Alfonso Carracci: un omosessuale che non si è saputo regolare

– Giovanni Mauriello –

Arcade Fire, We exist. Fotogramma del videoclip, tratto da internet
Arcade Fire, We exist. Fotogramma del videoclip, tratto da internet

La misoginia come male sociale ne L’amica geniale di Elena Ferrante

≪Qualsiasi cosa succeda, tu continua a studiare≫
≪Altri due anni: poi prendo la licenza e ho finito≫
≪No, non finire mai: te li do io i soldi, devi studiare sempre≫
Feci un risolino nervoso, poi dissi:
≪Grazie, ma a un certo punto le scuole finiscono≫
≪Non per te: tu sei la mia amica geniale, devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine≫.

 

Introduzione

Sebbene Elena Greco, la protagonista della tetralogia L’amica geniale, abbia studiato e, per farlo, si sia dovuta  trasferire a Pisa; sebbene, una volta affermata professionalmente, abbia girato in lungo e in largo l’Italia, abbia visitato Parigi, Montpellier e persino gli Stati Uniti, il peso delle sue radici grava su di lei dalla prima all’ultima pagina di questa lunga storia. Elena Ferrante, l’autrice senza volto dei quattro libri, ci racconta di un rione napoletano che resta sempre incollato alla pelle di coloro che ci sono nati e cresciuti. Fin dal primo libro sappiamo che in questo rione c’è uno stradone, ci sono palazzine abbandonate e malridotte; sappiamo esserci una pasticceria, quella dei Solara, fratelli affascinanti e malavitosi figli di una famiglia di strozzini; c’è la scuola, la maestra che si affeziona agli alunni come fossero figli suoi; e poi la salumeria, la cartoleria. Soprattutto, c’è un profondo e radicatissimo disagio economico e culturale.

Non sappiamo se Elena Ferrante in quel rione ci sia nata e cresciuta davvero, sappiamo però che Elena Ferrante è una narratrice vigorosa e fin troppo attenta a raccontare un contesto molto – forse troppo – verosimile.

Il mondo del rione riesce ad essere inclusivo ed esclusivo al tempo stesso: appartenente al macro che è Napoli, possessore della medesima energia, ma ciononostante rinchiuso nel micro che è quello stradone, quello squallore diffuso. E a noi, i lettori, fino a buon punto della storia basta questo, tanto ci finiamo dentro: ci basta sapere chi è Elena Greco, la protagonista, la sua vita scolastica, le sue piccole insicurezze e, soprattutto, vogliamo sapere chi è Lina, la sua amica.

Appare evidente fin dalla grande prolessi narrativa iniziale – in cui Lina, da subito, è presentata come motore indiscusso di tutto ciò che accadrà nel corso di circa 1800 pagine – quanto il rapporto tra le due sia ingombrante; finché, d’istinto, una volta dentro la storia, viene spontaneo domandarsi: chi è questa amica geniale: Lina, l’amica di Elena, o Elena, l’amica di Lina? Perché Elena Greco, detta Lenuccia, e Raffaella Cerullo, detta appunto Lina, sono l’una il doppio dell’altra: impegnate sì in vite diverse fin dal loro debutto nel mondo degli adulti, ma pur sempre alla ricerca di risposte a quesiti simili; si mescolano tra loro alternando rivalità ad indissolubile affetto; si spalleggiano, si condannano. Nascono nello stesso mese, nello stesso anno, nello stesso luogo. Tutto è casuale, forse, tutto è destino. Il dato che conta, ciò che a noi importa, è che nascono femmine in un rione napoletano e, da femmine, affrontano la vita che gli è toccata senza battere ciglio, ognuna come riesce meglio a fare.

Ciò che le accomuna – più che l’età, il ceto sociale o altro – è che entrambe lo affrontano, quel rione: le loro coetanee accettano di buon grado – ma anche (il grado) non fosse buono non importerebbe a nessuno –  il loro compito di mogli-madri-casalinghe, mentre Lina e Lenuccia no: ognuna a suo modo, certo, ognuna secondo la propria fortuna o sfortuna, ma entrambe tentano faticosamente di spostare il loro ruolo sociale da femmina tout court a qualcosa di altro che non è chiaro a nessuna delle due.

Elena si rifugia nello studio e lei per prima non sa a cosa la porterà: quando smetterà? Prima alle elementari, poi alle scuole medie, poi arriva infine a laurearsi. Tutto senza un obiettivo reale; a dire il vero, Elena non è neppure cosciente di cosa si possa ottenere tramite lo studio. Il suo è un destino pronto a esplodere di cui per prima lei è vittima e poi beneficiaria senza che ne abbia una reale consapevolezza.

