Solo andata

27. La Malaparata – 2

– Luca Pollara –

B
Bruno Catalano, I viaggiatori

[la prima parte qui]

Quando passi un’intera giornata, poi due e via dicendo a passeggiare con il naso puntato verso i tetti o le colonne o le vetrine o i cartelloni, e quando i momenti in cui lo abbassi per seguire il flusso di pensieri dovuti al viaggio in solitaria si accumulano, noti altro.
Non è il senso della passeggiata a mancare, perché di quello non te ne importa. Ti interessi invece al modo in cui ci si rapporta al tempo.
Mi viene in mente Max Gazzé con il suo pezzo I tuoi maledettissimi impegni, perché ha ragione: il tempo si può metaforicamente ammazzare, ma non si combatte; invece sotto la “Union Jack” sembra proprio in corso uno stato di guerra programmato. Il Tempo mi stava aprendo un baratro orripilante tra la cultura nelle cui braccia volevo gettarmi e la mia: un lento sibilo monotono, un mormorio come di onde di mare che accompagna ritmico lo scorrere delle ore, con qualche breve variazione.
Ad ogni modo non voglio cedere. Sono all’inizio. Devo adattarmi. Ci vuole tempo.
Così prendo in mano l’unico libro non letterario che ho portato: Strano ma Londra. Come trasferirsi e vivere all’estero di Mattia Bernardo Bagnoli. Una guida utile e dettagliata. Sono al terzo giorno e decido di seguire le istruzioni. Percorro non so quante centinaia di metri o forse qualche chilometro per arrivare in un centro per il lavoro.
Dopo una breve attesa, forse una trentina di minuti, mi accolgono per un colloquio informativo preliminare, perché loro vogliono valutare anche le motivazioni che ti spingono a iscriverti (giusto per capirci: l’iscrizione al servizio si paga, ma loro vogliono sapere perché desideri iscriverti).
Dopo vari scambi sorprendentemente fluidi esco dalla stanza. Mi hanno detto che in tre giorni, o una settimana, ora non ricordo, mi avrebbero, nell’ordine:
– fatto aprire un conto bancario;
– dotato del National insurance number, utile per lavorare in Inghilterra, e che avrei ricevuto entro una settimana;
– sottoposto tre diverse offerte di lavoro, adatte al mio livello linguistico e alle mie capacità.
Non mi hanno lasciato iscrivere. La signora, di una gentilezza e di una competenza disarmanti, mi ha osservato per tutta la chiacchierata informale, ascoltato ogni mia parola, ogni mio respiro. E alla fine, quando avrebbe potuto spillarmi i diversi pounds per l’iscrizione, mi dice che non le sembro molto convinto. Mi invita a rifletterci e, se sarò deciso, potrò tornare a iscrivermi.
Maledetta Londra! Io tentenno, arranco, e tu mi scavi dentro come quelle ruspe che penetrano i passi di montagna.
E sia, te lo devo riconoscere, non sei come quelle ruspe. Devo ringraziare quella signora così disponibile e rassicurante, capace di adempiere egregiamente il suo lavoro. Ma in quel momento Dio quanto l’ho odiata. Va be’, non odiata, ma mi fece incazzare.
La strada del ritorno è diventata immensamente più lunga, il cemento duro sembra essersi trasformato in fango pesante. Sono un contadino che affonda i passi nella terra molle, nel mezzo di una città che mi gesticola, senza suonare, ai miei rallentamenti ai passaggi pedonali. Ho la testa affollata di dubbi e domande. Di una risposta neppure l’illusione.
Il buio ha avvinghiato con un clima mite tutta la città quando arrivo al mio campus. Mi fermo al bar/pub che hanno al loro interno. Voglio fare quattro chiacchiere e bere birra fino a diventare brillo. Loro chiudono alle 22:00. Ne prendo solo una e nella solitudine affollata tra i tavolini guardo, sento e non capisco nulla. Nessuno mi ha rivolto la parola, nemmeno al bancone quando dico – Una birra! -, per poi correggermi secondo l’idioma locale nella speranza che qualcuno si incuriosisca e mi dica una parola. Anche solo un “fuck you Italian”. Niente.
Mi sento come ubriaco, ma in modo strano. Sono le 22:30, seduto su una panchina fuori dalla serranda metallica chiusa del locale fumo nelle rimanenze di sommessi chiacchiericci. Decido di andare a letto. Non mi lavo nemmeno i denti. Mi giro e mi rigiro. Sento rumori, il letto è scomodo. Io alle 23:00 a letto. Non succedeva da quando avevo tre anni. Quattro forse.
Devo fumare ed esco di nuovo, passo in pigiama nella hall vuota a eccezione di una ragazza, e mi vergogno come un segugio incapace di seguire una traccia. A intossicarmi i polmoni ci sono solo io. Durante questi pochi giorni ne avrò visti forse un paio, tre al massimo. Tre fumatori, contando che questi bevono dalle sei o sette del pomeriggio, tre fumatori passando davanti a pub, ristoranti, locali, tre fumatori in un campus universitario. Tre in tutto. Io ancora fatico a crederlo. Devo aver visto male.
Sento che questa è una resa, ma non posso cedere così. Torno in camera e mi preparo a una battaglia insensata, metto un pantalone, prendo il blocchetto degli appunti, la penna e torno nella hall. I divanetti mi sembrano comodi, peccato ci sia sempre questo gigantesco televisore acceso. Mi siedo e comincio a buttare giù appunti, a metà tra il diario e una specie di racconto maleodorante di approssimazioni e qualcosa di indefinito. La ragazza è seduta dietro il banchetto della reception e io devo trovare il modo di parlarle, scambiare due chiacchiere.
Questi luoghi per visitatori sono un limbo, rappresentano la trasfigurazione turistica della sala d’attesa del medico con il loro odore di pulito chimico, anche se la moquette è ovunque e nella mia testa tricolore non è proprio la compagna ideale dell’igiene. Ma dal medico si parla, c’è di solito la vecchietta di turno che ti parla dei suoi malanni, se è in vena di narrazione ti sciorina tutto il suo vissuto, o ti aggiorna sui guai della sua personale saga familiare al cui confronto I fratelli Karamazov sono dei fortunelli. Ci si va inconsapevolmente anche per quello, per un bisogno di narrazione, o forse no.
Comunque io voglio trovare il modo di sentire se hanno voce anche in Inghilterra. Devo! Manca quel vociare che a casa sentivo anche nelle ore tarde e mi faceva prendere a pugni il povero cuscino; lei sembra una statua di cera tanto è immobile. Trovo una scusa. Le chiedo se può suggerirmi un nome inglese di donna per un personaggio del quale sto scrivendo – è tutta fantasia, non c’è alcuna donna ad attendermi sul foglio -. «I don’t know». Punto. Non è che si stia sforzando tanto. Non alza nemmeno le spalle come avrebbe fatto una qualsiasi ragazza italiana.
Basta. Sarò poco resistente, poco adatto alle battaglie campali, quegli scontri che richiedono perseveranza e resistenza, ma basta. Me ne vado a dormire in quell’odore chimico che chiamano room 21.
Quando mi sveglio i dubbi sono diminuiti. I punti interrogativi quasi scomparsi. Comincia a farsi strada la sensazione che io qui non potrò riconoscermi. Sarà il posto sbagliato. La città sbagliata. In un contesto diverso tutto avrebbe preso sembianze differenti.
Tutte cazzate, è solo la fune di salvataggio che ti stringe, e tu devi scegliere se recidere o aggrapparti.

