Multisegnalazione di uscite editoriali – 2

– Alberto Prunetti –

libri
immagine di Oleg Oprisco

Rodrigo Hasbún, Andarsene, Roma, Sur, 2016, pp.120, euro 15

L’incipit di questo libro è uno dei più potenti che ho letto ultimamente.
Ed è anche uno dei più stranianti, perché in poche righe ti fa innamorare di un padre… mentre nelle pagine che seguono ti ritrovi innamorato di sua figlia.
E poi continui a leggere e in questa tedesca di Bolivia pian piano, rimettendo a posto i pezzi del puzzle, riesci a riconoscere la vendicatrice del Che.
E ti rimane addosso amore e tristezza, un senso di bellezza che si irrigidisce nella militanza e la convinzione che quella bellezza non poteva che essere militante.
E la morte scende su queste pagine subito, come un presagio.
E ti chiedi se potevano esserci altre strade possibili, per averla militante e viva, una come la protagonista del libro.
E per avere una risposta, devi pensare a Rodolfo Walsh, che si pose la stessa domanda nel giorno in cui i reparti speciali dell’esercito argentino gli ammazzarono la figlia, entrata anche lei nella guerriglia.
E sì, la risposta è la stessa che si dette Rodolfo Walsh nella famosa “Carta a mi amigos”:

Nel corso del tempo ho riflettuto su questa morte. Mi sono chiesto se mia figlia, se tutti quelli che muoiono come lei avessero un’altra scelta. La risposta germoglia dalle profondità del mio cuore e voglio che i miei amici la conoscano. Vicki avrebbe potuto scegliere altri percorsi che erano diversi senza essere disonorevoli, ma quello che lei ha scelto era il più giusto, il più generoso, il più ragionevole. La sua morte lucida è una sintesi della sua corta e bella vita. Non ha vissuto per se stessa, ha vissuto per gli altri, e questi altri sono milioni. La sua morte, sì, la sua morte fu gloriosamente sua e con orgoglio mi riconosco in lei e rinasco da lei

Forse quel padre delle prime righe, così bravo a andarsene, così affascinante da giovane, forse un giorno, ormai vecchio e murato vivo nel suo rancho da immigrato di lusso, quando tutto il suo fascino si era ormai spento, forse avrebbe dovuto pronunciare quelle parole di Walsh sulla morte della figlia.
E anche lui, forse, si sarebbe riconosciuto e sarebbe rinato da lei.

 

James Simon, Fragole e sangue. Diario di uno studente rivoluzionario, Roma, Sur, pp. 220, euro 16,50

Questo è il libro che letto a sedici anni mi avrebbe fatto impazzire di gioia. L’ho letto adesso, superata la quarantina… e mi ha fatto lo stesso effetto che avrebbe potuto farmi un tempo. Buon segno. È il diario romanzato di uno studente rivoluzionario: molto nordamericano; poca militanza ideologica e tanta ribellione beat. Un giovane Holden che scopre Ferlinghetti e ascolta Bob Dylan, che si lancia in viaggi assurdi e invettive contro la società, lasciandoti spesso a ridere di un vecchio giudice decrepito dato morto in aula o a interrogarti sul dubbio: ma una bella ragazza, troppo determinata a tallonare sentimentalmente un attivista, non sarà forse un’agente federale?
Un libro che è la quintessenza della cultura americana d’opposizione di quegli anni, assieme a Allen Ginsberg, Coltrane, Malcom X e a tutti gli altri grandi ribelli di quel paese che da un lato ci attrae e dall’altro ci infastidisce. E nessuno forse l’ha messa giù meglio di lui, di Amiri Baraka:

Una delle cose più strane dell’America è che, a dispetto del suo profilo essenzialmente meschino, continui a esistervi tanta bellezza. Forse, come hanno detto molti pensatori, è proprio a causa di quella meschinità, e per contrasto a essa, che questa bellezza esiste.

