Roma è ARFamata di fumetti

– Laura Timoteo –
– con una illustrazione di Anna Pintarelli-

[Dal 20 al 22 maggio Laura Timoteo è stata all’ ARF! Festival di Storie, Segni& Disegni a Roma. Ecco il racconto di cosa ha visto, letto e sentito]

Un altro Arf! è passato, tenendo fede alle aspettative, deliziandoci, divertendoci, incuriosendoci, irritandoci e a volte anche annoiandoci a morte. Perché questo festival è una grande famiglia e, come tale, è decisamente imperfetto ma anche orgogliosamente accogliente (se si tralascia il prezzo del biglietto e delle masterclass… forse un po’ altino).
Le menti dietro a tutto questo, gli arfers, sono cinque amici e colleghi romani: Gud, S3Keno Piccoli, Mauro Uzzeo, Ottokin e Fabrizio Verrocchi. La loro impronta è ovunque: Gud anima l’area kids, Uzzeo sbuca in un panel su due, e troppo spesso si ha la sensazione che anche gli ospiti chiamati a intervenire in sala incontri siano stati scelti dagli organizzatori più per conoscenza e affetto reciproco, che per le reali capacità di esprimere considerazioni ragguardevoli sul tema in questione. Eppure proprio questa cordialità di fondo (che spesso sfocia in cameratismo) mentre preclude delle possibilità inaspettatamente ne apre delle altre.

All’Arf! infatti non si va per mettersi in mostra e fare atto di presenza. Tutti (autori, lettori, editori) sono lì per imparare, confrontarsi e scoprire cose nuove. L’assunto di base è che gli astanti condividono almeno una passione e, con questa, contribuiscono a far vivere e prosperare il fumetto. L’aria di casa, l’atmosfera intima e rilassata sono funzionali allo scopo: favorire l’interazione tra appassionati, professionisti del fumetto e aspiranti tali. Instaurare un dialogo costruttivo, come nel migliore dei festival professionali.
L’impressione allora è che i difetti dell’Arf! in fondo non siano che l’altra faccia dei suoi pregi. Se il festival riuscirà a difendere la propria genuinità senza fare di essa un limite, allora esploderà come una bomba. In questo sottile equilibrio risiede tutto il potenziale rivoluzionario dell’Arf!
Ma ora veniamo al resoconto dei fatti, con il mio personalissimo (quindi soggettivo e incompleto) elenco dei panel migliori e peggiori del festival.

Cosa ricorderò.

La distanza da Angoulême

Quello di Angoulême, dal 1974, è il più prestigioso festival europeo dedicato al fumetto, ma in quarantatré anni il suo Grand Prix è stato assegnato a una donna una volta sola. Anche semplicemente scorrendo le liste dei candidati o delle commissioni giudicatrici si nota una presenza femminile bassissima. Per questo lo scorso gennaio, appena sono stati annunciati i trenta candidati al premio (tutti uomini), il Collettivo delle autrici di fumetti contro il sessismo, nato nel 2015, ha proposto di boicottarlo. La pioggia di adesioni (anche maschili) ha acceso i riflettori sulla questione e innescato un dibattito che è ancora vivace, come testimoniato dal panel.
La fumettista Julie Maroh, tra le fondatrici del collettivo, con precisione e lucidità ha ripercorso la vicenda, constatando come spesso ambienti istituzionali e festival internazionali siano scollati dall’attualità, perché se quarant’anni fa fare fumetti poteva forse essere cosa da uomini, la generazione nata tra gli anni Ottanta e Novanta (che ora ha venticinque, trent’anni) in termini numerici ha conosciuto un’assoluta parità di genere.
Mentre gli italiani divagavano verso gli anni Settanta (quando le fumettiste erano poche ma potevano fare quello che gli pareva), rilanciavano i soliti discorsi su quanto siano sconvenienti le quote rosa (perché noi non vogliamo certo contentini), o azzardavano addirittura che forse noi siamo così avanti che tra un po’ dovremo parlare di quote azzurre… Mentre io ero lì a domandarmi sulla base di quale sorteggio avessero selezionato i partecipanti all’incontro… Ecco che Julie Maroh riprendeva la parola per regalarmi il momento più alto del festival, incorniciato da un aforisma semplice quanto efficace: “Non otterremo niente senza chiedere”.
Perché, in quello dei fumetti come in altri ambiti, per troppo tempo siamo state brave, abbiamo fatto il nostro mestiere per bene, rispettando tutte le regole, e ci siamo scontrate con una barriera invisibile che ci ha sistematicamente impedito di raggiungere certi traguardi. Ora non è più tempo di aspettare in silenzio che i nostri meriti siano riconosciuti. Dobbiamo pretendere di contare qualcosa.

