[TraDueMondi] La necessità di cultura e conflitto. Su Fordismi di Bruno Settis

 – Marta Fana –

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L’attualità del dibattito sull’economia è caratterizzato dal prefisso “post” – dalla società “post-industriale”, fino al più recente “post-capitalismo” – dopo decenni trascorsi a declinare strutture e sovrastrutture come qualcosa di inedito a cui ci si riferì introducendo un altro prefisso “neo”: neo-capitalismo, neo-liberismo. Già allora però un post si aggirava sui giornali, nelle aule delle università, era il “post-fordismo”. Siamo alla fine degli anni Settanta; l’ondata di mobilitazione della classe operaia, la crisi petrolifera e la saturazione del mercato dei beni ormai di massa prefiguravano, secondo un’interpretazione diffusa, il declino del paradigma socio-economico che aveva pervaso il XX secolo, il Fordismo. Quell’idea di gerarchizzazione della produzione e dell’intera società che dagli Stati Uniti trovò espressione in Europa ma anche nel blocco Sovietico, declinandosi di volta in volta in modo differente. Un capitolo di storia che tuttavia non è facilmente archiviabile, perché “il concetto di fordismo era ed è noto ma non conosciuto”. Così Bruno Settis, autore di Fordismi. Storia politica della produzione di massa (Il Mulino 2016), ci avvia alla conclusione di un excursus storico su quel che è stato e ha rappresentato il fordismo tra le sponde dell’Atlantico e del Pacifico. Il libro ripercorre non soltanto i connotati economici della produzione di massa nei diversi Paesi, il ruolo determinante della dialettica tra potere politico e potere economico, ma anche l’elevato dibattito che attorno a queste mutazioni socio-economiche si andava sviluppando. La rigorosa analisi che Settis ci consegna ha la capacità di fornire una chiave di lettura politica della grande industria nel XX secolo e, al tempo stesso, la ricchezza storiografica riportata nel saggio rivela l’attualità di riscoprire un dibattito informato e dialettico sui processi in corso, senza dare per scontato l’acquisizione di quelli passati, più o meno conclusi.

Lo studio del fordismo riguarda innanzitutto il legame tra produzione e società, di quello che classicamente veniva inteso come “i rapporti sociali di produzione”, ma anche del rapporto tra la grande impresa e il governo. Lungo queste direttrici si snodano le differenze tra il fordismo negli Stati Uniti e quello sviluppatosi negli altri Paesi e il dibattito intellettuale fiorito attorno a questa fase storica.