Lo stesso discorso vale per Lina, dotata di un’intelligenza fuori dal comune ma ciononostante bloccata arbitrariamente alla licenza elementare. A differenza della sua amica, Lina sbaglia di continuo e di continuo si reinventa daccapo. La sua identità è flebile come i suoi nervi, i suoi contorni smarginati come la sua mente in continua trasformazione. Rifiuta il dominio dei maschi e, senza averne coscienza, riesce a invertire i ruoli e a decidere lei per loro. Come fosse un’altra faccia della stessa medaglia che è Elena, Lina non ha studiato, non sa cosa sia il femminismo, eppure esegue pedissequamente una strategia che la conduce ad una traduzione quasi iconografica della battaglia femminista: declina con violenza qualsiasi imposizione sessuale dei maschi, reagisce alle botte, si emancipa economicamente e professionalmente pur non avendo potuto studiare. Rimescola le carte e affascina l’intero rione. Lo possiede. Solo Elena, la bambina cresciuta che prima di tutti aveva intuito quella vivacità nella mente della sua amica, saprà fronteggiarla sempre. Solo per lei sarà Lila e non Lina come per tutti gli altri. Un’esclusiva totale che si appropria persino della denominazione, che rende fluidi e veloci sessant’anni di vita ricchi di incomprensioni ma soprattutto di condivisione totale.

Con queste premesse, leggendo la storia di Lina e Lenuccia nella sua interezza, risulterebbe del tutto improbabile non evidenziare questioni di genere che si aggrovigliano tra le pagine ed emergono su molteplici fronti. Non basta la violenza domestica dei padri padroni, non basta la soggezione psicologica, economica, emotiva delle donne di quel rione. La questione insegue la protagonista altrove, l’accompagna come fosse un marchio sulla pelle e la incoraggia a scollarsi di dosso quell’insegnamento che la voleva mamma-moglie-casalinga.  E con quella condizione ci faranno piano piano i conti tutti gli appartenenti a quella stessa generazione: che siano nati dentro o fuori dal rione, siano ricchi o poveri, il mondo che viene descritto ne L’amica geniale attraversa sessant’anni di storia nei quali capeggiano le contestazioni giovanili, le riforme universitarie, le battaglie per la liberazione sessuale. Ecco perché L’amica geniale – e poi, a comporre la tetralogia: Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta e Storia della bambina perduta – sono libri che racchiudono una storia importante non solo per il suo valore narrativo, ma anche per il significato che può  assumere ai fini di un’analisi in termini di genere e di significati socio-culturali della sessualità.

Ma l’autrice non si limita a narrare le vicende delle due amiche; diremmo meglio: l’autrice non si limita a raccontare il disagio di due femmine cresciute in un ambiente tremendamente vincolato dalle regole del patriarcato. In questo articolo parleremo di Alfonso Carracci, perché la sua vicenda non può essere ridotta a mera storia di un maschio, benché lui biologicamente lo sia. La storia di Alfonso è piuttosto la conseguenza di una tradizione connessa a regole artificiali che definiscono rigidamente il ruolo (considerato, senza alcuna premessa scientifica, naturale) di ciascun membro della società, scandita nei generi donna e uomo, a vantaggio di quest’ultimo; ciò che è fuori da questi binari, ciò che è conseguenza naturale della fluidità della sessualità umana, non solo non è considerato, ma va, in nome di quella tradizione, eliminato.

1. L’inizio di un conflitto di genere

Le regole del rione in cui risiede Elena Greco sono chiare fin dalle primissime pagine. Sotto un punto di vista prettamente narrativo, nell’opera di Ferrante non vige certo un criterio parsimonioso in termini di ricchezza di informazioni e di dettagli: la storia inizia agli albori dell’amicizia tra Lenuccia e Lila che, ancora alle elementari, vivono una fase di perfetta delineazione di alcune caratteristiche caratteriali che le accompagneranno per il resto della loro vita.

Lenuccia è già insicura, sì brillante a scuola ma in virtù della sua diligenza e caparbietà; Lila, invece, esibisce fin da subito una corazza inscalfibile: le botte, i litigi, le pressioni degli insegnanti, niente riesce realmente a scombinare il ritmo frenetico dei suoi ragionamenti, le schegge invasive della sua personalità. Di conseguenza, Lenuccia alterna momenti di serena subalternità a struggenti complessi di inferiorità; sempre, nonostante tutto, anche nelle fasi più ardue di quel legame scivoloso, subisce una fascinazione salda e crescente: l’intelligenza della piccola Lila si manifesta con vigore fin dalle elementari; è fondamentale, a tal proposito, l’episodio in cui, nella scuola delle due amiche, viene indetta una gara di calcolo a cui prendono parte i più bravi dell’istituto: Elena si impegna, sa di essere brava, ma più di tanto non sa spingersi, cede all’insicurezza o forse, più probabilmente, è già capace di auto-analizzarsi e di definire i propri limiti. La batte Alfonso, il piccolo Alfonso Carracci: ≪un bambino molto curato, uno di seconda come noi, che pareva più piccolo dei sette anni che aveva≫; Lenuccia ci racconta che ≪la sgominò subito […] ma aveva di buono che non godeva a sopraffarti≫.

