Tor Bella Monaca, Roma, 2016. Il ballottaggio visto da qui

– testo e foto di Valerio Valentini –

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Tor Bella Monaca, vecchia e nuova

Ciò da cui innanzitutto resta colpito, chi non c’è mai stato prima, è che Tor Bella Monaca non è solo palazzoni e viali desolati. Non immediatamente, almeno. Scendendo alla stazione della Metro C di Grotte Celoni, la stradina che si percorre per arrivare su via Acquaroni si presenta come un susseguirsi di case basse e piccoli condomini: i vasi di fiori sui balconi, i giardinetti per la raccolta differenziata, le magnolie alte e superbe sulle siepi che coprono le recinzioni in ferro. Poi, certo, la diffidenza dei passanti nel dare informazioni stradali, i ragazzini in due sul cinquantino senza casco che scrutano chi non riconoscono, gli sguardi carichi di sospetto davanti alla fotocamera appesa al collo di un estraneo. Ma è davvero diverso, questo clima, da quello che si respira in tanti altri quartieri di Roma, in mille altri posti d’Italia? E poi, non avrebbero in fondo anche un po’ ragione, gli abitanti di queste borgate, nel sopportare con insofferenza chi viene a casa loro in cerca di facili risposte sul problema delle periferie, nella pretesa di studiare, di capire passando giusto qualche ora in queste strade, per poi tornarsene, quando cala il sole, «dento Roma», nel conforto del centro e dei quartieri bene?

Via Acquaroni, dunque. In fondo, largo Mengaroni, più avanti ancora il Pewex, l’enorme ipermercato che è a suo modo uno dei centri di Tor Bella Monaca. «Oramai è una catena presente in tutta Roma, ma è qua che è nato», spiegano gli abitanti con malcelato orgoglio. Su via Acquaroni però c’è anche l’oratorio: sta alle spalle d’una struttura bassa, col tetto verdastro a tronco di piramide, che è la chiesa di Santa Rita. Sulle scale che conducono all’entrata, un uomo con la barba bianca e le braccia incrociate sul petto. È il parroco? «Non proprio: sono solo il vice». Padre Pierluigi ha l’aria assorta, osserva i ragazzini che cominciano ad arrivare sul piazzale della chiesa. È ancora presto: il campo da calcio apre alle 16:30, ma loro ne approfittano per rincorrersi e sgranchirsi le gambe. Si fermano solo quando passano tre coetanee: nel trucco eccessivamente perfetto, nelle movenze troppo certe, rivelano una spavalda consapevolezza del loro corpo esibito. Camminano seguendo il ritmo di Cheap Thrills riprodotta ad alto volume dal cellulare che una di loro tiene in mano. È la stessa che si accorge di avere una macchia marroncina sulle scarpe bianche: la mostra alle amiche, che ci scherzano su («Sarà stato un piccione»). Lei però non sorride, urla una bestemmia che lascia indifferente anche Padre Pierluigi, comincia a chiedere alle persone che incontra se hanno un fazzoletto di carta. I ragazzini, con le loro divise tutte uguali, le scrutano, si guardano tra loro, tornano a giocare solo quando le vedono allontanarsi oltre il cancello del piazzale.

Com’è fare il parroco – il vice-parroco, pardon – in una borgata come questa? Padre Pierluigi risponde con la sua cadenza chiaramente padana: «Potrebbe essere facilissimo, se ci si limitasse a dire messa e a fare la predica sull’altare. Se invece intendi la tua missione in maniera diversa, allora sì, tutto diventa piuttosto complicato». Racconta delle volte in cui si è ritrovato accanto ai tossici e non è riuscito a farli rinunciare alla loro dose, o di quando gli è toccato litigare non tanto con i ragazzini teppisti, ma con i genitori che liquidavano le bravate dei loro figli con un’alzata di spalle. «A volte bisogna trasformarsi in un carabiniere, visto che qui i carabinieri non sempre fanno quello che dovrebbero». L’ultimo caso, proprio pochi giorni fa. «Una ragazza ha subito l’ennesima aggressione da parte del suo compagno: schiaffi, pugni, una cosa che va avanti da tempo. Mi ha telefonato per chiedere aiuto». Perché non alla polizia? «Perché il padre del compagno è un poliziotto, figuriamoci. Mi sono precipitato a casa sua, ho suonato: mi ha aperto quel disgraziato e ha tirato fuori un coltello». Padre Pierluigi mostra narciso la sua mano possente: «Gli ho dato una cinquina che l’ho steso».

