Solo andata

28. Stanca di Londra, stanca della vita -2

– Maria Catena Mancuso –

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25 giugno 2016

Cara Gaia,

come stai? Ti scrivo dall’altra parte della Manica, che da ieri sembra essere più lontana. Com’è andata la manifestazione del 23? Ho letto delle dure restrizioni per chi partecipava e dei 18 fermi. Raccontami…
Difficilmente dimenticheremo questo giugno 2016, forse troppo ricco di emozioni. Parigi in profonda agitazione, le manifestazioni contro la loi du travail, la violenza della polizia, le incertezze sul futuro, le ferite che ha lasciato il terrorismo. E Londra, completamente sconvolta dall’esito del referendum. Ho ricevuto messaggi da tanti amici e parenti che mi chiedevano che cosa avrebbe comportato per me, ma non lo so. Non si fa che parlare d’altro, ma non si sa bene che cosa succederà.
Aspettavamo i risultati quasi come una sentenza, c’era molta tensione negli ultimi giorni, perché comunque fosse andata sapevamo che il voto avrebbe lasciato un segno importante. Si sapeva che i risultati non avrebbero dato un vantaggio netto a nessuna delle due parti, mostrando così una profonda frattura all’interno del paese, che pure c’è sempre stata. Ma non conosco nessuno che pensasse davvero che avrebbe vinto il “leave”. E ora il primo ministro scozzese dice che farà di tutto perché la Scozia resti nell’UE, annunciando un possibile nuovo referendum per l’indipendenza dal Regno Unito.
Il futuro è incerto, ma nonostante tutto mi sento al sicuro in questa città e in particolare nel quartiere più eurofilo, dove il 78.6% ha votato “remain”. E – grazie a Dio – ci siamo liberati di Boris Johnson, almeno come sindaco della città. E mentre qualcuno ieri parlava di una “Londonpendence”, una petizione perché Londra torni a far parte dell’Unione Europea, Sadiq Khan twittava: “I want to send a clear message to every European resident living in London – you are very welcome here. As a city, we are grateful for the enormous contribution you make, and that will not change as a result of this referendum. There are nearly one million European citizens living in London today, and they bring huge benefits to our city – working hard, paying taxes, working in our public services and contributing to our civic and cultural life.
We all have a responsibility to now seek to heal the divisions that have emerged throughout this campaign – and to focus on what unites us, rather than that which divides us.”
Nessuna chiusura, in un momento in cui pure non meraviglierebbe, nessun inno al monoculturalismo, tanto sbandierato da quei politici che si ingozzano del nostro futuro e si permettono pure di etichettarci come “choosy” e “bamboccioni”. E magari poi condannano, col culo al calduccio, chi cerca di sfuggire dalla guerra o dall’avvenire inospitale e arido che questa generazione erediterà.
E a proposito di ragazze ciusy, ti raccontavo l’altra volta della mia amica perugina che ora vive in Australia. La sua storia rappresenta bene la situazione di molti giovani laureati italiani. Dopo la triennale aveva cercato inutilmente lavoro nella sua zona. Era venuta a Milano per frequentare un master e per mantenersi aveva dovuto trovarsi un doppio lavoro. Non era mai a casa, tornava la notte tardi e si svegliava la mattina presto. Non aveva mai un giorno libero, neanche a Natale. Ormai stufa aveva deciso di lasciare Milano. Era partita per Londra, dove dopo pochi giorni era stata assunta nella caffetteria di un museo.
Una sera, dopo averla sentita, avevo deciso di provare a inviare un curriculum alla stessa azienda, lavorare in un museo sarebbe stato un bel salto di qualità. Dopo due giorni avevo il colloquio, il giorno dopo il colloquio la prova…
Mi ritrovavo così all’improvviso a dover ricominciare da capo, in meno di un mese stavo già passando al mio secondo lavoro e in questo nuovo inizio riversavo molte delle mie speranze…
Il giorno di prova mi era parso un inferno: dal 2001 l’entrata ai musei a Londra è gratuita. Questo vuol dire accesso illimitato a posti stupendi come la Tate Modern, la Tate Britain, la Wellcome Collection, la National Gallery, il British Museum. E poi il Science Museum, il Natural History Museum, il V&A… Ma allo stesso tempo anche valanghe di famiglie e bambini in lacrime, orde di anziani inglesi affamati, turisti da ogni parte del mondo tutti riversati in un unico ristorante con personale a volte poco preparato, sottopagato, che magari non parla neanche bene inglese, che si becca tutte le lamentele dei clienti insoddisfatti e le offese di quelli maleducati.
Nonostante i trilioni di bilancio annuale, sembrava che l’azienda facesse di tutto per risparmiare fino all’ultimo penny: la paga oraria al minimo di legge, mezz’ora di pausa non pagata, il continuo e a volte irragionevole taglio delle ore e del personale, una mensa scadente… E anche se è vero che molti ristoranti a Londra pagano il minimo, per i camerieri all’estero resta una sola, seppur certa, speranza: la mancia. Una pratica di educazione e buon senso, definita troppo poco elegante per il luogo in cui eravamo, che perciò era proibito accettare.
Come quasi tutti i musei londinesi, l’orario d’apertura era dalle 10 alle 18, tranne un giorno a settimana, quando si lavorava anche la sera, con turni che potevano durare anche 14 ore con mezz’ora di pausa a pranzo e quindici minuti a cena. Un “pranzo” che poteva essere alle 10:30 del mattino e una “cena” alle 5.