Il limite, dunque, a ben vedere, non è solo mentale: c’è il figlio di Don Achille, in quella stessa classe, e sebbene la sconfitta di Lenuccia fosse autentica, c’è qualcun altro che sarebbe forse in grado di batterlo: Lila, che però ora prende tempo, ora si zittisce e simula come di non aver sentito la domanda. Elena non sa arrendersi all’eventualità che la sua amica non sia la migliore e, di fatto, appare ovvio che poteva, volendo, dosare l’uso delle sue capacità. E non le sfugge neppure il motivo per il quale quel dosaggio fosse necessario: anche lei aveva il divieto di fare torti non solo a Don Achille, ma anche a tutta la sua famiglia. L’atmosfera è nettamente ludica, quella competizione non è finalizzata ad altro che ad una celebrazione delle competenze acquisite durante il percorso scolastico; di base, però, c’è un valore ben più consistente: colui che, tra quei bambini, fosse definito il migliore, godrebbe di una sanzione corale capace di attribuire un significato onorifico che collochi quel bambino al di sopra degli altri. Vien da sé, dunque, che un conto sarebbe battere Lenuccia, la figlia dell’usciere, altra cosa invece sarebbe battere Alfonso, figlio di Don Achille. Perché? Per motivi diversi ma speculari: in quella classe Don Achille è l’orco delle favole – così lo chiamano le bambine – colui che ruba le bambole e che fa spavento solo ad essere nominato; per i grandi, invece, quell’uomo è lo strozzino, il malavitoso di cui temere le reazioni. Il confine tra le due identità è in verità molto labile, poiché da una definizione deriva l’altra: i bambini hanno imparato a temere quell’uomo proprio perché ne hanno definiti i contorni ereditandoli dai propri genitori e, di conseguenza, persino in una gara di calcolo si teme di osare troppo battendo il figlio di Don Achille.

Tornando alla gara, sebbene Lila, come tutti, si fosse posta lo scrupolo di non screditare Alfonso davanti a tutti, l’autrice trova poi, tramite un escamotage letterario, l’occasione per far reagire Lila dimostrando alla classe quanto lei valga: Enzo, un personaggio che avrà poi la sua importanza nel corso della lunga storia, si ritrova da bambino nei panni dello svogliato, incapace e delinquente; eppure proprio lui, che neppure era stato chiamato a partecipare, asfalta Alfonso e richiama in gioco Lila che, sentendosi punzecchiata, non ci sta a vedere qualcun altro dominare mentre lei – ormai è chiaro – si era fatta da parte intenzionalmente.

L’esito, e quello conta, è che Lila trionfa. In una gara cui l’epilogo sembrava già scritto, seppure le parti e le intenzioni dei personaggi si siano più volte rovesciate, l’autrice sottolinea fin da subito l’impari competizione tra Lila e chiunque altro. Sia pure contro il figlio del temibile Don Achille, nato avvantaggiato, o contro il bullo della classe, Lila non soccombe alla regola di quel gioco e, in una prospettiva isotopica, alle regole del rione: non è un caso che, oltre a Lila, l’unica femmina coinvolta in quel gioco fosse Elena e proprio lei sia stata messa da parte quasi subito; non è un caso, soprattutto, che l’inciso che conclude il capitolo in questione reciti: da allora la banda dei maschi cominciò a lanciarci le pietre.

Il conflitto tra maschi e femmine, di fatti, può dirsi iniziato fin da qui: quando nulla ha ancora una forma precisa, Elena e Lila non accettano, potremmo dire per indole, di essere mere spettatrici di una competizione alla quale ci si aspetta che loro non partecipino.

2. Alfonso Carracci e l’equilibrio del doppio.

Ai fini narrativi, il ruolo di Alfonso Carracci è in un primo momento ai limiti del marginale: studente educato e promettente, acquista un posto nel cuore di Lenuccia quando, tra i pochi privilegiati approdati al liceo, diventa il suo compagno di banco; da quel momento recupera, nel corso dei quattro libri, una posizione sempre più centrale.

L’affetto tra i due si salda proprio nel nome di un’insolita empatia: non c’è subalternità né un istinto protettivo tipicamente prepotente, da parte di Alfonso. A ben vedere, pare che le dinamiche maschio-femmina che vigono nel rione siano, nel loro rapporto, totalmente annientate. Merito anzitutto della intelligenza e della sensibilità di Alfonso che, al contrario degli altri ragazzi (e, fatta eccezione di Lila, anche delle altre ragazze) viaggia sulla stessa lunghezza d’onda di Elena e in lei trova una valida complice durante tutto il percorso scolastico.

Sebbene persista un reciproco affetto, tuttavia, l’amicizia tra i due non riesce a resistere imperturbata al trascorrere degli anni: un po’ per il trasferimento di Elena alla Normale di Pisa, un po’ perché gli argomenti tra loro sembrano come esaurirsi, ad ogni incontro successivo alla fine del liceo resta intatto solo l’entusiasmo di rivedersi senza la promessa di rimanere in contatto una volta lontani. Ciononostante, l’autrice non abbandona le vicissitudini di questo alieno che, anno dopo anno, appare un po’ più bello, un po’ più posato e composto; poi, ad un tratto, ormai adulti, Alfonso pare vivere una crisi e la sua identità vacilla fino a risultare inquietante. Ma andiamo con ordine.

La personalità (e, potremmo dire, l’aspetto) di Alfonso si definiscono, a confronto con gli altri personaggi, in un modo decisamente più graduale: la prima sostanziale modifica che ci viene raccontata dalla protagonista avviene verso la conclusione del primo dei quattro romanzi, durante il matrimonio di Lila e Stefano Carracci – anche lui figlio di Don Achille e, dunque, fratello di Alfonso:

Quanto si era messo in ordine, Alfonso. Non lo avevo mai visto in abito scuro, camicia bianca, cravatta. Fuori dai suoi dimessi abiti di scuola, fuori dal camice da salumiere, mi sembrò non solo più grande dei suoi sedici anni, ma di colpo – pensai – fisicamente diverso da suo fratello.