Alla destra del parco giochi dell’oratorio c’è un viale che porta a delle scale di cemento. È lì che comincia la Tor Bella Monaca che tutti abbiamo imparato a figurarci in questi anni. Una striscia d’asfalto senza alberi, i secchioni circondati da bustoni di plastica e frigoriferi arrugginiti, e dall’altro lato della strada la successione di parallelepipedi grigi, tutti uguali, che visti in prospettiva sembrano i torrioni rimasti in piedi di una cinta muraria crollata. «In effetti la cesura è netta: le due zone sono molto diverse tra loro». Carlo Cellamare è professore di urbanistica alla Sapienza, e ha studiato a lungo questa e le borgate limitrofe. «La porzione nuova di Tor Bella Monaca, quella delle torri e dei serpentoni, nasce all’inizio degli anni ’80. Tor Bella Monaca vecchia, invece, è frutto dello sviluppo edilizio del dopo guerra: tre decenni di distanza, dunque». Tor Bella Monaca vecchia, oggi, non si chiama più così. Andrea, ventiquattrenne attivista di Libera Roma, spiega che fu «il sindaco» a imporre il cambio del nome. «La decisione risale a qualche anno fa. Quando si capì che ci sarebbe passata la Metro C, si pensò che indicare la fermata con “Tor Bella Monaca” avrebbe scoraggiato eventuali turisti: e allora l’intero quartiere fu ribattezzato Grotte Celoni». Il sindaco, quindi: ma Veltroni o Alemanno? «Valter Mastrangeli: qui è questo il suo soprannome. Un po’ perché nel VI Municipio ormai da anni ottiene il record di preferenze ad ogni elezione, un po’ perché proprio qui a Tor Bella è una figura molto influente, diciamo. Prima stava col centrosinistra: nel 2013 alcuni dirigenti del Pd storsero il naso davanti alla sua candidatura, lui tirò dritto e risultò il primo degli eletti in Consiglio municipale. Alle ultime comunali invece si è alleato con Marchini, perché il Pd lo aveva espulso. Ah, va bene, sì, se mentre camminiamo parliamo anche un po’ di politica?».

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Il Pd nella palude del VI Municipio

Il VI è l’unico, tra tutti i 14 municipi romani andati al voto, in cui il centrosinistra non ha conquistato il ballottaggio: la sfida, il 19 giugno, sarà tra il candidato dei Cinque Stelle Roberto Romanella (33,71%) e Nicola Franco di Fratelli d’Italia (21,93%). A Tor Bella Monaca, che è solo una piccola parte, e conta circa un decimo dei 300.000 abitanti dello sterminato VI municipio, in pochi sono sorpresi. Gli abitanti della borgata hanno vissuto da vicino la faida interna al Pd, che ha visto un commissariamento piuttosto turbolento e la cacciata di Marco Scipioni, ex mini-sindaco costretto alle dimissioni da Matteo Orfini in persona. «Le voci circolavano da tempo: già nel 2013 si era parlato di brogli, di primarie truccate. Ben prima, insomma, della faccenda dell’Estate Romana». Andrea si riferisce a un bando che avrebbe dovuto assegnare uno spazio di proprietà dell’Università Tor Vergata per organizzare concerti ed eventi serali. La procedura la gestiva il Municipio, ma furono riscontrate delle irregolarità. I vigli urbani intervennero per sequestrare l’area, e Scipioni – stando a quanto riportano i giornali dell’epoca – si mise in contatto con alcuni di loro ricordando delle sue amicizie col clan dei Casamonica. Suo nipote, Loris, che aveva uno studio negli uffici del Municipio e che spesso faceva le veci dello zio nel parlamentino, postò su Facebook una foto che lo ritraeva abbracciato a Romolo Casamonica. Così, tanto per ribadire il concetto.

