Non sottovalutiamo Harper Lee

– Andrés Cárdenas Matute –

Questo articolo è già apparso, in spagnolo, qui. La traduzione che presentiamo è di Claudio Tagliapietra.

Con la morte di Harper Lee, lo scorso venti febbraio, si è persa l’occasione per dare una risposta al grande dibattito che si è fatto intorno a lei durante l’ultimo anno. A dire il vero le possibilità non erano molte neanche quando ancora se ne andava in giro, anziana e sorridente, sulla sua sedia a rotelle. Dicono che già non potesse vedere e che fosse quasi totalmente sorda. Per questo motivo l’annuncio della pubblicazione di Va’, metti una sentinella (Feltrinelli, 2015) è avvenuto tramite un bollettino ufficiale da parte di coloro che gestiscono i suoi diritti. Non che vengano idee migliori se pensiamo che nel corso degli ultimi sessant’anni Harper Lee ha fatto del suo meglio per sottrarsi alle interviste ripetendo come unica risposta il ritornello «quel che avevo da dire l’ho già detto».
Una prima versione della storia, o almeno quella apparente, è la seguente. Il suo avvocato, Tonja Carter, trova alcuni manoscritti perduti che sarebbero dovuti essere la seconda parte del Buio oltre la siepe (Feltrinelli, 1960). Stiamo parlando di un classico statunitense che era stato pubblicato nel 1960, di un libro che si legge in tutti i licei, di un personaggio che ha dato forma a un archetipo di giustizia e uguaglianza razziale che sarebbe durato per generazioni. Nessuno aveva mai sospettato che quei manoscritti potessero trovarsi lì. L’autrice èl’unica sopravvissuta dell’epoca d’oro della letteratura del sud – che comprende anche Truman Capote, Flannery O’Connor, Eudora Welty, solo per citarne alcuni – ma all’epoca del ritrovamento stava già talmente male che poté solo rispondere “che era felice della pubblicazione” tramite terze persone. Quando il libro uscì, la settimana del 14 luglio del 2015, vendette oltre un milione di copie. Dopo poche ore, tutti si sentirono in qualche modo offesi: come era possibile che Atticus, il personaggio principale, diventato vecchio si fosse trasformato in un razzista? Anche i critici, che non riescono a dimenticarsi dell’interpretazione di Gregory Peck, si sentono offesi: come possono aver pubblicato una cosa tanto mediocre a firma dell’autrice della loro adolescenza? Eccetera. Eccetera.
La storia apparente è insomma la storia di come l’impero Murdoch – a capo della casa editrice Harper Collins – abbia voluto arricchirsi abusando, questa volta, di una scrittrice moribonda, senza minimamente considerare che così facendo infangano il “più grande eroe del cinema statunitense” – definizione di Atticus Finch secondo l’American Film Institute.

La seconda storia, al contrario, quella che crede che Harper Lee meriti una interpretazione un po’ più alla sua altezza, e che non la sottovaluti, è molto diversa.
Flannery O’Connor, in una lettera del 1 ottobre 1960, dopo aver letto la – allora – prima opera di Harper Lee, disse che non le era sembrata male, tutt’altro, però che si doveva far presente a chi l’avesse comprata che si trattava di un racconto per bambini. E lei, altra scrittrice del sud, morente di lupus nella sua tenuta, poche volte si era sbagliata. Il buio oltre la siepe raccontava la lotta di un avvocato vedovo, Atticus Finch, che durante gli anni della Grande Depressione difende in Alabama un nero accusato di violenza sessuale su una donna bianca. Difendere l’uomo, anche se era giusto, era tremendamente impopolare. La voce narrante è quella della piccola Jem Finch – alias Scout –, che scopre gradualmente le tristi sfumature della realtà mentre si difende da coloro che la prendono in giro al liceo per essere figlia di uno «che ama i negri».
Ovviamente non si tratta di un racconto per bambini: O’Connor, con la sua caratteristica ironia, si riferiva al fatto che una storia che mette a confronto un eroe bianco, prototipo di rettitudine, con un sistema totalmente corrotto, non è qualcosa di serio dal punto di vista letterario. Ciò che invece sembra interessante della questione è che – lo sappiamo solo ora – Harper Lee la pensava allo stesso modo.