Emerge subito, vediamo, una componente distintiva tra Alfonso e, se definiamo suo fratello Stefano come un esempio di maschio tipo, gli altri ragazzi a lui coetanei. Elena non sa definire esattamente cosa lo distingua: forse l’insolita cura del suo aspetto, ma resta confusa la delineazione della causa primaria di queste osservazioni. Aggiunge poi:

[…] pareva bello come un ballerino spagnolo che avevo visto in televisione, occhi grandi, labbra tumide, nessuna traccia ancora di barba. Marisa evidentemente gli si era attaccata alle costole, il rapporto era cresciuto, si dovevano essere visti senza che ne sapessi nulla. Alfonso, pur così devoto a me, era stato vinto dalla capigliatura tutta riccioli di Marisa e dalla sua chiacchiera inarrestabile che lo esimeva, lui così timido, dal riempire i vuoti della conversazione? Si erano fidanzati? Ne dubitavo, lui me l’avrebbe detto.

A questo punto della storia, sebbene siamo solo al termine del primo dei quattro romanzi, con un po’ di perspicacia si potrebbe già cogliere la tendenza recidiva di Alfonso a rovesciare un criterio in vigore secondo il quale ogni maschio, nel rione, possiede una femmina che gli è subordinata; al contrario, prima con Elena e ora con Marisa, Alfonso si lascia scegliere con un atteggiamento inspiegabilmente passivo dalle donne che gli capita di frequentare e ne asseconda l’umore senza avanzare alcuna pretesa: a questa altezza della storia non sappiamo ancora se tra lui e Marisa ci sia amore o amicizia, ma dalle parole di Elena – lui così timido; era stato convinto – capiamo che il potere decisionale della coppia appartiene interamente a Marisa.

Decisamente più significativo un altro episodio: non più il matrimonio di Lina bensì quello di suo fratello, Rino; è passato un altro anno, è il giorno delle nozze di Rino e Pinuccia e tra Marisa e Gino, un bullo coetaneo al gruppo di amici, avviene questo scambio:

[…] Gino lasciò la sua fidanzata che cercava di trattenerlo ridendo e venne a sedersi da noi. Si rivolse al ragazzino a bassa voce, accennando ad Alfonso: ≪Statti attento a questo qua, che è ricchione: mo’ t’ha accompagnato sul terrazzo, la prossima volta t’accompagna al cesso≫. Alfonso diventò di fuoco ma non reagì, fece un mezzo sorriso inerme e restò senza parole. Fu Marisa ad arrabbiarsi: ≪Come ti permetti?≫. ≪Mi permetto perché so≫. ≪Fammi sentire cosa sai≫. ≪Sicuro?≫. ≪Sì≫. ≪Guarda che io te lo dico≫. ≪Il fratello della mia fidanzata una volta è stato ospite a casa dei Carracci e ha dovuto dormire nello stesso letto con questo qui≫. ≪E allora?≫. ≪Lui l’ha toccato≫. ≪Lui  chi?≫.  ≪Lui≫. ≪Dov’è la tua fidanzata?≫. ≪Eccola là≫. ≪Di’ a quella stronza che io posso provare che ad Alfonso piacciono le femmine, mentre lei non lo so se può dire la stessa cosa di te≫. E a quel punto si girò verso il fidanzato e lo baciò sulla bocca: un bacio pubblico, così intenso che io non avrei mai avuto il coraggio di fare lo stesso davanti a tutti.

Colpisce senza dubbio l’appellativo ricchione, ma di questa scena sono in verità molti gli aspetti rilevanti: se in precedenza si trattava solo di un’intuizione, abbiamo qui la dimostrazione che, effettivamente, l’equilibrio nella coppia Alfonso – Marisa prevede una fattiva dominanza di Marisa che, cocciuta d’amore, non si piega agli insulti rivolti al suo fidanzato. La reazione di Alfonso, invece, è di totale destabilizzazione.

Quello che gli viene recriminato, però, non è realmente la presunta avance che avrebbe fatto al fratello della fidanzata di Gino, bensì, a monte, l’assenza di quelle caratteristiche riconosciute come necessarie per definire il ruolo sociale di un uomo: una mancata appartenenza al gruppo dei maschi, in sintesi, che, secondo le regole del rione, non rispettano le donne a quel modo lì, non hanno quei modi garbati, quell’aspetto curato; non possiamo escludere che, qualora in Alfonso fosse riscontrata una canonica e rude virilità, Gino non avrebbe neppure osato sfidarlo in quel modo e, ancora prima, il fantomatico fratello della sua fidanzata non avrebbe diffuso quella voce.

Si definisce in queste righe la sapiente capacità di Elena Ferrante di raccontare una (sotto)cultura misogina universalmente dannosa: per le femmine in primis, ma anche per tutti quei maschi che, di qualsiasi orientamento sessuale essi siano, non possano/riescano/vogliano aderire a dei rigidi paradigmi comportamentali maturati in virtù del proprio sesso biologico.