«L’espulsione di Scipioni ha scatenato una guerra tra bande, qui a Tor Bella Monaca e dintorni. I circoli del Pd sono rimasti chiusi per mesi, in certi casi, e siamo arrivati a negarci l’accesso a vicenda. A me hanno ritirato le chiavi». Antonio Colasanti passeggia davanti alla sede del Pd di via dell’Archeologia, il principale viale dello spaccio della borgata. Affacciati alle finestre dei piani bassi dei serpentoni di cemento, o appoggiati contro lo stipite dei portoni, adolescenti che a occhi forestieri appaiono come figure innocue, e che invece gli abitanti del luogo riconoscono immediatamente come vedette. «Meglio non guardarli, però. Tanto già ci hanno notati», avverte Antonio Colasanti, che nel frattempo continua a enumerare quelle che a suo dire sono infamità, offese inaccettabili, e che tuttavia sembrano normali screzi tra correnti avverse di un partito. Quando gli si chiede se è un sostenitore Scipioni, lui non conferma, ma nega goffamente. «Con la scusa di cacciare gli scipioniani, si è dato avvio a un regolamento di conti vergognoso». Quando parla di Pina Cocci, Colasanti dice «la stronza». Pina Cocci è stata una delle esponenti dem locali a cui è stato affidato il compito di bonificare la palude del VI Municipio. È stata citata anche da Matteo Renzi nel suo discorso d’insediamento alla Camera nel febbraio del 2014: il premier la descriveva come un’eroina della lotta alle barriere architettoniche. Lei, costretta dalla sua disabilità su una sedia a rotelle, invitò Renzi a visitare Tor Bella Monaca. Invito rimasto inascoltato, finora.

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La campagna elettorale vista da Tor Bella Monaca

«È venuto Giachetti, invece». Davanti alla sede del Pd si è raccolto un gruppo di persone, incuriosite dal dibattito. «Dice che se voleva fà ‘na camminata pe’ via dell’Archeologia. È venuto qua, circondato da quarche militante, s’è fatto cinquanta metri e poi se n’è annato. Me cojoni, che bella camminata!». Ci sono anche attivisti di un’associazione del quartiere che era stata riportata dallo stesso Giachetti nel suo programma come esempio positivo di impegno sociale, da contrapporre a Mafia Capitale: «Ci aspettavamo che ci interpellasse, se non altro per dirci come mai aveva deciso di menzionarci». E invece? «E invece niente».

I Cinque Stelle, a quanto pare, si sono fatti vedere poco qui a Tor Bella Monaca, durante la campagna elettorale. «Non sono ancora radicati, ma alcune delle loro idee, seppure confuse, sono sembrate migliori del marciume che sta nel Pd locale». A parlare così è Fabiana, educatrice sulla quarantina che lavora per il VI Municipio. «Tor Bella Monaca – protesta – è per tutti “il quartiere della droga”: come se fosse una riserva indiana. Non si dice che in realtà questo è l’abbeveratoio di tutta Roma, che qui vengono, con i loro bei macchinoni, anche i figli di avvocati e notai dei Parioli e della Camilluccia. Il problema non è la droga in sé: non si nasce tossici, non si nasce spacciatori. Qui non c’è un cinema, un centro sportivo o una biblioteca comunale, ora anche il teatro ha chiuso».

Mentre Fabiana parla, dalla rampa di un garage di uno dei casermoni esce una Panda bianca. La guida un ragazzo, col cappellino da basket in testa e la ragazza di fianco, e procede in folle, sgasando per richiamare l’attenzione dei passanti. Guarda in direzione di Fabiana, con aria di sfida: si cala gli occhiali da sole sul naso, se li ritira su. A quel punto parte sgommando, arriva in fondo a via dell’Archeologia, inchioda, si rigira, e riparte di nuovo a tutta velocità facendo stridere i pneumatici sull’asfalto. La scena si ripete un paio di volte. Fabiana esorta a non guardare, a far finta di niente. E continua: «La droga qui è welfare: se parli con i ragazzini che passano le giornate a fare le vedette, che non si tolgono neppure il pigiama perché sanno che tanto quella sarà la loro unica occupazione dall’alba al tramonto, te lo dicono chiaramente: a loro questa vita non piace. Ma sanno anche che quello dello spaccio è l’unico sistema che gli garantisce qualche euro a fine settimana, e tanto basta».

