Solo andata

26. La Malaparata – 1

– Luca Pollara –

Bruno Catalano, I viaggiatori
Bruno Catalano, I viaggiatori

Dicono che pronunciando “Londra” tre volte, un politico italiano appaia dal nulla frastornando il malcapitato di applausi, gridando – Alleluia! alleluia! Io per starmene tranquillo ho evitato il rito. Non sono così curioso su certe leggende.
Posso dire che sentire voci varie che incitano alla fuga, alla ricerca della fortuna all’estero, per quanto sensate o accorate possano essere fanno male.
Potrei citare mille fenomeni che hanno reso necessaria l’emigrazione per i “giovani” italiani, ma per onestà allora dovrei anche citare uno per uno i colpevoli di questa situazione, e solo in Italia mi servirebbero – aspettate che controllo Wikipedia -, quasi sessantuno milioni di righi, e in uno di questi ci dovrei inserire il mio nome.
Ma andiamo con ordine. Evitiamo il vittimismo. In fondo è una storia.
Via, partiamo per Londra bellini.

Tutto al tempo
Quando stai per mettere il piede fuori dal liceo, dai cinque anni di odi et amo che hanno contrassegnato la fase della goliardia e della resistenza leggera, per un attimo, una frazione di secondo, il tuo cervello emette i “bip” di allerta. Preavvisa qualcosa di scomodo, insidioso.
L’eventualità dell’espatrio l’hai intravista, forse solo sospettata. Ma i bagordi del dopo esame di Stato prevalgono.
Avevo sempre desiderato l’estero, in una mitizzazione panica dove l’estero rappresenta un’unica grande nazione di possibilità. Studiare fuori, affermarsi e diventare un qualcosa in carriera. “Qualcosa”, perché il mio sogno lo tenevo bello nascosto e resterà tale fino ai ventidue anni circa. Rifiutato, non nascosto.
La frase che sentivo ripetermi più spesso era questa: «vid’ che dopo i diciotto, i venti al massimo, gli anni z’ mett’n a corr’»; una di quelle frasi capaci di generarti quel leggiadro senso di ansietà che ti mette il pepe necessario, o due blocchi di cemento ai piedi.
Nei sette anni che precedono il mio primo e per ora unico tentativo di emigrazione mi sono dedicato a diverse cose: attività varie, l’università con un corso di studi generico in Lettere in Molise – sì, sono cresciuto in Molise, la terra pseudo-tolkeniana -, una scrittura smielata e naïve per mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. E sopra ogni cosa, la pianificazione di diverse mete per la fuga.
Tutta questa fase si ingarbugliò in esperienze che continuavano a scolpire in me qualcosa di simile ai Prigioni di Michelangelo. Il concetto si avvicinava per poi deviare. La grandeur artistica ed estetica… beh, non sono Michelangelo.

E pensare che mia madre me lo diceva sempre che quella che pianificavo io era una fuga. Ma io -No! Non scappo. Fuori è meglio! Vi è familiare questa frase? Bene. In parte è vera.
Finita la laurea con una tesi su Swift, ammiro idealmente l’Irlanda dai toni mitici e mistici, mi sciolgo in un amore sempre più onnicomprensivo per Parigi, e mi trasferisco a Firenze.
La città è unica nel suo genere. Un calderone incredibile di godimento estetico, vivacità culturale, attività varie e l’estero in patria. E i primi due anni sono invaghimento e repulsione immotivata. Ma quel desiderio di andare fuori, scoprire culture simili ma diverse, trovare una strada che ti permetta di mettere a frutto ciò che sai e che sai fare, che trova nella meritocrazia un suo respiro personalissimo, si trasforma lentamente in un’ansia. Alla fine le cedo e ho gli occhi contornati da borse grosse come quelle di Basettoni.
Passo diversi mesi tra libri, siti e progetti. Dove andare, cosa fare, la conta dei soldi che posso spendere. Insomma una vera e propria strategia per riuscire nell’obiettivo dell’emigrazione senza più ritorno. Così mi illudevo almeno. Lunghe elucubrazioni, fogli su fogli e alla fine la decisione, – Ma’! Pa’! Io parto per Londra. Dieci giorni per ora, ma se va tutto come deve andare ci rimango.
Lacrime, spinte a non ascoltare i piagnistei, avevo riempito i tre mesi prima della partenza di angoscia e speranza. Per fortuna ho una famiglia forte che mi ha sempre sostenuto, perché una delle prime cose che, secondo me, ti àncora e ti sostiene nel far valere le tue radici, è la famiglia, naturale, acquisita o scelta. Non fa differenza.
Parto.