Wu Ming 2, Il sentiero luminoso, Portogruaro, Ediciclo, 2016, pp. 286, euro 18,50

Un esempio di quello che i Wu Ming stanno facendo dopo essersi messi alle spalle il romanzo storico. Scrivono oggetti narrativi e li scrivono anche “coi piedi”, nel senso che camminano e camminando incontrano storie; interrogano la memoria; fanno debunking delle strategie di devastazione del paesaggio e guardano le spalle ai partigiani, colpiti alle spalle dalla nuova destra e dal Partito della Nazione. E anche quando lavorano da solisti, emerge con forza la sinergia del collettivo. Qualche esempio concreto. Wu Ming 2 racconta in questo libro la stazione Tav di Reggio Emilia. E guarda caso Wu Ming 1 ha dedicato a quel progetto costoso e faraonico un reportage di demolizione architettonica, comparso su “Letteraria”. Intanto Wu Ming 1 sta chiudendo in questi giorni un libro sui No Tav e guarda caso il sentiero luminoso tracciato e ridisegnato da Wu Ming 2 promette già di prolungarsi fino a quella valle piena di neo-catari in diserzione dalle Grandi Opere Inutili. E Wu Ming 4? Lavora in retrovia, descrivendo paesaggi tolkeniani di campagne della contea abitate da ragazzini fabiani che saranno chiamati anche loro un giorno a difendere le loro valli. Tutto si tiene nel collettivo, è questa la sua forza. Sanno essere uni e trini, e lo fanno divinamente. No, non c’entra lo spirito santo. È il materialismo storico di questi tre fratelli del Libero Spirito che ci sorprende perché soffia dove vuole, ma porta sempre resistenza, ribellione e rivolte, da Frankenhausen alla pianura padana.

Stefano Erasmo Pacini, Noi sogniamo il mondo, Arcidosso, Effigi, euro 18

Stefano Pacini ha raccolto alcuni dei suoi scatti migliori, realizzati tra gli anni Settanta e i nostri giorni. Stefano fa con le fotografie quello che i poeti in ottava fanno con le parole: conserva la memoria, crea un archivio pubblico di un mondo che purtroppo sta scomparendo. Un mondo di un’umanità che sapeva ancora sognare l’utopia. Dai ventenni fricchettoni degli anni settanta ai contadini della maremma mineraria, quanti si sono trovati di fronte un ciclopico fotografo barbuto, armato di un unico occhio fotografico, che si ergeva di fronte a loro con la grazia di un fattore che viene a controllare la vendemmia? Era Stefano che, reflex in spalla e pennato in cinghia, prelevava con l’obiettivo una marza di realtà per innestarla nel suo archivio personale. Dopo tanti anni di riposo all’ombra, la linfa fotografica torna a scorrere e l’archivio germoglia in questo meraviglioso libro di istantanee. Alcuni si riconosceranno in quelle fotografie, altri si sogneranno in quelle stampe di un bianco e nero esemplare. Col dubbio che quel mondo che non conosciamo, che desideriamo come l’isola che non c’è, non sia altro che il sogno sognato da un fotografo-contadino-demiurgo, reflex in spalla e pennato in cinghia, che costruisce l’utopia fotogramma dopo fotogramma.

Alfonso Diego Casella, Promenade, Vittoria Iguazu Editora, 2015, pp. 77, euro 10

Un piccolo divertissement letterario su Siena, con balzi ucronici sorprendenti e una scrittura sempre levigata e potente, mai leziosa. Una derive letteraria che ci fa camminare da Porta Camollia a Porta Tufi assieme a Tozzi e Goethe, Fortini e Calvino (e guarda un po’, pare che anche ai tempi dell’Angiolieri non si potesse fare casino in via Pantaneto…).

Gianumberto Accinelli, La meravigliosa vita delle api. Amore, lavoro e altri interessi di una società in fiore, Bologna, Pendragon, 2016, pp. 155, euro 14

Taglio scientifico ma scrittura che non teme le metafore e i “voli pindarici” della poesia. Un libro che va oltre la divulgazione, che fa analisi e tesse legami tra i favi delle arnie e il mondo che le ospita, soggetto a pratiche di antropizzazione selvaggia. Non è un manuale di apicoltura, è piuttosto una riflessione di biosociologia, che ci fa guardare all’ambiente a partire dalle bottinatrici. Dall’arme sociale razzistoide (diffuso negli Stati Uniti) sulle “pericolose” api killer africanizzate, eco delle paranoie securitarie verso altri umani – da noi abbiamo vissuto qualcosa di simile con l’ailanto, si veda al riguardo questo bell’articolo – alla sindrome da svuotamento degli alveari, uccise da pesticidi a da una ridotta biodiversità delle campagne, sacrificate alla produzione estensiva. Una lettura che interesserà anche chi non ha mai sollevato un telaino per controllare la covata di questo prezioso insetto impollinatore.