Per poter andare in bagno si doveva chiedere il permesso o riferirlo sempre –  ma se il ristorante era troppo “busy” bisognava tenersela, fino a quando la fila non scemava, magari dopo due ore. L’atmosfera era soffocante e la struttura troppo gerarchizzata. Il capo supremo era il general manager, poi in ordine i manager, i team leader, i section leader e poi i team member. Se te lo stai chiedendo, la mia carriera è nata e finita come team member.

Perché non sei scappata subito?, tu dirai. Me lo sono sempre chiesta anch’io e ce lo chiedevamo spesso anche tra colleghi. Ci siamo detti che quando lavori in posti così senti di non avere alternative. Che quando finalmente hai un giorno libero sei talmente stanco che lo passi a riposare o a svagarti, non di certo a casa al computer a mandare curriculum. Che poi la tua laurea non vale niente e il tuo inglese non perfetto e che gli unici lavori che puoi fare sono i cosiddetti “shitty jobs”. E che poi dopo essere riuscito a ottenere un briciolo di rispetto da chi sta al secondo, terzo, quarto o quinto gradino della piramide, che voglia hai di mollare? Non vuoi ricominciare da capo in un altro posto simile. Per trovare un bel lavoro serve tempo, ma quando vivi a Londra e hai pochi soldi sul conto non puoi permetterti di licenziarti senza aver già trovato un altro lavoro, ma gli unici lavori che si trovano in breve tempo sono gli shitty job, ma un altro shitty job non lo vuoi fare, perché dovresti ricominciare da capo ed è faticoso, e proprio ora che avevi guadagnato il rispetto dei manager…

Al museo avevo più di quaranta colleghi, tutti più o meno della mia età, tutti più o meno laureati, tutti più o meno, come li definirebbe il Sun, P.I.G.S. Anzi, P.I.S.S.: portoghesi, italiani (di cui la maggiore rappresentanza era di ragazze romane laureate in architettura), spagnoli e sudamericani. Questi ultimi tutti in cucina a lavorare come lavapiatti (kitchen porters in inglese, lingua sempre molto attenta al politically correct), che si esprimevano a stento e che erano arrivati tramite passaparola. Il loro team leader era un ragazzo polacco che quando doveva comunicare con loro veniva a pescare qualcuno che traducesse in spagnolo.