Londra
Le mani mi tremano nel preparare la valigia. È una sola. So che tornerò comunque per il resto della roba, eppure quando stai per avverare il tuo sogno ti sorge il timore che tutto vada in malora. L’aereo che non parte più, tu che ti senti male, un ordigno nucleare che esplode dentro il tuo salotto, le chiavi della macchina perse o peggio l’auto che non parte.
Ah, ma tanto l’auto non ce l’ho. Mi manca il lavoro per pagarmela. Cazzo! Vado all’estero anche per potermi permettere in futuro di comprare un’auto, alla faccia di questa Italia che muore ogni giorno. Comprarmela anche senza usarla.
Faccio tutto di corsa. Arrivo in aeroporto con tre ore di anticipo e ho gli occhi piegati dal sonno e dalla gioia che mi vorrebbe far piangere. Viva l’Inghilterra! Oh io parto! Mi imbarco su uno di quei voli low-cost che permettono di vedere oltre le finestre del tuo quartiere, di quelli in cui senti per la prima volta un inglese vero che parla serafico e stretto.
Capisco poche parole e mi sale il panico, perché io l’inglese lo ciancico un po’, me la cavo a parlare con gli stranieri qui, ma se fuori parlano tutti così io cosa faccio?
Tanto ormai ci sono. I motori accesi portano in quota le mie paure, la pressurizzazione e l’inizio del viaggio mi fanno l’effetto delle benzodiazepine.
Vicino a me ho la fortuna di avere un violinista loquace. Ci scambiamo sogni, paure e frustrazioni. Lui va in Inghilterra perché l’hanno chiamato in un’orchestra per un’esibizione o qualcosa del genere, nulla di prolungato. Fuori dal finestrino c’è il sole forte sul mare che saluta con il suo molle ondeggiare. Poi mi dice -Io ho un figlio e una moglie, – lo guardo e non gli darei i trenta, un po’ lo invidio per quella sua vita così, come dire, sistemata, – non posso mollare tutto e rischiare fuori. Ora sto avendo qualche contatto, più in là magari… -, e mi molla quella speranza che io so già impossibile da avverarsi. Della sua irrealizzabilità ero certo.
E alla fine arriva Londra, cavalcando il cliché del cielo plumbeo e i panorami sbiaditi di nebbia. Ho lasciato il bel tempo e trovo pioggia, ma non mi interessa perché a me la pioggia piace e perché ormai sono nella città dove volevo andare. Più o meno, perché avrei comunque preferito Parigi. Ma ho fatto i miei calcoli e l’Inghilterra è meglio, Londra è l’inizio frenetico di possibilità che si dirameranno chissà in quali direzioni.
Il progetto sul foglietto che mi porto nel giubbino leggero, scritto a penna verde su carta gialla, è questo: 12 gg. – lavoro&sistemazione a lungo termine – lingua – info. studi da iniziare in un anno (01/09/2012).

Sceso all’aeroporto di Stansted vengo accolto da un razionalismo e un effluvio ospedaliero che copre ogni ricordo e percezione di “altro”.
L’ospedale, nei Paesi messi meglio, è un odore internazionale.
Prendo il bus che mi porterà a Marble Arch, e di lì dritto al campus dove alloggerò.
La tratta dovrebbe durare circa un’ora e qualche manciata di minuti.
La tratta si inabissa in circa tre ore di logorio psichico su ruote, tra le sinistre periferie che si scorgono dalla strada e un fiume di automobili che mi fanno capire una cosa: Londra è davvero enorme. Poi io ho ancora la percezione spaziale del Molise. Tutte le auto che vedo, solo quelle che riesco a vedere, corrispondono grosso modo al numero totale di automobili viste in tutta la mia vita. Un’immensa vastità di lamiere e vetri.
Appena arrivo a destinazione mi butto in strada che quasi voglio baciare l’asfalto, ma so che mi additerebbero come strambo o peggio, italiano, e allora evito con fare signorile smascherato da movimenti goffi e un inglese strascicato e privo di variazione. Prendo la mia valigia. Mi faccio caricare da un taxi di un tizio che adora il Paese dal quale vengo e mi chiede come mai sia lì. Quando gli spiego il motivo – sorpreso dal fatto che lui riesca a capirmi bene e, ancor di più, che io non faccia fatica a comprenderlo -, lui nicchia, non riesce a farsene una ragione valida, ma alla fine mi augura – Good luck. E io sono felice.