Lila, che continuava a guardare dala mia parte come se mi sorvegliasse, fu la prima ad accorgersi di quel bacio e batté le mani con un gesto spontaneo di entusiasmo. Applaudì anche Michele ridendo e Stefano lanciò un complimento greve al fratello, subito potenziato dal commerciante di metalli. Lazzi d’ogni genere, insomma, ma Marisa riuscì a far finta di niente. Intanto, stringendo la mano di Alfonso con forza eccessiva – le si imbiancarono le nocche – sibilò a Gino, che era rimasto a guardare il bacio con un’espressione ottusa: ≪Adesso lèvati di qua, se no ti do uno schiaffo≫. Il figlio del farmacista si alzò senza dire una parola e tornò al suo tavolo, dove la fidanzata gli parlò subito all’orecchio con un’espressione aggressiva. Marisa lanciò a entrambi un ultimo sguardo di disprezzo. Da quel momento cambiai opinione su di lei.

La conclusione del racconto di questo aneddoto, come vediamo, non fa che sottolineare quanto appena detto: sebbene per un maschio sia quantomeno spiacevole lasciare che la propria compagna intervenga a seguito di uno sfottò, la tensione sessuale che scaturisce da un bacio carico di trasporto è di per sé sufficiente per creare un’atmosfera di cameratismo tra gli altri maschi presenti e, nei confronti di Alfonso, basta a suscitare delle manifestazioni di supporto o, come direbbe l’autrice, lazzi d’ogni genere.

Possiamo dire, dunque, che il maschio discusso viene riabilitato al suo ruolo sociale fino a quel momento vacillante. Poco importa se la reazione, il gesto scatenante provenga in realtà da Marisa che quel bacio l’ha cercato e voluto, la premessa da cui parte il gruppo di maschi è che una qualsiasi azione dotata di un sottotesto sessuale abbia un valore onorifico per il maschio della coppia, non per la femmina che invece ne è solo il tramite per ricevere il plauso generale. Deduciamo da questo che, se anche Marisa non avesse cercato il bacio – e, per ipotesi, l’avesse addirittura scansato – la reazione del gruppo sarebbe stata la medesima.

Questo aneddoto, concludendo, ci racconta sì il disagio di un omosessuale represso alle prese con un tessuto sociale impreparato e retrogrado, ma anche quello che da tale contesto deriva, ovvero la supponenza di un uomo di imporre ad un altro uomo il comportamento giusto da tenere, e il ruolo meramente funzionale della donna all’interno di una coppia, pensata solo come (al massimo) strumento per ottenere l’approvazione generale.

2.1 Una parabola in discesa.

Il processo di cambiamento, in Alfonso Carracci, è attivo fin dall’adolescenza. Se dapprima non ne è chiara la direzione, però, una volta adulto si manifesta sempre più evidente il disagio che vive col suo corpo.

Ferrante resta sempre piuttosto vaga in merito alla questione: in una fase della vita del personaggio – quella più allo sbando, potremmo dire, disperata – lo stato confusionale in cui vive lo conduce a vestirsi con abiti femminili; prima in privato, poi pubblicamente.

Vediamo che il suo crollo mentale combacia perfettamente con la percezione sempre meno chiara del suo aspetto: sente l’esigenza di travestirsi ma poi se ne pente, a tratti se ne vergogna. Poi sfida il mondo – il rione – e senza riguardo per la moglie se ne va in giro a prender botte vestito da donna. La sua è una parabola in discesa che sintetizza un disagio che proviene da lontano, radicato nelle più tristi lacune in termini di auto-accettazione e accoglienza collettiva.

Nella ressa mi colpì soprattutto Alfonso per come era vivacissimo, allegro, elegante. Non lo avevo mai visto così, né a scuola, né nel rione, né in salumeria, e Lila stessa lo soppesò a lungo perplessa. Le dissi ridendo: ≪Non è più lui≫. ≪Che gli è successo?≫. ≪Non lo so≫. […] Qualcosa che in lui era silente si risvegliò in quella occasione, nel negozio illuminato a giorno. Fu come se avesse scoperto all’improvviso che era quella parte di città a farlo stare bene. […] A un certo punto ci raggiunse e con tono spigliato lodò senza mezze misure il lavoro che avevamo fatto. Era in uno stato di tale libertà mentale che vinse le sue vecchie timidezze e disse alla cognata: ≪L’ho sempre saputo che sei pericolosa≫ e la baciò sulle guance. Lo guardai perplessa. Pericolosa? Cosa aveva intuito, alla vista del pennello, che a me era sfuggito? Alfonso era capace di non fermarsi alle apparenze? Sapeva guardare con fantasia? Possibile, pensai, che il suo vero futuro non fosse nello studio, ma in questa parte ricca della città, dove saprà usare quel poco che sta imparando a scuola? Ah sì, nascondeva dentro di sé un’altra persona. Era diverso da tutti i ragazzi del rione […].

In questo episodio Elena racconta l’inaugurazione del negozio di scarpe prodotte dalla famiglia Cerullo (dunque, da Lila). Dopo tutta una vita trascorsa nel rione, e quindi ai margini della società, una parte del gruppo migra verso il centro di Napoli, a Piazza Dei Martiri, e la famiglia Solara, proprietaria del negozio, sceglie Alfonso per dirigere l’attività.