I momenti più belli erano quelli dopo il lavoro o in mensa, quando al mio stesso tavolo potevo sentire l’inglese perfetto di una collega nata in città e quello cockney di uno nato nell’Est – che diceva che da bambino giovava a calcio con David Beckham -, quello neozelandese, quello di una collega cresciuta in Florida e nata in Canada. Poi il francese di una ragazza tunisina, quello di un ragazzo nato in Mauritania vissuto a Parigi e di una nata in Normandia, sentire lo spagnolo dei Paesi Baschi, della Galizia e poi quello di Malaga e dell’Andalusia mescolarsi con quello cubano, ecuadoriano e peruviano…
Chiacchierare con cinque ragazze romane, un marchigiano (che fai fatica ad incontrare persino in Italia) e una veronese…

Appena arrivata ho fatto amicizia con i nuovi come me: quelli che lavoravano lì da più di sei mesi erano pochissimi e davano poca corda ai nuovi arrivati, inizialmente visti di malocchio perché non sanno bene che cosa fare, rallentano il lavoro, ce n’è troppi, ci si aspetta che se ne vadano presto e spesso lo fanno.
E poi tutti hanno i loro caffè da fare, piatti da servire, i manager alle calcagna, la pipì da trattenere… Fare amicizia implica doversi esporre, raccontare e raccontarsi e questo può voler dire farsi sfuggire qualcosa con la persona sbagliata, ad esempio una spia.
Chi voleva salire di grado o avere un aumento usava tutte le informazioni utili per fare bella figura coi manager.  Quelli che per avere un aumento di 20 pence all’ora dicevano chi stava per abbandonare, chi aveva messo da parte per sé un panino che a fine giornata doveva finire nella pattumiera (era proibito anche portarsi a casa roba avanzata), chi si lamentava per i turni o per la paga, chi non timbrava (rigorosamente con le impronte digitali) all’inizio e alla fine del turno o della pausa…

Nonostante tutto, superato il primo mese, ero riuscita a stringere delle amicizie, iniziavo a migliorare molto, avevo capito di chi fidarmi e come gestire le capatine alla toilette senza ritrovarmi due manager alla mia postazione ad aspettarmi e a dirmi perentoriamente che bisognava chiedere il permesso (fatto realmente accaduto).
Finalmente ero invitata alle serate dopo il lavoro, avevo imparato a riconoscere tutti i miei nuovi amici sudamericani della cucina, riuscivo a farmi mettere da parte qualche fetta di torta al pistacchio. Ma con il passare del tempo la gestione non migliorava granché. Soprattutto dopo le feste di Natale, quando c’è stato un forte taglio delle ore del personale, a volte anche di più di dieci a settimana. Il nostro contratto garantiva soltanto un minimo di 20 ore settimanali, ma con 530 pound al mese a Londra non ci campi. E neanche con 800, se è per questo.
I clienti d’altro canto però non diminuivano come le nostre ore e gestirli in così pochi era diventato impossibile: nel giro di un paio di settimane avevamo dato il preavviso di dimissioni in più di sei, solo tra camerieri.
Iniziava per me una nuova fase di libertà e di voglia di abbandonare per sempre gli shitty job, ma soprattutto gli shitty manager e gli shitty costumer che ti fanno sentire una shitty person.
Un paio di giorni dopo il mio addio al museo partivo per tornare a Milano e poi a casa. Una breve vacanza prima di ricominciare di nuovo,  con una nuova prospettiva.

Aspetto tue notizie.

Ti abbraccio,

Maria


Maria Catena Mancuso (1992), è nata al sud e ha studiato Lettere alla Statale di Milano, dove ha subito iniziato a collaborare con il giornale dell’università, contribuendo qualche anno dopo alla fondazione della radio ufficiale. Attualmente cerca la sua strada a Londra, ma nel suo futuro sogna la Francia. Ama le lingue e la grammatica. Le piace scrivere di agricoltura, ambiente e cibo. Crede ancora negli ideali.

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