Chi invece ha puntato molto su Tor Bella Monaca, in vista delle ultime elezioni, è stata Giorgia Meloni. La candidata di Fratelli d’Italia ha voluto chiudere in questa borgata, in cui la destra riscuote da sempre molto consenso, la sua campagna elettorale. Il palco, con tanto di gonfiabili per i bambini, lo aveva allestito in via Santa Rita da Cascia, accanto al bocciodromo appositamente ripulito per l’occasione dai militanti del partito. «C’era un codazzo di polizia e carabinieri che non ve lo dico: e infatti quel giorno i pusher si sono trasferiti all’undicesimo piano per poter continuare a spacciare». Giordana ha 73 anni, e vive in una delle torri della via. Sul portone d’entrata, s’accorge della smorfia sul viso di chi le sta accanto: dalla tromba delle scale che porta agli scantinati risale un odore acre, sgradevolissimo. «Eh, lo so. Proprio ieri abbiamo pulito, e abbiamo adoperato dei prodotti speciali. Quattro bocce ventiquattro euro, mortacci loro: ma almeno abbiamo tolto la puzza di pipì e una decina di siringhe». Giordana abita al sesto piano: il soffitto dell’ascensore è annerito. «Un incendio, meno di un mese fa». Nell’aprire la porta del suo appartamento, chiede scusa per la grata: «Qui tocca attrezzarsi. Vengono pure alle due la notte a rompe le scatole, stravolti da quella monnezza che se pijano». Mostra orgogliosa il salotto, ben rifinito e arredato con cura: l’arco in finta muratura, le vetrinette con le bomboniere, il tavolo in vetro. «Tiè, che je voi di’ a ‘sta a casa? Tutti a parlà male delle case popolari, ma io qui sto bene. E anche il quartiere, avrebbe delle potenzialità straordinarie se solo venisse curato un po’, se ci si occupasse delle piccole cose: la manutenzione delle strade, l’illuminazione pubblica». Per chi ha votato, Giordana, al primo turno? «Be’, premetto che a me ‘sta Raggi nun è che me fa impazzì. Però agli altri la fiducia gliel’abbiamo già data, e eccoci dove stiamo. Proviamo coi 5 Stelle, è l’ultima speranza. Per questo andrò a votare pure al ballottaggio».

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La vita nelle torri

Secondo Giordana, la vita qui a Tor Bella Monaca è peggiorata notevolmente negli ultimi cinque o sei anni. «Ormai la sera non esco più, dopo le otto. È un attimo a ritrovarsi in mezzo a una sparatoria. L’ultima proprio qualche settimana fa: dice che quello che hanno ammazzato non era di qui, sta di fatto che è qui che è venuto a morì». A tutto, sciaguratamente, ci si abitua: «All’inizio essere svegliata dalle pale degli elicotteri mi dava angoscia, poi quando senti quel frastuono alle sei di mattina, ti rigiri nel letto e pensi che in fondo è solo l’ennesima retata». E però la quotidianità più semplice, stravolta dalle logiche dello spaccio, a volte diventa sfiancante. «Dopo anni di litigate, abbiamo provato a chiudere il portone che dà sulla strada. Quelli che gestiscono lo spaccio lo vogliono sempre aperto: così il traffico dei clienti è più agevole, e in caso di arrivo della polizia si può scappare facilmente. E infatti ci hanno subito minacciato». Di che natura siano le minacce, Giordana accetta di confessarlo solo dopo essersi accertata che il suo vero nome verrà camuffato. Ottenuta la promessa, racconta delle targhe rubate alle macchine degli inquilini ribelli, del terriccio gettato davanti al portone, del bossolo fatto ritrovare sullo zerbino. Una volta è stata rincorsa anche da un tossico con un’ascia in mano. Nel ricordare l’episodio, Giordana rotea le mani in area come a voler ridimensionare il tutto: «Sì, è capitato. Ma quello è Tony: è mezzo matto, ma è perché è tossico, porello, non è che è cattivo. Certo quella volta me lo so’ vista brutta». In quel caso ha denunciato, non ha potuto farne a meno: «Solo perché gli togliessero quell’ascia, mica per altro. Ma la cosa è stata più complicata del previsto: come al solito».

