercare lavoro. M’ero quasi dimenticato quanto fosse attraente il posto da cui vengo. Il mare d’inverno, internet lento, un cellulare dimenticato chissà dove per giorni interi. Poi la solita gente, le domande innocenti. Nello schermo del pc guardavo indirizzi mail cui inviare un curriculum. Forse 20 al giorno, in modo quasi casuale: mi sembravo così indispensabile durante gli anni dello studio che capire d’essere superfluo anni dopo mi infiacchiva. Forse per la prima volta dopo tanto tempo mi annoiavo, una noia forzata, o forse qualcosa si era rovesciato, per sempre, ed ero solo troppo fiero per ammetterlo. Insomma, zaino, stanza vuota, foglio A4.

Forse ora che ci penso non direi che me ne sono andato perché da noi non c’era niente. Certo, quello spinge. Ma in fondo in fondo, credo si possa parlare di una certa curiosità, una fiammella che ancora non voleva saperne di spegnersi. Al nord quindi, più a nord, dove i ponti sbuffano al vento. Il lavoro in ufficio, tutto era preso troppo sul serio, la gente schiva, distante. Il capo stronzo. La routine della giornata in un paesino che sembrava come il mio, ma in cui non cessavo di sentirmi uno straniero. Molta gente memorizzava la tastiera per scrivere più veloce, le pari opportunità per tutti. Mandare una mail risolve mille problemi mentre da me si resterebbe col dubbio che effettivamente venga aperta o no. Anche se il pregiudizio ripara, non è una casa. È proprio dopo che i suoi muri sono stati costruiti che inizia a valere la pena demolirli.

E sono anni che sono qui. Una sera mentre entravo in piscina mi ricordo di non avere una moneta da 1 euro che serve per chiudere gli armadietti. Così torno alla reception e la signora mi chiese di pagarle con il bancomat 1 euro così lei me lo avrebbe reso in moneta. Otherwise people forget. Due giorni dopo, stesso posto stessa ora, dimenticai ancora della moneta da un euro e, a ridosso del banco con il bancomat in mano, un’altra signora mi fa: don’t worry, you give me at the end. Pensai che il mondo fosse separato in questo modo, in gente che poi dimentica, maliziosa, originando reazioni di gente che la teme, e di gente fiduciosa, che crede un po’ negli altri. E sicuramente la gente si separa in mille altri modi, nella più realistica delle ipotesi una per una, fino a che si deve prendere una persona alla volta e cercare di farsi un’idea.

In alcuni periodi, sia qua che a casa e fuori, mi sembrava che ogni persona con cui parlassi avesse voglia di andar via. Poi mi sono reso conto che accadeva dall’inizio dell’università al nord Italia, dove allora si viveva in due vite parallele, quella bella e calda di casa –placenta-, e quella lontano, coi libri sul tavolo e le sigarette rullate male e la cacarella prima degli esami. Bella e sognatrice la prima, necessaria la seconda. Tante possibilità, all’apparenza tutte accessibili. Anzi, a volte più lontano era una cosa, più pareva naturale e bello affrontarla, non pensando ad altro che costruirsi un futuro ipotetico in posti così lontani da immaginare che veniva facile e spontaneo prendere in considerazione. Ci sono passato anch’io, di fronte allo schermo del pc esaminando offerte di lavoro a più di un giorno di aereo. Forse una cosa più somiglia a un calcio in culo più ci attrae, ma magari gli antenati emigrati non la pensavano allo stesso modo. Non avevano cataloghi e nomi per tutto. Forse loro erano più “binari” di noi e questa febbre dell’andare ovunque era all’epoca meno incoraggiata o foraggiata. Prima si va, poi si sta e poi? Non sarà che conviene provare ad accettare ciò che c’è smettendo di dare addosso a ciò che non c’è?

Penso che a questa logica non sfuggano le sole andate. Ognuna a modo suo, cambia come cambiano gli emigranti e il tempo che li sposta, cambiano con le etnie di persone e i posti dove vanno, le punte delle loro frecce. Forse tentare di riassumerne un tipo e separarlo non è utile, ma solo comodo, perché ci permette di stare appresso ai nostri vecchi valori senza crearne di nuovi.
Forse è proprio lì che smettiamo di emigrare davvero, o di essere.


Rocco Tagliacarta è uno pseudonimo. L’autore ha scelto l’anonimato e la redazione rispetta la sua volontà.

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