Come supponibile, la condizione di totale repressione identitaria di cui è vittima il giovane provoca, una volta a contatto con una realtà meno periferica, uno slancio di positività che non sa trattenersi dall’essere evidente.

Sia Elena che Lila rimangono perplesse, ma per motivi diversi: si evince dalle parole della protagonista che quello che la turba è la possibilità che lui possa avere delle capacità che lei non ha; che possa aver captato qualcosa della sua amica di cui lei non è consapevole; per il resto, si mostra ben lieta della serenità dell’amico.

Delle impressioni di Lila invece non sappiamo molto, ma l’autrice riesce a trasmettere un atteggiamento sospettoso, guardingo, come di chi ha già intuito qualcosa. Questa dicotomia tra consapevole e inconsapevole che in qualche modo divide le due amiche sarà un po’ una costante per tutto il racconto, in questa faccenda come in quella che vede Lila totalmente impegnata ad annientare le questioni (malavitose) del rione, mentre Elena, fisicamente lontana, non può che cogliere alcuni aspetti, interpretare a modo suo alcuni atteggiamenti, ma mai riesce ad avere il controllo della situazione.

In merito ad Alfonso e ai suoi mutamenti, durante la permanenza di Elena prima a Pisa e poi a Firenze, Lila stringe con lui un’insolita amicizia la cui natura appare via via sempre più inquietante. Il primo riferimento che il lettore ha col legame tra i due è raccontato nel seguente aneddoto:

Era un rapporto singolare, pareva fondato su un flusso segreto che, muovendo da lei, lo rimodellava. […] Un pomeriggio ce ne andammo in via dei Mille a fare spese e poiché quell’area era stata per anni il regno di Alfonso, lui si offrì di accompagnarci, aveva un amico con un negozio adatto a noi. Si sapeva ormai della sua omosessualità. Alfonso seguitava formalmente a vivere con Marisa, ma Carmen mi aveva confermato che i suoi figli erano di Michele, e mi aveva anche sussurrato: Marisa adesso è l’amante di Stefano […] Così non mi meravigliai che l’amico negoziante fosse – come ce lo presentò Alfonso stesso con divertimento – un ricchione. Mi meravigliò invece il gioco cui lo indusse Lila. Ci stavamo provando vestiti prémaman. Uscivamo dai camerini, ci guardavamo allo specchio e Alfonso e il suo amico ci ammiravano, ci consigliavano, ci sconsigliavano, in un clima tutto sommato piacevole. Poi Lila cominciò senza ragione a smaniare, la fronte corrugata. Non si piaceva, si toccava la pancia appuntita, era stanca, diceva ad Alfonso frasi come: che dici, non mi consigliare cose sbagliate, tu te lo metteresti un colore così? […] A un certo punto Lila afferrò un bell’abito scuro e come se lo specchio del negozio si fosse rotto disse al suo ex cognato: fammi vedere come mi sta. Gli disse quelle parole incongrue come se fosse una richiesta consueta, tanto che Alfonso non si fece pregare, afferrò il vestito e si chiuse in camerino per un tempo lunghissimo.

La trama già consueta dello sdoppiamento di Alfonso – prima con Elena, poi con Marisa, ora con Lila – non fa dunque che ripetersi; tuttavia, l’assoggettamento a cui lo sottopone Lila è singolare e inquietante: non si tratta di una subordinazione (come nel caso di Marisa) né di un’inconsapevole empatia (come tra gli ancora adolescenti Alfonso ed Elena) ma, piuttosto, quello che si instaura tra i due è un patto che, via via, assume la forma del compromesso.

Lila ha bisogno di un complice; la sua missione è sconfiggere Michele e Marcello Solara, camorristi che controllano il rione, e ha dalla sua la storica e struggente passione che il più grande dei due fratelli nutre per lei. Tramite la proiezione che Lila fa di sé su Alfonso, a sua volta innamorato di Michele, la donna riesce in qualche modo a ricattare l’avversario. Perché, com’è noto, la dignità di un uomo – specie uno come Michele Solara – può essere del tutto distrutta dall’ipotesi di una relazione omosessuale.

La dinamica è bizzarra e morbosa: i lettori scoprono questa complessa amalgama di sentimenti, dolori e segreti assieme alla protagonista, che assiste perplessa ma attenta alle verità che davanti ai suoi occhi si svelano lentamente:

Io seguitai a provarmi abiti. Lila mi guardava distratta, il padrone del negozio mi festeggiava a ogni capo che indossavo, intanto aspettavo perplessa che Alfonso ricomparisse. Quando successe restai a bocca aperta. Il mio vecchio compagno di banco, coi capelli sciolti, la veste elegante, era la copia di Lila. La sua tendenza ad assomigliarle, che avevo notato da tempo, si era bruscamente definita, e forse in quel momento era anche più bello, più bella di lei […] Chiese a Lila un po’ in ansia: ti piaci, così? E il padrone del negozio applaudì entusiasta, disse complice: so io a chi piaceresti, sei bellissima. Allusioni. Fatti che io non sapevo e loro sì. Lila fece un sorriso perfido, borbottò: te lo voglio regalare. Niente di più. Alfonso accettò con allegria ma non ci furono altre frasi, come se Lila avesse ordinato a lui e al suo amico, senza voce, che basta, avevo visto e sentito a sufficienza.

