[TraDueMondi] Brevetti, esposizioni universali e il problema dell’innovazione nella storia economica

– Giacomo Domini –

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Herny Pieper, Brevetto di auto ibrida, 1905

[Tra Due Mondi si occupa oggi del tema dell’innovazione vista in prospettiva storica, traendo spunto dalla recente Expo milanese, andando a indagare la storia di queste manifestazioni e il ruolo che, insieme ai brevetti, hanno avuto nello stimolare con più o meno successo il progresso tecnico. Al solito, con la speranza di offrirvi indicazioni per il futuro. Tra Due Mondi è il focus tematico sulla storia economica e sociale italiana di 404, ed esce ogni due venerdì. Per chi si fosse perso le precedenti puntate, è possibile recuperarle qui. Segnalazioni e proposte di nuovi articoli sono, come al solito, ben accette.]

Il 2015 è stato, per l’Italia e per il mondo, l’anno dell’Expo di Milano. I media hanno dato ampio spazio all’evento, sia raccontando l’aspro dibattito che ha suscitato, in cui alle (spesso un po’ troppo roboanti) dichiarazioni governative si contrapponevano le (spesso un po’ naïf) posizioni dei comitati No Expo, sia mettendo in risalto l’ampia partecipazione all’evento. Le code interminabili al padiglione giapponese sono entrate a far parte dell’immaginario collettivo, soprattutto in rete, dove sono diventate preda facile e golosa per il sarcasmo internettiano. I numeri ufficiali parlano di oltre 20 milioni di visitatori in 184 giorni di esposizione.

In molti si sono affrettati, sulla base di questo dato, a parlare di successo. Tuttavia, per dare una corretta valutazione, occorre confrontare i numeri di Milano 2015 con quelli delle ultime esposizioni organizzate dal Bureau International des Expositions, l’organizzazione che dagli anni ’30 del Novecento si occupa di questi eventi. L’expo milanese supera di gran lunga quelle di Saragozza 2008 (5,6 milioni di visitatori) e di Yeosu 2012 (8,2 milioni); ma queste sono “esposizioni specializzate”, meno importanti delle vere e proprie esposizioni “universali”. Il vantaggio è molto più ridotto rispetto all’esposizione universale di Hannover 2000 (18 milioni); mentre con l’esposizione specializzata di Aichi 2005 c’è un sostanziale pareggio. Tutte le expo citate messe insieme, però, riescono solo ad eguagliare la partecipazione all’expo più visitata di sempre, quella di Shangai 2010, con ben 73 milioni di visitatori.

Per quanto grande, quest’ultima cifra forse non sorprenderà, se rapportata alla dimensione del gigante cinese. Più sorprendente, invece, risulterà sapere che l’esposizione universale di Parigi 1900 aveva già raggiunto, più di un secolo fa, la quota di 50 milioni di visitatori, in un’epoca in cui la Francia ne contava circa 40, le sue colonie altrettanti, e le tecnologie e i costi di trasporto non erano certo paragonabili a quelli odierni, così come il reddito e la sua distribuzione. Questo rende abbastanza chiaro che, sebbene le expo nell’ultimo quarto di secolo siano “tornate di moda”, dopo alterne fortune nel lungo dopoguerra, l’importanza che questi eventi hanno oggi è decisamente inferiore a quella che avevano un secolo fa.

Mentre oggi le expo sono eventi tematici con un almeno supposto intento di sensibilizzazione (esemplare in questo senso è lo slogan milanese “Nutrire il pianeta, Energia per la vita”), per almeno sessant’anni, dalla prima, leggendaria esposizione londinese del Crystal Palace (1851), fino al primo conflitto mondiale, le esposizioni universali sono state celebrazioni dei “fasti del progresso”,[1] del trionfo del capitalismo e del libero scambio,[2] e della potenza dei rispettivi organizzatori. Più importanti delle loro tracce materiali (la più famosa delle quali è una certa torre parigina, visitata da diversi milioni di persone l’anno) sono le loro tracce culturali: questi eventi hanno giocato un ruolo molto importante nello sviluppo del concetto di “pubblico”, così come di quello che si potrebbe definire, con Marx, “feticismo delle merci”, prodromo del moderno consumismo.[3] Dopo la Grande Guerra, le esposizioni universali sono entrate in una fase di declino, da attribuire alle particolari condizioni economiche e geopolitiche del ventennio tra le due guerre, ma anche al venir meno di quella fede nel progresso e nel pacifico concorso dei popoli, che costituiva uno dei tratti fondamentali di quegli eventi.

