Il più spietato tra i mostri multiformi: recensione a I treni non esplodono

– Gabriele Merlini –

[in copertina: Lorenzo Viani, la benedizione dei morti del mare]

Tra le lingue di fuoco.

I fatti: «mancano quindici minuti alla mezzanotte e la stazione ferroviaria di Viareggio è quasi deserta.» Ventinove giugno duemilanove, cade oggi il settimo anniversario e c’è un treno che «sferraglia e barcolla, producendo al suo passare una scia di scintille.» Lieve brezza dal mare con poca gente in giro. Si tratta del merci 50325 Trecate-Gricignano, quattordici vagoni cisterna riempiti di GPL il quale, a seguito del deragliamento, fuoriesce passando dallo stato liquido al gassoso; funziona così. Due i macchinisti che danno l’allarme, tuttavia, se da un lato del binario il guaio viene contenuto attraverso piccoli ostacoli strutturali, dall’altro il campo risulta aperto e, come il più spietato tra i mostri multiformi in migliaia di racconti per l’infanzia, eccolo che si arrampica sui muri, entra nelle finestra, riempie i garage, avvolge le tende e striscia sotto i materassi.

Basta poco per fare detonare il GPL se messo a contatto con l’ossigeno – un accendino che scatta, un motorino di passaggio – e undici persone perdono la vita nel giro di minuti, mentre altre ventuno moriranno a causa di spaventose ustioni nei mesi a venire.

Più di cento – spiegano gli autori introducendo il testo, in seguito del tutto privo di commento – i feriti che ne affronteranno a lungo le conseguenze.

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I treni non esplodono. Storie dalla strage di Viareggio (Piano B edizioni) è la cronaca di un disastro che contiene al proprio interno innumerevoli spazi bui, ferita troppo frettolosamente archiviata da chi avrebbe dovuto analizzarne con maggiore determinazione le cause nonché una pagina centralmente dolorosa nell’esistenza di un nutrito gruppo di persone che con fatica e coraggio hanno trovato la forza per esporsi. Testimonianze dirette e puntuali, provate ma ferme di pompieri, vigili urbani, macchinisti, infermieri, operatori video e cittadini assemblate da Ilaria Giannini e Federico di Vita con lo scopo di restituire al meglio le dinamiche degli eventi creando una narrazione omogenea, lineare, affrontabile al netto del senso di incredulità e stimolo al distacco che sbuca (quasi) in ogni riga. Poiché, se pure la ricerca della verità spesso si rivela una spietata e infertile lotta contro i mulini a vento – ennesima citazione – qualcuno deve pur combatterla ed è sensato prepararsi al peggio.

Burubum.

Nella norma bastano dieci secondi di permanenza di Versilia per comprendere come sia colorito il dialetto locale, dunque il primo ceffone che ricevo dal libro mi viene assestato in apertura, a pagina tredici quando «burubum burubum» ripete il capostazione Carmine Magliacano invitato a deporre.

Ho trascorso una fetta considerevole di esistenza in zona e dal niente inizio a ridacchiare rimuginando su qualcuno che in viareggino scandisca meccanico «burubum burubum.» Ne avrò sentiti dozzine dentro i bar di viale Apua che descrivevano in questo modo una battuta di pesca, un’Ape dal motore scassato che annaspa in salita o altro di più osceno.

Dopodiché il fulminante ritorno alla realtà, sensazione simile a un remo preso sulla schiena mentre indolente sonnecchi al sole. «Burubum burubum» è il suono di cosa stava distruggendo, uccidendo e infiammando la città. Carbonizzando uomini e donne e bambini e spazzando via un’intera strada.

Dobbiamo agli inserti e alle interviste con tecnici, alle deposizioni, gli spunti maggiormente di riflessione procedurale e analisi, quindi di profonda, ingestibile incazzatura: poteva essere evitato? Sì. Poteva andare peggio? Sì, e parecchio (è per la prontezza d’intervento di uomini – non i servizi automatici con cui molte stazioni hanno sostituito il personale – che è stato evitato l’arrivo di ulteriori convogli zeppi di passeggeri, e le dimensioni della strage che da tremenda avrebbe potuto assestarsi su un livello ben più catastrofico, magari definitivo per Viareggio.)

Dobbiamo alle parole delle persone coinvolte – genitori, zii, amici, colleghi delle vittime – gli spunti più intimi e duri tra le pagine, una narrazione della sofferenza mai fine a sé stessa perché sempre funzionale allo scopo centrale, l’esposizione dei fatti, il mantenimento a galla di un materiale che agli occhi di molti è stato trattato con eccessiva rapidità per numerosi motivi tra cui uno a spiccare prepotentemente sugli altri (qualche indizio. Nel capitolo “Era come se i treni ci volessero avvertire” parecchie risposte riguardo il coinvolgimento delle Ferrovie dello Stato con la tragedia di Viareggio, tra tagli al personale, sicurezza rivedibile, sprechi di denaro e altro.)

Un po’ mi agito.

Così ne esce un volume prezioso perché ad oggi unico*, non-fiction (e già questo è un merito) organizzata con il puntiglio di chi abbia studiato in profondità l’argomento per individuare il modo più adeguato con cui trattare tematiche simili, la giusta equidistanza tra empatia e distacco (non so quanto ciò sia stato aiutato dalla doppia firma, per altro scelta coraggiosa data la reticenza editoriale a pubblicare libri con coppia di autori in copertina) unita a meritevole scorrevolezza. Opera che aiuta a fare luce su una strage ancora da comprendere, su una nazione che con le stragi ha da sempre avuto un rapporto alquanto complesso («avevo sbagliato a pensare che ne avrei sentito discutere a lungo: passati i primi giorni i mezzi di informazione nazionali non se ne sarebbero occupati più») e sulla forza, la coesione d’una comunità che, a quanto sembrerebbe, ha molto da dirci e sa bene come farlo.

* Di Vita mi ha parlato soltanto dell’esistenza di un fumetto a tema, questo.


Gabriele Merlini Ha cenato con Saul Bellow e baciato Orietta Berti. Ama scrivere libri con titoli facili da storpiare (Válecky o guida sentimentale alla mitteleuropa, Effequ, sbagliato pure su IBS). Suoi articoli, racconti e reportage sono apparsi su quotidiani, riviste e antologie. Fa parte di Firenze delle Letterature, l’unica associazione letteraria in cui non si organizzano le presentazioni se non si sa dove cenare. Ha collaborato alla realizzazione di numerosi eventi culturali (Caro vecchio neon, i molteplici TUS, Cafè Mitteleuropa), presentazioni letterarie e incontri. Per Effequ ha curato la raccolta di racconti Selezione naturale. Storie di premi letterari.

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