Alfonso, dalla sua, ha bisogno di riscattarsi. Di riprendersi gli anni buttati in un matrimonio di copertura, in una vita corrotta dalle privazioni. Lila non è Elena, capace di dargli un’incompleta forma di amicizia; tanto meno è Marisa, sì affezionata a lui ma come può esserlo una moglie, altresì pretenziosa, rancorosa, ferita; Lila, invece, lo accoglie consapevole di tutte le sue sfaccettature, lo accetta così com’è e gli mostra il suo lato più umano. Inoltre, non meno rilevante è quel malato tornaconto che, in qualità di copia di Lila, Alfonso può ricavare: Michele.

Per lui è disposto a tutto: persino all’eventualità tangibile che i figli di sua moglie Marisa siano in realtà figli di un tradimento tra lei e Michele; è disposto a vivere nell’ombra, a prendersi le mazzate, a sopportare il malumore dell’uomo di cui è innamorato e che, non potendo avere Lila, si accontenta – violentemente – di lui.

La dinamica tra i due uomini, così torbida e volutamente occultata, è ben narrata più avanti nel romanzo:

Lui, che non s’era mai vestito da donna in mia presenza se non quella volta che si era provato l’abito prémaman nel negozio di via Chiaia, arrivò in vesti femminili, lasciando a bocca aperta soprattutto Dede ed Elsa. Fu molesto per tutta la sera, bevve molto. Chiedeva ossessivamente a Lila: sto ingrassando, mi sto imbruttendo, non ti assomiglio più? E a Enzo: chi è più bella, io o lei? A un certo punto si lamentò che aveva l’intestino intasato, che sentiva un male cane a quello che – rivolgendosi alle bambine – chiamò culetto. E passò a pretendere che io gli dessi uno sguardo per capire cos’aveva. Guardami il culetto, diceva ridendo in modo sguaiato, e Dede lo fissava perplessa, Elsa cercava di trattenere una risata. Enzo e Lila dovettero portarselo via in fretta. Ma Alfonso non si calmò. Il giorno dopo, senza trucco, in abiti maschili, occhi rossi di pianto, uscì dalla Basic Sight dicendo che andava a prendere un caffè al bar Solara. All’ingresso incrociò Michele, non si seppe cosa si dissero. Michele, dopo pochi minuti, prese a colpirlo con pugni e calci, quindi afferrò l’asta che serviva a tirar giù la saracinesca e lo bastonò con metodo, a lungo. Alfonso tornò in ufficio assai malconcio, ma non fece che ripetere: è colpa mia, non mi sono saputo regolare. Regolare in che cosa non si riuscì a capire.

L’epilogo di questa parabola è, come annunciato, in linea col clima di violenza che scandisce la seconda parte della vita di Alfonso. Le pagine più dense di dramma e sofferenza, infatti, per quanto concerne le vicende del ragazzo, sono proprio quelle in cui i limiti entro i quali si giocava la sopravvivenza di Alfonso cedono e, dalle botte, si arriva all’omicidio.

Il suo corpo fu ritrovato […] sulla spiaggia di Coroglio. Era stato ucciso a bastonate chissà dove e poi buttato in mare. […] Mi tornò davanti agli occhi com’era ai tempi del ginnasio, gentile, attento agli altri, amatissimo da Marisa, tormentato da Gino, il figlio del farmacista. […] tagliai via il resto della sua vita, la conoscevo poco, la sentivo confusa. Non riuscivo a pensare a lui per quello che era diventato, sbiadì ogni nostro incontro recente, dimenticai anche il tempo in cui si occupava del negozio di scarpe in piazza dei Martiri. Colpa di Lila, pensai a caldo: con la sua smania di forzare gli altri rimescolando ogni cosa, lo ha stravolto. Se ne era oscuramente servita e poi lo aveva lasciato andare. Ma cambiai opinione quasi subito. Lila aveva appreso la notizia da qualche ora. Sapeva che Alfonso era morto, ma non riusciva a liberarsi della rabbia che provava nei suoi confronti da giorni e insisteva in modo sguaiato sulla sua inaffidabilità. Poi, nel bel mezzo di una tirata di quel tipo, si afflosciò sul pavimento di casa mia, evidentemente per il dolore insopportabile. Da quel momento mi sembrò che lei lo avesse amato più di me, anche più di Marisa e – come del resto mi aveva detto spesso Alfonso – gli fosse stata d’aiuto quanto nessuno. […] Tra lei e Alfonso ci doveva essere stato un rapporto più complesso di quanto mi ero immaginata. Gli si doveva essere affacciata sopra come su uno specchio e si era vista in lui e aveva voluto tirargli fuori dal corpo una parte di sé. […] Ad Alfonso doveva essere piaciuta molto quella fatica di Lila, le si era offerto come una materia viva e lei lo aveva sbozzato.