Il resto delle giornate passa veloce, sorridenti nelle immense sale scoordinate dei musei londinesi carichi di bellezza straniera e di una cultura che si vuole avvicinare ai cittadini. La prospettiva del ritorno a casa, la mia casa di Firenze, mi ripristina tutte le energie perse nei primi giorni. Ricordo ancora la meraviglia che torna davanti ai cartelli che avvisano della gratuità della visita museale, per la quale si poteva lasciare una libera offerta; nel vedere tanti inglesi e stranieri a contatto fare la fila per entrare in scomode sale ricoperte dall’intenso piacere dell’arte o della storia o della scienza, come se si trattasse di una proiezione di qualche film natalizio o di una partita di calcio.
Ricordo la libreria inglese dai corridoi stretti e il proprietario rilassato, e quella francese della quale ricordo il nome (A la page), dove parlai per un po’ con la commessa e acquistai due libri.
Il triangolo Kensigton-Chelsea-Belgravia aveva cominciato a mostrarsi a me per quello che era, un quartiere mite dai particolari interessanti nascosti, dai parchi affollati di gente e sempre curati, un punto di possibilità nel mondo anglosassone aperto a chiunque voglia entrarci.
Nell’ottica giusta di un binocolo finalmente bene a fuoco, io ero felice. Felice di essere di passaggio. Felice di non sopportare l’idea di essere costretto a lasciare il mio Paese, perché non è una libera scelta. Felice di essere ancora capace di agire per resistenza, anche se limitata, pavida. Una pavida ma insorgente resistenza.