Da Detroit, Ford si era reso protagonista dell’organizzazione scientifica del lavoro così come della formazione in senso sociale e civile della classe operaria nel suo insieme. La razionalizzazione dei processi produttivi, sviluppata attorno al ritmo dettato dalla catena di montaggio, costituì una parte del progetto politico entro cui il fordismo va ricondotto. Henry Ford ambiva non soltanto al governo delle cose, ma anche a quello degli uomini. La questione del controllo sociale senza alcun intermediario può essere considerato l’asse portante della strategia politica di Ford, il quale non soltanto rifiutava la conflittualità di cui si faceva portavoce il sindacato ma anche l’intervento dello Stato, come nel caso del New Deal di Roosvelt. L’impatto di Ford nella società americana è legato alla capacità di innervare i meccanismi e le regole del processo produttivo nell’organizzazione generale della società, a partire dai suoi bisogni e dalla formazione delle identità sociali. La relativa debolezza dello Stato permise a Ford di avviare lui stesso non soltanto la formazione degli operai, ma soprattutto il processo di americanizzazione delle masse di migranti. La strategia fordista culminò nell’introduzione del five dollars day, che solo secondariamente può essere ricondotta a una strategia per innescare il consumo di massa. Come spiega Settis, questa politica degli alti salari si “pone in primo luogo obiettivi sociali e di garanzia dell’uniformità della forza lavoro piuttosto che l’orizzonte dell’innesco di un circolo virtuoso” tra produzione e consumo di massa. Il dominio dell’impresa e la sua strategia di consenso, basata sul five dollars day si frantumarono di fronte alla crisi del 1929, passaggio storico che rese inequivocabile la necessità di una sovrastruttura statale, fino ad allora debole. Se da un lato la Grande Depressione mostrò limpidamente alcune contraddizioni della pace sociale di cui Ford si faceva garante, dall’altro la critica al sistema fordista ne tracciava limpidamente le contraddizioni intrinseche. Infatti, la politica degli alti salari e della razionalizzazione all’interno di un sistema produttivo di tipo capitalistico non esercitava alcuna dialettica nel governo dell’impresa, nei suoi rapporti di potere, mantenendo salde le barriere contro qualsiasi tentativo di democratizzazione dei processi economici. Su questo piano politico si pone la critica di Gramsci, ma non solo. Tuttavia, Gramsci, come anche Lenin – nonostante il giudizio dei due non coincidesse – non rifiutava il taylorismo di per sé, giacché la razionalizzazione dei processi avrebbe consentito quell’efficienza utile a garantire una svolta nel processo di liberazione della forza lavoro. A incrementi di produttività avrebbe fatto seguito la riduzione dell’orario lavorativo così che la classe operaia potesse dedicarsi più a lungo alle questioni politiche e sociali. Per dirla con le parole di Terracini, citate nel libro: “Essere rivoluzionari non significa essere contro la produzione”. Il dirigente comunista pronunciava queste parole in un congresso della Camera del Lavoro di Torino, per eccellenza la Detroit italiana. Tuttavia, il modello di fordismo italiano si sviluppò in tutt’altro contesto sia politico che economico. In particolare, il fordismo della Fiat si inserisce in una visione di capitalismo assistenzialista. Il consenso non fu incarnato da una politica di alti salari, sempre osteggiata, bensì da quello che oggi viene chiamato “welfare aziendale”. Anche in questo caso, la via italiana al fordismo in termini di controllo sociale era alimentata dal rapporto con le altre forme di potere, ad esempio la Chiesa, nel tentativo di sostituire i focolai del movimento operaio con forme di consenso sociale che allontanassero la politicizzazione della massa operaria, come il dopolavoro. Lo stesso vale per il rapporto con il fascismo, il cui legame si intrecciò sempre su un doppio binario: quello economico, che avrebbe garantito la protezione del mercato interno, e quello della disciplina del movimento operaio dentro la fabbrica. Nei rapporti col sindacato e le avanguardie comuniste, Agnelli mostrò, a differenza di Ford, propensione a forme di negoziato, sebbene asimmetriche, fintanto che non venisse messo in discussione il potere di controllo del management.

Dopo aver qui sommariamente ripreso affinità e divergenze del fordismo tra Stati Uniti e Italia, tralasciando rilevanti esperienze come, tra le altre, quella sovietica, francese e inglese, anch’esse trattate con dovizia nel volume di Settis, quel che rimane è la cassetta degli attrezzi con cui affrontare il dibattito economico e politico che dalla Grande Guerra giunge fino ai nostri giorni. Se è vero che sui pensatori del ‘900 gravava la responsabilità di sviscerare l’essenza degli “-ismi” che via via si producevano nell’immaginario collettivo, è altrettanto concreta la necessità attuale di destreggiarsi nel connubio tra gli intramontabili –ismi appesantiti del prefisso post. Mentre il fordismo inteso come organizzazione scientifica del lavoro e della tecnica risulta in parte superato nei suoi connotati strettamente fisici, lo stesso non vale in relazione al dominio che il sistema capitalistico impone sulla società. Inevitabilmente, anche le forme di controllo così come i rapporti con il potere politico sono andati mutando, ma la loro essenza permane inalterata. All’interno di questo schema interpretativo può essere ricondotta la sconfitta intellettuale delle sinistre nel leggere i processi di terziarizzazione dell’economia, che ramificando e snellendo i processi produttivi, andavano configurando nuove categorie di lavoratori e professioni. Tuttavia, la riorganizzazione dei processi non sopiva la natura conflittuale del sistema. La flessibilizzazione del mercato del lavoro ha dato vita a un abbaglio collettivo nella forza lavoro, convinta di un livello maggiore di emancipazione e appropriazione di nuovi spazi di libertà fino al momento della sua radicalizzazione in forme sempre più aspre di precarietà economica, sociale e politica. Lo stesso vale per l’affermazione del lavoro autonomo di massa, che, sotto le mentite spoglie dell’autoimprenditorialità, è stata in grado di sopire la conflittualità di una parte del mondo del lavoro elevando l’individualismo a ragion d’essere, superiore dell’affermazione sociale. La bravura di Settis, vista con gli occhi “dell’economista del ventunesimo secolo”, è quella di stimolare due necessità storiche: il conflitto e la cultura.


Marta Fana è dottoranda in Economia allo IEP, SciencesPo Parigi. Si occupa principalmente di politica economy, mercato del lavoro e disuguaglianze. Collabora con Il manifesto, Micromega e altre testate nazionali.

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