(Ecco, breve parentesi: parlando con molti abitanti di Tor Bella Monaca, quello che si coglie è una inquietante sfiducia nei confronti delle forze dell’ordine. In molti si lamentano per una repressione che è ottusa in quanto non accompagnata da una vigilanza costante e attenta al disagio quotidiano. C’è però anche un’altra questione, che potrebbe apparire un’illazione sgangherata, se non fosse che ce la si sente ripetere da più d’una persona, e che è sintetizzabile più o meno così: spesso non si capisce bene da che parte stiano polizia e carabinieri. «È capitato che noi sporgessimo denuncia, e che qualche giorno dopo tutti sapessero chi aveva osato parlare». Forse chiamarle soffiate è troppo, ma come definire ciò che è accaduto a Marco, giovane del posto che accetta, anche lui, di parlare solo a patto di restare anonimo? «Io l’estate scorsa notai un ambulante sospetto. Vendeva bibite, sotto il sole d’agosto, in mezzo alla strada e senza nemmeno un frigorifero. Teneva le bottiglie in delle casse. Segnalai la cosa al Commissariato, mi sembrava evidente che fosse uno spacciatore o una vedetta. Quando ripassai davanti al suo baldacchino, mi sentii offendere: sapeva benissimo che ero stato io. Com’è possibile?».)

Prima di accompagnare i suoi ospiti alla porta, Giordana li invita ad affacciarsi sul suo balcone: «A parte qualche palazzone di troppo, a me il panorama piace. Ho vissuto per vent’anni a via Cavour, e non farei a cambio. Lì dietro si intravede anche Frascati: peccato solo per la torre che c’impalla un po’ la visuale».

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«Siamo gente onesta»

Anche questa è una costante, nei racconti che gli abitanti di Tor Bella Monaca offrono del posto in cui vivono: la volontà di opporsi alla narrazione stereotipata che negli anni si è data della loro borgata, puntualmente descritta come la Scampia romana, come il Bronx della Capitale. Indicano le storture, lamentano l’assenza delle istituzioni, e poi la droga, ovvio, la droga che ricorre in ogni resoconto, ma subito ci tengono a sottolineare le esperienze positive, a ribadire che l’80% della popolazione è composta da gente onesta.

Alessandro ha 23 anni, ha frequentato il liceo scientifico Amaldi di Tor Bella Monaca: «Un’eccellenza assoluta in tutta la città», dice. Ora è iscritto a Roma Tre, e grazie a una serie di borse di studio e di concorsi vinti, ha frequentato corsi e seminari in Cina e Estonia. Però ad abbandonare il suo quartiere non ci pensa neppure («Se nasci a Tor Bella vivi a Tor Bella», scherza), né di smettere di collaborare con la Comunità di Sant’Egidio, che qui gestisce una “Scuola per la pace”, un istituto educativo per bambini con situazioni famigliari problematiche, e un “Laboratorio Museo di Arte Sperimentale”, dedicato a persone con disabilità mentali che amano dipingere e disegnare. Entrambi i centri si trovano su uno spiazzo che si apre alle spalle dei palazzoni di via dell’Archeologia, accanto a quella che dovrebbe essere la pista ciclabile, e che invece è una lingua di bitume coperta da fanghiglia. Il parco davanti al laboratorio e alla scuola però è ben curato: erba tenuta bassa e panchine verniciate di fresco. «Sì, è un po’ un’isola felice, in effetti, con tutto il bene e tutto il male che questo può significare in un posto del genere». Non lontano da dove vive Alessandro, qualche settimana fa è stata compiuta una retata: i carabinieri hanno scoperto un deposito abusivo di armi. «Sì, ma poca roba: un fucile, un lanciarazzi, qualche pistola». Nel modo in cui sminuisce questo rinvenimento, c’è qualcosa di atroce: e lui deve accorgersene, se subito precisa: «Be’, qui a R5 a volte hanno trovato dei veri e propri arsenali». R5? «Sì, il Rione 5: non bastava il senso di appartenenza al quartiere, che qui è già di per sé molto forte, e allora ci siamo inventati pure i rioni». E com’è, la vita nei rioni romani? Davvero è simile a quella raccontata dai neomelodici di Secondigliano? «Coi paragoni forzati si finisce sempre per banalizzare. Però, ecco, diciamo che vivere in un rione di Tor Bella Monaca significa, tra le altre cose, imparare fin da bambino quali sono le facce da non fissare, quali i nomi da non pronunciare in strada». Alessandro però si affretta a raccontare anche un’altra storia: quella di Daniele, un ragazzino di nove anni che un paio di mesi fa ha assaltato il 20 (a quanto pare, prendere a sassate i finestrini degli autobus, la sera, è un passatempo assai praticato, dalla gioventù locale). «Solo che Daniele è andato oltre: è salito con un estintore e lo ha scaricato addosso all’autista e ai passeggeri. Chiaramente è intervenuta la polizia». Inutile domandarsi come accidenti sia possibile tutto ciò: Alessandro alza le spalle come a dire “è possibile, è possibile”. In ogni caso, i ragazzi della Comunità di Sant’Egidio sono riusciti a parlare con la famiglia di Daniele, e a ottenere un affido speciale dai Servizi sociali. E quando arriva alla fine della storia, Alessandro si lascia andare a un sorriso: «Quest’estate verrà con noi a Rocca di Papa».