E ora?
Londra è una bella città a pensarci. Accogliente al punto giusto, problematica come tante, ma meno del Mio Paese. Non posso vivere senza complesse situazioni e costruzioni sociali; il sistema inglese è troppo veloce e semplificato. Sapevo che tornare rischiava di essere una sorta di suicidio economico-sociale programmato.
Scelsi il suicidio, perché quando comprendi di amare qualcosa, il resto lo metti in secondo piano, anche la vita stessa. Senza isterismi, nazionalismi o altri -ismi di sorta.
Quello che mi distaccò, almeno in quel momento, dal progetto che avevo in mente, fu la malaparata che percepivo: il rischio di perdere le mie origini, di non sapermi più ritrovare in un’altra parte del mondo. E questo non per il trasferimento che la cosa comportava in sé, ma proprio per il carattere intrinseco del mio cambiamento. L’ineluttabilità di una morte diversa per sopravvivenza.
Perché trasferirsi, oggi, è una questione di pura sopravvivenza. Nulla di più. E quando all’emigrazione aggiungi la rabbia, quella collera che ti monta dentro perché ti hanno costretto a fare qualcosa, perché non hai avuto altra scelta, allora perdere sé stessi può essere un rischio molto serio. Se sei fortunato ti costruisci un nuovo sé e il tuo mondo cambia.
Ciò che mi dissestò in quei giorni londinesi era il dolore per lo sradicamento forzato, per l’omicidio che avrei compiuto allora nel lasciare la mia terra, la scelta sofferta di sacrificare una parte, quella delle possibilità, per l’altra, quella del riconoscimento di sé. Forse è solo una questione personale. Forse era solo il momento sbagliato, troppi conti in sospeso, troppe cose da vedere, troppe voci familiari e malinconiche da cogliere.
Firenze ora la amo come non avrei mai potuto capirlo prima. Parte integrante del mio essere, come tutti, tutti i singoli anfratti e angoli luccicanti e bui di questo abbacinante e straziante Paese, immerso nella follia dell’annichilimento. So che dovrei fare di più. Che potrei fare di più.
Dal mio ritorno la mia vista è migliorata e io stesso l’ho fatto. La scelta sofferta della rinuncia ha pagato in parte.
Il lavoro è quello che è, cioè non c’è o magari sono io che non son bravo a cercarlo. Dal centro per l’impiego mi dicono che non ci sono problemi con le mie candidature, eppure non arrivano risposte. Ma in fondo non lo diceva anche un giornalista, che scegliere una facoltà umanistica è una scelta sbagliata?
Eh sì, cari miei, io ho scelto prima Lettere e poi Filologia Moderna per fare il disoccupato. Oh, una scelta studiata a tavolino, così non dovevo trovarmi a competere. Eppure ho la fortuna di confrontarmi nell’ambito di una rivista letteraria nata da poco (A Few Words).
A Londra non avrei potuto mai ritrovarmi nel mezzo della settimana a discutere, alle undici di sera di processi sociali e di funzioni della memorizzazione nell’educazione scolastica, con bottiglie di birra a basso costo. Lì avrei dovuto cercare di farlo a un costo molto più alto e alle sei del pomeriggio.
Tornando mi sono ritrovato a soffrire di anglofobia, non generale, bensì per la pervasiva presenza nella nostra lingua di parole che non ci appartengono e rispetto alle quali abbiamo valide alternative. Stiamo sviluppando limiti enormi che non ci permetteranno di riconoscerci a lungo.
Oggi penso ancora di andare via, spesso, e il vincolo delle radici da strappare ancora mi pone in un balletto macabro che in breve tempo dovrò definire.
Ha ancora senso partire? Ha ancora senso rimanere? Il mondo globalizzato spinge verso la de-radicazione, il binomio lingua-cultura (in senso ampio) viene soppresso in nome di una falsa libertà e di un consumo corrosivo di menti, possibilità e territorio, che avrebbe fatto disperare anche Pasolini.
Per ora rimango appeso a questa specie di fenomeno di resistenza, una resistenza che sorge di continuo e ovunque, in modi deplorevoli e altri ammirevoli. Il mio è un tentativo personale.
Cosa accomuna chi rimane? La speranza del miracolo e la prospettiva di una lenta agonia.
Magari domani partirò davvero.


Luca Pollara (1986), collabora con la rivista mensile di racconti A Few Words. Appassionato lettore, si è avvicinato alla scrittura prima con la poesia e poi con i racconti brevi. Laureato in Lettere con una traduzione di un testo inedito di Swift, ha poi continuato con una magistrale in Filologia Moderna. Si interessa di attualità politica, sociale e ambientale. Banalmente innamorato di serie tv e di Parigi.

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