L’autrice sceglie di non sviscerare le dinamiche dell’assassinio. Ci sono forse sufficienti le premesse. Quel che conta è che Alfonso è rimasto incastrato in una realtà che non solo lo ha respinto: lo ha eliminato; non sappiamo se sia stata la mano di Michele, ma la fuga di Alfonso è stata arrestata arbitrariamente da qualcuno che ha scelto al posto suo. Lui che nella sua vita, in quel contesto sociale, non ha mai potuto scegliere ma sempre si è dovuto adattare alla personalità di altri per avere una qualche percezione di sé; che ha dovuto vivere nel sottosuolo di una città violenta per avere una percezione di libertà, una libertà che però gli è costata la vita.

3. La fine di una corsa.

La fitta trama della storia di Alfonso ci è utile perché in lui coesistono le due drammatiche conseguenze del sistema patriarcale: la concezione esclusivamente bipartita della sessualità, e la convinzione di uno status dominante da parte degli uomini. Alfonso, infatti, si sposta fluidamente, nel corso degli anni, da una condizione all’altra: dapprima, in quanto bambino biologicamente uomo, è padrone di tutti quei diritti che la società in cui vive gli garantisce; per di più nasce figlio di un uomo rispettato e quindi, come abbiamo visto, gli si prospetta una situazione di ottimale qualità di vita.

Già nel corso dell’adolescenza la sua posizione si fa via via più scivolosa: sensibile, attento, generoso; man mano che i suoi tratti si fanno più femminili (per quella che ne è la definizione nel suddetto contesto sociale) viene anche meno quel rispetto dovuto e ci si sposta verso una zona intermedia: uno sfottò soffocato, appena delineato dai più coraggiosi. La linea si sposta poi sempre di più verso questa direzione quando Alfonso assume definitivamente atteggiamenti femminili, per sfociare in un clima di impietosa violenza quando sceglie di vivere liberamente – se così si può dire – la propria sessualità.

Conviene a questo punto domandarsi, giacché l’autrice ci invita implicitamente a rifletterci senza indicarci una risposta, quale sia la vera identità di Alfonso. Già da ragazzo, con non poche difficoltà, Alfonso riesce a rivendicare la propria omosessualità. In un contesto più accogliente non possiamo escludere che la parabola evolutiva di Alfonso avrebbe trovato in questa affermazione il proprio compimento. All’interno del degrado culturale in cui ha vissuto Alfonso Carracci, però, il travestitismo sembra essere una via di fuga, l’unica soluzione per assecondare un modello sociale che lo vuole o femmina o maschio.

È importante quindi riflettere su un punto. Elena Ferrante, seppur dedichi ampio spazio alle vicende di Alfonso, non parla mai di transessualità. Parla di omosessuale o – citando insulti altrui – di ricchione, ma non fa mai riferimenti espliciti ad una presunta condizione di transessualità. Ed è inoltre importante sottolineare come il travestitismo sia un’attitudine che poco e niente ha a che fare con l’orientamento sessuale, dunque sarebbe riduttivo (nonché sintomo di latente transfobia) definire a priori Alfonso Carracci transessuale esclusivamente in virtù della sua attitudine al travestitismo. Ciò che sappiamo è che la sua omosessualità è stata violentemente respinta, che gli è stata data come unica soluzione affettiva – e sessuale – quella di rendere il suo corpo l’alter ego di quello di Lina Cerullo.

Arrivati a questo punto, e definita quindi la possibilità che, tra i due modelli, Alfonso abbia dovuto scegliere di essere femmina, è interessante notare la piega che ha conseguentemente preso il suo rapporto con Michele.

Michele Solara è il misogino: prodotto ideale del sistema patriarcale. Un uomo che considera lecito permettersi, nei confronti dell’altro sesso, botte, tradimenti, insulti, annientamento psicologico; vengono trattate così tutte le donne, fatta eccezione di Lila che, affacciata (su Alfonso) sopra come su uno specchio, provoca in Michele la reazione di un’evidente omosessualità latente che lo porta a iniziare una relazione clandestina con Alfonso.

Così come con le altre donne, Michele non manifesta alcun rispetto: l’atteggiamento che ha nei confronti di Alfonso è al pari (se non peggio) di quello che assumerebbe con un’amante scomoda che, secondo lui, merita quindi di essere malmenata, insultata, ferita in ogni modo.

Concludendo, nella quadrilogia L’amica geniale Elena Ferrante riesce ad articolare una sottotrama che non sa passare inosservata pur approfondendo le vicende di un personaggio secondario; tramite esso, l’autrice non fa che rinforzare una questione – quella dell’identità di genere e dei supposti e conseguenti ruoli – di cui l’intera storia è costellata. La critica che la Ferrante fa del sistema patriarcale è feroce e articolata, raccontata dalla voce di personaggi che non avrebbero potuto, non avrebbero dovuto, non sarebbero dovuti essere, ma che in un modo o nell’altro – chi con esito fortunato, chi no – hanno provato a confondere le carte e a costruirsi una libertà di cui andare fieri.

≪Alfonso tornò in ufficio assai malconcio, ma non fece che ripetere:
è colpa mia, non mi sono saputo regolare.
Regolare in che cosa non si riuscì a capire≫.


Giovanni Mauriello è nato a Roma nel 1992. È laureato in Lettere moderne e attualmente vive a Torino per il corso di laurea magistrale in Comunicazione e culture dei media. Passa gran parte del suo tempo a leggere, scrivere e guardare film. Di Roma gli manca moltissimo la carbonara.

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