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Un progetto edilizio innovativo: poi qualcosa è andato storto

Sembra assurdo, oggi, eppure Tor Bella Monaca, in origine, rappresentò un esperimento di edilizia popolare molto innovativo. Lo spiega il professor Cellamare: «Tutta la zona moderna è stata realizzata in brevissimo tempo, dal 1982 al 1984, grazie a tecniche all’avanguardia di prefabbricazione pesante. A noi oggi quei casermoni e quelle torri possono apparirci spettrali, ma teniamo conto che all’epoca quello era un modello molto in voga non solo in Italia, ma anche nel Nord Europa. E c’è poi un altro elemento di grande rilevanza: la limitatissima presenza di barriere architettoniche. Tor Bella Monaca nasce proprio come quartiere pensato per i disabili: e siamo all’inizio degli anni ’80!». Cos’è, allora, che è andato storto? «Ciò che immediatamente è mancato è stato il controllo sulle assegnazioni: si cominciò subito con la pratica della occupazioni abusive, spesso gestite dalle bande criminali del posto. E in secondo luogo, la ghettizzazione del disagio sociale». A Tor Bella Monaca quasi l’85% delle abitazioni è costituito da case popolari. «Ed è chiaro – continua Cellamare – che chi ottiene quelle case è in condizioni di estrema povertà, e dunque a maggior rischio di venir risucchiato dal welfare della droga. L’assenza di manutenzione ordinaria da un alto, e della capacità di ripensare gli spazi e inserire luoghi di socialità sana dall’altro, hanno fatto il resto».

Dove finisce via dell’Archeologia, a ovest, c’è la spiazzo di via Giovanni Castano: un rettangolo di cemento e terriccio circondato su tre lati da torri e serpentoni, qualche panchina e dei bocchettoni da cui bere è assai arduo. Un gruppo di macchine, parcheggiate a semicerchio e con le portiere aperte, delimita l’area in cui sembra svolgersi una chiacchierata molto rilassata tra un gruppo di ragazzi sulla ventina. Da un sentiero sterrato laterale sbuca un quad: impossibile distinguere la cilindrata, ma è facile supporre che non sia troppo limitata. Lo guida un bambino che avrà non più di dieci anni, e alle sue spalle, con totale disinvoltura, sta seduto un suo amico più o meno della stessa età. Pochi metri più in là, un’altra comitiva di adolescenti si diverte a dare calci ad un segnale stradale: alla fine, facendo forza in quattro, riescono a divellerlo. Lo usano per un po’ come una sorta di ariete da sfondamento con cui andare alla carica, e poi lo appoggiano, rovesciato, addosso alla recinzione esterna di un capannone.

Il quarto lato dello spiazzo, quello su cui non incombe la sagoma dei palazzoni dall’intonaco scrostato, s’affaccia su un piccolo fossato: lì sotto corre per qualche decina di metri un tratto dell’antica via Gabina, il nome che originariamente aveva la Prenestina prima del suo prolungamento a est. Un passaggio pedonale in legno permette di attraversare il canale senza calpestare le pietre millenarie, ma il lastricato lo si scorge a stento, affogato com’è dall’erba e dai rifiuti. Dall’altro lato della fossa, una curiosa serie di divani marciti abbandonati in mezzo al marciapiede, o in bilico sulle scale che scendono verso il ponticello. Dallo spiazzo di via Castano, una macchina si stacca dal semicerchio e si dirige a gran velocità verso il cumulo d’immondizia lasciato in mezzo strada. «Cazzo, devono essersi accorti della fotocamera», sospira Andrea, l’attivista di Libera. Arriva una Punto nera: il finestrino si abbassa e dall’abitacolo esce la voce perentoria di un ragazzo. «So’ proprio curioso di sapè: che è che state a fa’ voi qua?». Il suo sguardo è fiero, risoluto; accanto a lui, la fidanzata d’ordinanza, con le sneakers bianche poggiate sul cruscotto e in bocca un chewing-gum masticato con coattume. In mezzo a loro, vicino alla leva del cambio, una bottiglia di Tennent’s ancora chiusa. La scusa arriva improvvisa («Siamo qui per testimoniare i disservizi dell’Ama che non passa a raccogliere i rifiuti») e incredibilmente funziona. La ragazza comincia a gesticolare indignata: «Bravi, fatela ‘na bella denuncia. Qui non vengono mai, e a noi ce lasciano in mezzo alla monnezza». La Punto nera riparte.