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Va’, metti una sentinella è in realtà la prima bozza di quello che anni dopo sarebbe stato Il buio oltre la siepe. Poi era arrivato il suggerimento del suo editore di concentrarsi sull’infanzia di Jem, e si contano diverse riscritture basate sulle suggestioni di un imprenditore che sa come costruire un best-seller. E, chiaramente, lo scopo fu raggiunto: premio Pulitzer nel 1961 e film, con Oscar incluso, nel 1962. Questa immediata ascesa alla fama spaventò molto Harper Lee, e la portò ad allontanarsi dai riflettori per sempre. Ora, però, quantomeno conosciamo la vera storia che voleva raccontarci: quella di una ragazza che vive a New York e che ritorna al suo paese, Maycomb, durante l’estate, per rendersi conto che una cosa è avere una nobile convinzione mentre un’altra è sopravvivere con essa. Questa ragazza è Scout, la stessa adorabile Scout in jeans, maglietta e scarpe da ginnastica, ora trasformata in una giovane di città. Questa, in un certo momento della sua permanenza, vede il padre Atticus e il suo ragazzo Henry partecipare ai Consigli Cittadini, qualcosa di simile alle versioni legali del Ku Klux Klan della zona. E ovviamente, se uno ha letto il romanzo precedente, capisce perché tutto le crolla addosso. Le viene da vomitare: chiaramente stanno tramando qualcosa. Non può essere vero. Uno non può essere la persona più integra del mondo, uno che non ha mai visto alzare la voce, né l’altro può essere la persona con cui pensava di sposarsi fino a pochi minuti fa. Vomita. Poi, mettendo le carte in tavola, Scout arriva a dire ad Atticus parole piuttosto violente come «ti odio e odio tutto quello che rappresenti».
Forse che questo avrebbe entusiasmato un po’ di più Flannery O’Connor: un posto in cui, passati gli anni, il razzismo è solo dilagato, obbligando tutti a venire a patti con la realtà. E un romanzo in cui il personaggio deve confrontarsi con il compito più difficile del mondo: comprendere.

Il titolo di questa bozza – non bisogna dimenticarsi che si tratta di un manoscritto – è tratto dal capitolo 21 del profeta Isaia: «Poiché così mi ha detto il Signore: Va’, metti una sentinella che annunzi quanto vede». Quasi alla fine del libro Scout, ancora in preda all’emozione, parla con lo zio che le dice che la sentinella di ciascuno è la propria coscienza. Ed è sorprendente la coincidenza: Bennet Miller, il regista del film Capote (2005) sull’indagine che fece lo scrittore insieme ad Harper Lee per costruire la sua opera A sangue freddo, disse in una intervista in cui gli si chiedeva di questo personaggio femminile: «È la coscienza morale del film». Ciò che Miller non sapeva è che parlava proprio del tema che Harper Lee voleva trattare nei suoi scritti più autentici. Per questo credo all’avvocato Carter quando disse che Harper Lee, prima di morire, era felice per la pubblicazione dei suoi scritti.


André Cardenas Matute è nato a Quito (Ecuador), ha vissuto a Santiago (Cile) e Roma. Ha studiato giornalismo e ora è dottorando in Filosofia. Lavora nel giornalismo culturale come editor e come collaboratore di vari quotidiani e riviste di Ecuador, Messico, Colombia e Spagna (El Malpensante, Revista Diners, El Comercio, El Telégrafo, Cultura Colectiva, Revista de Letras). Attualmente sta scrivendo un libro su Flannery O’Connor.

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