Le expo di quell’epoca, dunque, sono un oggetto di primaria importanza per la ricerca storica. Eppure gran parte del potenziale offerto dall’analisi di questi eventi non sembra essere stato ancora sfruttato, soprattutto nella storia economica. In questo campo, il contributo più importante è quello di Petra Moser, che ha proposto di utilizzare i dati sui prodotti presentati alle esposizioni come misura dell’attività innovativa.[4] Quest’idea ha riscosso una grande attenzione, in quanto permette di spezzare il “monopolio” dei brevetti nella rappresentazione e quantificazione dell’attività innovativa in prospettiva storica. Infatti, mentre per periodi recenti esiste una certa varietà di misure che possono essere impiegate in tal senso (come la spesa in Ricerca e Sviluppo e, in Europa, la Community Innovation Survey, un’indagine armonizzata elaborata dall’Eurostat), praticamente in nessun caso la disponibilità dei dati si estende indietro nel tempo a più di qualche decennio. I brevetti sono l’unico indicatore in grado di offrire serie storiche lunghe, stabili e omogenee; di qui la loro importanza nella ricerca storica sull’innovazione.

I dati expo permettono di espandere in maniera significativa la nostra conoscenza dell’attività innovativa nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni del secolo successivo. In effetti, il risultato più importante degli studi di Moser è che l’universo dell’innovazione è molto più ampio di quello che si può inferire sulla base dei soli brevetti. Il 90% degli oggetti esposti al Crystal Palace londinese non trova riscontro nei dati sui brevetti. Nella maggioranza dei casi, dunque, gli espositori non ricorrevano alla protezione brevettuale, ma si servivano di altri metodi per tutelare i loro prodotti innovativi e assicurarsi i ricavi da essi derivanti, come la segretezza.[5] Indagini industriali condotte nel corso degli ultimi 30 anni[6] hanno rivelato che anche ai giorni nostri la maggior parte delle imprese innovatrici non ricorre alla protezione brevettuale. Tuttavia, mentre per il periodo contemporaneo siamo in grado di rappresentare l’innovazione che ricade al di fuori del dominio dei brevetti con ad altre misure, finora non eravamo in grado di fare altrettanto per periodi lontani nel tempo. Le esposizioni universali gettano una preziosa luce sull’innovazione storica non misurata dai brevetti.

I dati da questa nuova e preziosa fonte, tuttavia, non possono essere considerati un sostituto dei brevetti, ma solo un loro complemento, per una serie di motivi. Una recente ricerca,[7] basata sul caso dell’Esposizione Internazionale di Torino 1911, ha mostrato che i brevetti non sono un sottoinsieme dei prodotti esposti: piuttosto, questi devono essere visti come due insiemi in larga parte disgiunti, cioè aventi in comune solo una piccola intersezione. In altre parole, se è vero che considerando solo i brevetti non si racconta tutta la storia, lo stesso vale anche per i dati expo. Questo succede perché le due misure raffigurano fenomeni sostanzialmente differenti. Da un lato, l’esposizione era in primis una fiera, un mercato per i prodotti, e in quanto tale interessava principalmente i produttori, cioè le imprese; dall’altro, la maggior parte dei brevetti era rilasciata in quell’epoca ad individui (tant’è che si parla di “età dell’inventore indipendente”).[8] A Torino 1911, almeno due espositori su tre erano imprese, mentre solo un brevetto su cinque rilasciato in Italia nello stesso anno era a nome di un’impresa.

Un’altra differenza cruciale riguarda quale “anello della catena dell’innovazione” è rappresentato dalle due misure. I brevetti sono, strettamente parlando, invenzioni, non innovazioni. La differenza tra questi due termini è che l’invenzione si colloca a monte, all’inizio della “catena”, mentre l’innovazione si colloca a valle, dopo diversi anelli intermedi di sviluppo e commercializzazione. Nella ricerca economica, si motiva l’utilizzo dei brevetti come misura dell’attività innovativa con il fatto che gli inventori, da buoni homines oeconomici, investano le loro risorse in un brevetto solo se si aspettano di trarne profitto, trasformando le loro invenzioni in innovazioni.[9] Al contrario, i prodotti figuranti nei cataloghi delle expo erano sicuramente prodotti offerti al pubblico, ma non necessariamente innovativi. Molti, infatti, erano prodotti primari, prove di maestria manuale, oggetti di design, o beni di consumo ordinari.[10] Il problema è che i regolamenti delle expo non imponevano, in genere, di esporre prodotti innovativi: una norma simile fu presente alla prima esposizione universale di Londra 1851, ma già a partire dalla successiva expo di Parigi 1855 non se ne trova traccia, e il “format” dell’expo si evolse su questo modello francese.[11]