«Resta da andare a vedere il murales di Tony», afferma Andrea. Il Tony in questione è Antonio Moccia, figlio di Vincenzo, reggente della colonna romana del clan camorristico originario di Afragola. Insieme ai Gallace, ‘ndrina calabrese ormai radicatasi sul litorale laziale, i Moccia sono i padroni dello spaccio a Tor Bella Monaca, secondo quanto si legge sull’Osservatorio per la Legalità e la Sicurezza della Regione Lazio. «Tony vive», sta scritto su un muraglione di una delle strade d’accesso alla borgata, accanto alla faccia del ragazzo coperta in parte dagli occhiali da sole. Tony in realtà è morto nel settembre del 2012, in un incidente stradale avvenuto proprio lungo i viali di Tor Bella Monaca. «Ma ciò che è significativo è soprattutto quello che è accaduto dopo la sua morte». Racconta Andrea: «I famigliari organizzarono un funerale regale, con tanto di carrozza sontuosa e corteo dal Policlinico di Tor Vergata fino alla chiesa di Santa Maria Redentrice, qui a Tor Bella. Sembra fosse già tutto pronto: poi però il questore si oppose, e la processione solenne venne annullata». Quando in TV sono comparse le immagini del funerale di Vittorio Casamonica, nell’agosto scorso, ad Andrea e a molti suoi amici è sembrato di vivere una sorta di déjà vu.

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Per tornare a prendere la Metro C, stavolta alla stazione Torre Gaia, si passa per via di Tor Bella Monaca, una strada a scorrimento veloce. Sulla sinistra, in mezzo agli alberi, s’intravedono dei teloni legati ad una rete, un tegame fumante. È quel che resta del campo rom smantellato a inizio giugno. Ultimi irriducibili, una decina di uomini e donne originari della Romania. Due ragazzi sulla trentina stanno riparando le loro biciclette, altri stanno seduti sul marciapiede a osservare le macchine che passano. Non è tanto lo sgombero forzato, ciò che Martin non riesce a spiegarsi, ma piuttosto un’altra decisione: «Perché hanno tolto i secchioni dell’immondizia da qui?», chiede in un italiano stentato, e lo chiede non per polemica, ma come sperando in un chiarimento. In quei secchioni, dice, era possibile raccattare un po’ di ferro, e soprattutto cibo e vestiti, a volte anche scarpe. «Perché? Noi non capiamo proprio». Prima di continuare a rispondere ad altre domande, si volta a interrogare la faccia di un uomo con dei lunghi baffi e un’aria burbera, che deve essere un po’ il capo del clan. Acconsente, ma solo a patto che non si scattino foto: divieto che cadrà non appena l’uomo coi baffi si allontanerà, e Martin chiederà qualche euro di contropartita. Non vogliono andarsene, spiega, e del resto non saprebbero dove rifugiarsi. «La polizia non ci vuole bene», conclude. E con la gente del quartiere, come sono i rapporti? «No, con loro non ci stanno problemi». Martin sorride, riprende a lavorare sul cambio della sua bicicletta: «Sono persone per bene».

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Valerio Valentini è nato all’Aquila (o a L’Aquila, o ad Aquila) 25 anni fa. Laureato in lettere a Trento, oggi vive a Roma, dove frequenta la scuola di giornalismo Massimo Baldini e scrive per reporternuovo.it. Ama il ciclismo, le stelle sul golfo di Napoli e andare a letto la sera delle elezioni senza sapere chi ha vinto, non ha mai lavorato.

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