Ilaria Giannini, Federico Di Vita, I treni non esplodono. Storie dalla strage di Viareggio, Prato, Piano B edizioni, pp. 155, euro 15

Un libro necessario sulla strage di Viareggio. Testimonianze potenti, la voce delle vittime e dei testimoni intervallate di tanto in tanto dai verbali degli interrogatori al processo. Una strage che è anche un disastro industriale. Il gas mi ha ricordato Bhopal, le vittime civili nei loro appartamenti L’Aquila. L’ingiustizia istituzionale l’Eternit di Casale o il caso Thyssen. Come anche il fuoco.
Forse si poteva lasciar più spazio all’inchiesta, oltre la raccolta delle voci dei testimoni. Indagare di più la storia delle ferrovie, dei tagli, come si inquadra il disastro, storicizzando la questione delle privatizzazioni, delle ristrutturazioni, delle scelte aziendali a favore dell’alta velocità contro i pendolari, etc etc. C’è anche questo, ovviamente, nell’ultima parte, ma rimane schiacciato dalla serialità delle testimonianze.
Ma la storia c’è. Ci sono tutti gli ingredienti della storia italiana di questi anni e la giustizia che scappa in volo, simile a un’Arpia.

Alan Pauls, Il fattore Borges, Roma, Sur, 2016, pp. 166, euro 16.

Non amo Borges. Gli preferisco Arlt o Walsh, anche se riconosco che la penna di Borges si muove su vette siderali che chi scrive con una pistola in tasca in clandestinità, come faceva Rodolfo Walsh, non ha il tempo di provare a raggiungere. Ma il punto non è amarlo o no. Sicuramente ne riconosco l’importanza, al punto che in Argentina si scrive o sull’onda di Borges o contro Borges. Voglio però dire un’altra cosa. Ovvero, Borges o non Borges, che diavolo di libro ha scritto Alan Pauls! Sembra un libro su Borges scritto da Borges (la puta que lo parió, siamo ripiombati in un labirinto borgesiano… Bien, rientriamo nelle righe). All’incrocio tra critica letteraria e narrativa, con giochi di rimandi testuali enciclopedici, con una penna altissima, sicuramente superiore a quant’altro abbia letto finora di questo autore, che sembra dare nella saggistica narrativa il meglio di sé. Impossibile condensare tutti i motivi sollevati in quest’opera, mi limito a consigliarne la lettura. E voglio cogliere un solo elemento, che sostengo da tempo: Borges scriveva ibridi narrativi, libri del Quinto Tipo. Oggi in Italia i suoi editori gli avrebbero chiesto di scrivere un romanzo-romanzo o di infilarsi in un genere. Non che non l’abbia anche fatto, ma nella sua opera c’è evidente la spinta al rifiuto della collana, o meglio: la tensione a forzare i margini della collana e del genere. Borges, scrive Pauls a proposito delle pagine su Evaristo Carriego, “zigzaga tra generi che non necessariamente vanno d’accordo: biografia mancata, esercizio di storia o di antropologia urbana, manualetto di critica letteraria, finzione esitante, raccolta di quadri di costume” (p. 19). E ancora: “l’identità di un testo non è definita da una serie di attributi ma dal rapporto instabile che esso intrattiene con i contenuti nei quali gli avviene di comparire” (p. 124). Ancora Pauls. “Come se scrivere fosse questo, né più né meno che questo: cambiare di posto le cose, tagliare e incollare, estrapolare e praticare innesti, togliere e ricollocare, espatriare e radicare, separare e inserire”. Lo scrittore del Quinto Tipo è un innestino, è un po’ che lo dico. Ma il punto è un altro. Borges scriveva oggetti narrativi ibridi decenni fa e da noi gli editor faticano oggi a pubblicarli. Almeno che non li scriva Borges. (Perché odio Borges, ve lo racconto un altro giorno: oggi non si parla di Borges, dell’uomo che pranzava coi dittatori, oggi si parla di Alan Pauls che scrive come Borges su Borges.)


Alberto Prunetti (Piombino, 1973) ha pubblicato Amianto, una storia operaia e PCSP (Piccola Controstoria Popolare), entrambi con Alegre Edizioni. Traduttore e lavoratore culturale freelance, scrive su Letteraria, Giap, Il Lavoro culturale, Il Manifesto, Repubblica Firenze e altre testate.

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