Questo rende chiaro che uno degli svantaggi dei dati dai cataloghi delle expo è che sono influenzati dai regolamenti di questi eventi, i quali potevano presentare una certa variabilità. Un altro fattore di disomogeneità è la geografia: expo organizzate in paesi diversi attiravano espositori da paesi diversi (e in numero diverso), per motivi di vario tipo – economici (costi di partecipazione, trasporto, ecc.), politici (governi ostili a quello organizzatore potevano far mancare la loro adesione ufficiale)[12] e di prestigio (non tutte le città ospiti avevano la stessa caratura). Diversità nei regolamenti, nelle sedi, ed altre caratteristiche peculiari a ciascuna expo fanno sì che non si possano comparare in maniera semplice ed immediata dati da esposizioni diverse. E se anche si potesse, le esposizioni mancano di sufficiente regolarità per poterne fare un utilizzo più che “episodico”. Sebbene un utile complemento, quindi, i dati sulle expo non possono rimpiazzare i brevetti, come principale misura dell’innovazione nella storia economica.

La questione della bontà dei brevetti come misura dell’innovazione storica ricorda per certi versi l’attuale dibattito riguardante la loro stessa funzione primaria di incentivo all’attività innovativa. Negli ultimi anni sono state molte le voci, tra cui premi Nobel come Gary Becker e Joseph Stiglitz, che hanno affermato che il mezzo brevettuale dovrebbe essere ripensato, riformato ed almeno in parte sostituito da altri tipi di incentivo. Sul piano della teoria economica, la motivazione principale è che il brevetto è un monopolio, e in quanto tale comporta una perdita di surplus, rispetto all’ottimo rappresentato dalla perfetta concorrenza. I liberisti più radicali vedrebbero dunque di buon occhio la soppressione totale del sistema dei brevetti.[13] Ma anche i liberisti più compassati ed influenti dell’Economist sostengono che questo sistema non funzioni come dovrebbe e che necessiti di un “aggiustamento” (non certo nel senso di un potenziamento della protezione brevettuale, ça va sans dire).

Sul piano pratico, una delle alternative più accreditate ai brevetti sono i premi, che avrebbero il merito di stimolare e ricompensare l’invenzione, senza le conseguenze negative e i costi generati dai brevetti. I premi non sono una misura di nuova concezione: al contrario, erano già molto popolari nel 18° e nel 19° secolo. In particolare, i premi erano una delle caratteristiche principali delle esposizioni, sia nazionali che internazionali, e la pubblicità e il prestigio derivanti dalle medaglie conferite alle expo erano probabilmente uno dei maggiori incentivi che i potenziali espositori avevano a partecipare. Nel corso del 20° secolo, tuttavia, l’utilizzo dei premi come incentivo all’attività inventiva declinò. Il motivo per cui questo accadde è che il meccanismo dei premi aveva mostrato diversi problemi di funzionamento. Infatti, se da un lato esiste evidenza empirica che i premi potessero avere successo nello stimolare l’invenzione,[14] dall’altro questo sistema, al contrario dei brevetti, mancava di “orientamento al mercato”: in altre parole, nulla assicurava che il vincitore di un premio, dopo aver incassato l’ammontare in palio, si curasse di sviluppare e sfruttare la propria invenzione. Al contrario, se i premi erano più bassi dei potenziali guadagni derivanti dallo sfruttamento commerciale di un’invenzione, gli inventori non avevano un reale incentivo a partecipare e rendere pubblico il loro trovato. Si poteva dunque verificare quel fenomeno noto in economia come selezione avversa: i migliori non partecipavano, e la qualità media delle invenzioni in gara di conseguenza si abbassava. Inoltre, difformità nella composizione, preparazione e sensibilità delle giurie introducevano un elemento aleatorio nell’attribuzione dei vari premi; senza contare che queste assemblee avevano una certa tendenza a favorire candidati con una reputazione o uno status sociale più elevato, e non erano immuni da lobbying, o altri tipi di pressione.[15]

Se oggi, dunque, l’insoddisfazione circa il funzionamento del sistema dei brevetti spinge molti a chiederne una limitazione, in favore di incentivi alternativi come i premi, si dimentica che un secolo fa fu una simile insoddisfazione circa il meccanismo dei premi a causare l’abbandono di quest’ultimo. Questo dovrebbe essere adeguatamente tenuto in considerazione dai partecipanti al dibattito attuale, soprattutto dai policy-makers. È bene precisare che il piano del dibattito si è già spostato dalle parole ai fatti, quanto meno negli Stati Uniti, paese che detiene la leadership tecnologica mondiale e dove il sistema dei brevetti ha storicamente avuto un ruolo fondamentale nello stimolo dell’attività innovativa e nella conquista del suddetto primato.[16] La riforma del sistema dei brevetti è stata una delle priorità dell’amministrazione Obama: l’America Invents Act del 2011 ha introdotto la più grande modifica al sistema brevettuale americano dal 1952; e ulteriori modifiche sono in discussione. Resta da vedere se il prossimo presidente sarà appassionato del tema quanto quello attuale, ma in ogni caso dovrà fare i conti con richieste di riforma provenienti da più parti. Riformare e “aggiornare” un sistema che ha origini antiche è sacrosanto; ma comprendere le cause e le circostanze che ne hanno determinato l’evoluzione è fondamentale per poter realizzare una buona riforma. In questo senso lo studio della storia economica e della tecnologia può rivelarsi molto più utile di alcuni teoremi microeconomici.