Per l’alloggio ne ho scelto uno interno a un campus universitario. La speranza è di poter incontrare coetanei – anche se qui finiscono presto con gli studi -, e di fare amicizie capaci di costituire una sponda per il mio nuovo radicamento. Le quattro frasi di cortesia dei ragazzi universitari che lavorano alla reception mi sconforta. È una cortesia fredda, priva di trasporto o di comunione. Io sono uno dei tanti clienti, devo compilare e firmare il foglio e poi andare.
Che dire, è questione di professionalità. Poche ciance e tanta sostanza. Sono in una città votata al dinamismo e alla praticità, hanno da lavorare. Mentre compilo e consegno il foglio e prendo le chiavi, con un “thank you” che non immagino come possa suonare foneticamente alle loro orecchie, noto che in realtà ‘sti ragazzetti stanno parlando di fatti loro, come è giusto che sia visto che non ci sono altri clienti da accomodare ed è tardi.
Da questo momento comincia la lunga discesa nel baratro della mia dolce illusione, fino alla disgregazione. Ma è doveroso premettere che la colpa non è degli inglesi o mia, ma di una incompatibilità che mi si paleserà, nitida, solo dopo il mio ritorno.

La mattina mi alzo ancora bello carico di tutte le speranze che avevo riposto nel bagaglio arancione e marrone. Non ho portato le cuffie per la musica perché voglio vivere la zona della città in cui sono, voglio ascoltarne i rumori, i suoni, catturare tutto il catturabile. E un po’ forse distinguermi da tutti quelli che vanno in giro con un muro personale nella testa e nelle orecchie, anche se piacevole.
Un pessimo modo per entrare in una comunità dove anche le cuffie possono segnalare l’appartenenza. Per eccesso di identificazione mi verrebbe da dire, e un po’ per la mia naturale tendenza all’iperbole.
I marciapiedi sono lunghe strisce grigie intervallate da segnaletica fresca e precisa. Calpestati da migliaia di piedi per metro quadrato. Avevo già avuto la sensazione di qualcosa di diverso arrivando in bus.
Gli inglesi, o forse i londinesi, non passeggiano. Chi vive a Firenze di sicuro avrà notato questa strana attitudine nei turisti “mordi e fuggi”. Si muovono con uno scopo pragmatico. Sono più veloci, nulla a che vedere con il flâneur o con la sua post-moderna versione naïve. Questi visi di incroci e culture differenti si muovono con gli occhi fissi alla lista mentale, della loro giornata o della loro vita, di cose da fare e di punti dove arrivare.
Emerge ancor meglio in contesti apparentemente avulsi dal passeggio.
Nessuno che sbircia il menù di un locale se non intende mangiare in quel momento.
Nessuno che entra in una libreria per curiosare.
Nessuno che rischia di sbattere il naso contro un palo a causa di un’architettura particolare che ti illumina lo sguardo. In effetti dal punto di vista urbanistico il triangolo Kensington-Chelsea-Belgravia, la “mia” zona per le due settimane londinesi, è corredato da un sapiente e ipnotico effetto reiterativo. Case sempre uguali quartiere per quartiere, monocromatismo dominante, tendente al bianco in molte strade, con sprazzi di terra di Siena o qualcosa di simile.
Ma io non credo che questa mancanza sia reale, così decido di metterla alla prova.
Il test inizia dalle quattro mura del mio alloggio.
La finestra dà direttamente sulla strada, altezza marciapiede per capirci, una di quelle finestre che dovrebbero spingerti al voyeurismo spontaneo, alla curiosità. Spengo le luci con il mattino che si affaccia, accosto le tende scure e velate. I miei studi liceali di psicologia ed etologia mi ricordarono che l’osservatore non deve farsi notare, di solito, per non interferire, e così mi nascondo dietro la scrivania. Seduto sulla moquette blu scuro che pizzica le chiappe.
Non ci crederete, ma nessuno dei ventitré passanti ha mai girato il volto indefinito verso questa stanza. Invisibile.
La questione del passeggio è però secondaria, perché in parte si intravedeva anche allora già nel Bel Paese.

(to be continued)


Luca Pollara (1986), collabora con la rivista mensile di racconti A Few Words. Appassionato lettore, si è avvicinato alla scrittura prima con la poesia e poi con i racconti brevi. Laureato in Lettere con una traduzione di un testo inedito di Swift, ha poi continuato con una magistrale in Filologia Moderna. Si interessa di attualità politica, sociale e ambientale. Banalmente innamorato di serie tv e di Parigi.

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