[1] Schroeder-Gudehus, B., e Rasmussen, A. (1992), Les fastes du progrès : «le» guide des Expositions universelles, 1851-1992, Flammarion.

[2] Sassoon, D. (2015), “Alla maggior gloria del capitalismo”, Ricerche Storiche XLV.1-2, pp. 15-26.

[3] Simoncini, A. (2015), “Note sulla nascita del «pubblico». Per una genealogia della società dello spettacolo”, Ricerche Storiche XLV.1-2, pp. 47-57.

[4] Moser, P. (2005), “How Do Patent Laws Influence Innovation? Evidence from Nineteenth-Century World’s Fairs”, American Economic Review 95.4, pp. 1214–1236. Moser, P. (2012), “Innovation without Patents: Evidence from World’s Fairs”, Journal of Law and Economics 55.1, pp. 43 –74.

[5] Un eccellente esempio di innovazione “storica” coperta da segreto è la Coca Cola: se John Stith Pemberton ne avesse brevettato la ricetta quando l’ha messa a punto (nel 1886), essa sarebbe diventata di pubblico dominio già nei primi del Novecento, mentre resta ancora oggi un segreto commerciale gelosamente custodito.

[6] Levin, R. C., A. K. Klevoric, R. R. Nelson e S. G. Winter (1987), “Appropriating the Returns from Industrial Research and Development”, Brookings Papers on Economic Activity 1987.3, pp. 783–831. Cohen, W. M., R. R. Nelson, and J. P. Walsh (2000), Protecting their Intellectual Assets: Appropriability Conditions and Why U.S. Manufacturing Firms Patent (or Not), NBER Working Paper 7552.

[7] Domini, G. (2016), “Patents, exhibitions and markets for innovation in the early 20th century: Evidence from Torino’s 1911 International Exhibition”, prossimamente disponibile come UNU-MERIT Working Paper.

[8] Nicholas, T. (2010), “The Role of Independent Invention in U.S. Technological Development, 1880-1930”, Journal of Economic History 70.1, pp. 57–82. Nuvolari A. e M. Vasta (2015), “Independent Invention in Italy during the Liberal Age, 1861-1913’, Economic History Review, 68.3, pp. 858-886.

[9] Griliches, Z. (1990), “Patent Statistics as Economic Indicators: A Survey”, Journal of Economic Literature 28.4, pp. 1661–1707.

[10] Khan, B. Z. (2015). “Inventing Prizes: A Historical Perspective on Innovation Awards and Technology Policy”, NBER Working Paper 21375.

[11] Del resto, la prima esposizione internazionale fu inglese, ma le expo si erano prima sviluppate su scala nazionale in Francia nella prima metà dell’Ottocento; e i francesi si riappropriarono subito di questa loro idea, ingrandita su scala europea e mondiale, organizzando ben cinque esposizioni universali nella seconda metà di quel secolo (1855, 1867, 1878, 1889 e 1900).

[12] Per esempio, nel 1889 molte monarchie europee, tra cui Italia e Germania, boicottarono l’esposizione parigina che celebrava i cent’anni della Rivoluzione.

[13] Boldrin, M. e D. K. Levine (2008), Against Intellectual Monopoly, Cambridge University Press.

[14] Una simile conclusione positiva è stata raggiunta da uno studio dei premi attribuiti dalla Royal Agricultural Society in England tra il 1839 e il 1939 (Brunt, L., J. Lerner e T. Nicholas (2012), “Inducement prizes and innovation”, Journal of Industrial Economics 60, no. 4, pp. 657-696).

[15] Per una rassegna dettagliata di questi problemi, si veda Khan (2015), op. cit.

[16] Nelle parole di Abraham Lincoln (lui stesso un brevettatore), il sistema brevettuale americano aggiunge il “carburante dell’interesse al fuoco dell’ingegno”. Sul ruolo dei brevetti nello sviluppo degli USA, si veda: Khan, B. Z. (2009), The Democratization of Invention: Patents and Copyrights in American Economic Development, 1790–1920, Cambridge University Press.


Giacomo Domini è dottorando in Economia presso l’Università di Siena e visiting researcher presso UNU-MERIT (Maastricht, Paesi Bassi). La sua ricerca riguarda l’attività innovativa tra fine Ottocento e inizio Novecento, e i suoi collegamenti con performance d’impresa e commercio internazionale.

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