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Illustrazione di Anna Pintarelli

Diritto di satira, rovescio di replica

Panel che prometteva scintille e come ogni festa che conta aveva pure l’imbucato (se è vero quanto dichiarato da Pollicelli a Il Foglio, e cioè che lui lì si era autoinvitato). Invece per buona parte è stato parecchio bon ton, con i convenuti tutti d’accordo sull’importanza di distinguere tra satira e comicità; sugli svantaggi che comporta la diffusione via web, dove vengono scambiate per satira delle semplici battute (Gipi: «Ai tempi dei social l’ironia è una piaga sociale»); su quanto la crisi della politica e della passione civica, e la conseguente elaborazione di nuovi linguaggi comunicativi da parte del potere (si pensi al Razzi originale che fa più ridere di qualunque caricatura), impongano anche agli autori satirici la necessità di reinventarsi e trovare nuove formule. Ma improvvisamente sul finale si è accesa la discussione tra Daniele Fabbri e Giuseppe Pollicelli (qui i precedenti). Materia del contendere è stata la blasfemia. Mentre il primo sottolineava il bisogno di una satira religiosa che tocchi la morale cattolica dominante, e rivendicava il diritto di bestemmiare (perché, nonostante l’evidente svuotamento semantico, la bestemmia costituisce un grande tabù), Pollicelli rimproverava ai colleghi di non fare mai satira sulle minoranze religiose, e in particolare sull’Islam, perché spaventati dal rischio di eventuali attentati. E dunque come si è conclusa la diatriba? Con una scena che resterà negli annali del festival: Fabbri ha stampato un bacio sulle labbra di Gipi, che con la maglietta della Democrazia Cristiana vestiva i panni dell’’uomo di centro’. Insomma anche stavolta l’amore ha vinto sull’invidia e sull’odio. (O a vincere è stato semplicemente l’opportunismo?)

Cosa, invece, spero di dimenticare presto.

Processo ai cinecomics

Prendete sette maschi italici tra i trenta e i cinquant’anni. Seduti in un qualunque Bar dello Sport. L’argomento del giorno sono i film tratti dai fumetti. Quali prenderanno in considerazione? Solo quelli Marvel e DC Comics, naturalmente. Quale sarà l’attività preferita? Eleggere il capolavoro (Guardiani della galassia), stigmatizzare gli inguardabili (L’uomo d’acciaio e I fantastici quattro), e a sostegno della propria tesi citare una serie di scene altamente testosteroniche. Il verdetto finale? Con grande plauso del pubblico si può decretare che la Marvel vince sempre (perché come riesce a coinvolgerci lei nessuna).
Ecco, il panel è stato esattamente così.
Se poi considerate che da tempo ho fatto mia la definizione di«porno a effetti speciali» di D.F.W. e sull’argomento ho trovato interessanti le affermazioni di Steven Spielberg («Abbiamo visto finire il cinema western, e arriverà un tempo in cui vedremo il cinema di supereroi fare la stessa fine») e LRNZ («Non credo che certi abomini industriali siano eterni, perché che senso avrebbe continuare a proporre all’infinito i vari supereroi con tutti i loro reboot?»), potete immaginare con quanto trasporto abbia seguito la discussione.

La moltitudine di Paz

Per festeggiare i sessant’anni dalla nascita di Andrea Pazienza niente è meglio che qualche aneddoto di vita privata (magari sul Paz geloso della sorella da vero uomo del Sud), un po’ di sana nostalgia dei mitici anni Settanta, Antonello Vigliaroli in collegamento Skype da San Severo, e una bella carrellata di testimonianze dai miracolati, folgorati dal genio. Su tutte, svetta quella di Sio (quota giovani, classe 1988… coincidenze della vita, proprio l’anno in cui il nostro ci ha lasciati) che ha conosciuto Pazienza navigando su internet, perché prima reperire i suoi fumetti era difficilissimo, mica come adesso che grazie all’ultima iniziativa editoriale di Repubblica e l’Espresso possiamo godere dell’opera completa dell’artista, diventato leggenda, semplicemente recandoci dal nostro edicolante di fiducia, venti volumi a dieci euro l’uno. Stavolta è stato un filmato del 1983, in cui Pazienza legge una sua storiella, a destarmi dal torpore e risollevare le sorti di un panel che si candidava a essere il più retorico e buonista di sempre.

…E poi cos’altro ho visto?

Lo stand Bao Publishing che in confronto agli altri sembrava megagalattico (un sentiero luminoso vi aiuterà nella localizzazione delle uscite di emergenza più vicine a voi…). Gipi che telecronacava divertitissimo lo primo torneo de li Bruti. Bianca Bagnarelli (co-fondatrice di Inuit e Delebile) che ritirava il premio Lorenzo Bartoli alla miglior promessa del fumetto italiano. Ratigher e Gabriele Di Fazio che presentavano la Flag Press (che presto pubblicherà Manuele Fior, Ruppert & Mulot, Dash Shaw e ai suoi autori darà il 25 percento di ogni vendita). Leo Ortolani che lanciava un appello: «Sono incattivito dallo stare sempre in casa a scrivere. Chiudete Rat-Man, salvate un’anima». La sala incontri che si faceva sempre più calda. Paolo Bacilieri che non smetteva mai di disegnare (scommetto che ha fatto più dediche lui che Zerocalcare). Fumettisti più o meno emergenti che mostravano le loro tavole a Gipi e con occhi imbambolati ascoltavano i suoi consigli. Rita Petruccioli che spiegava perché per lei il fumetto è una cosa più complessa rispetto all’illustrazione. LRNZ (pronuncia ellennerrezeta, ma per gli amici anche Lorenz) che chiariva perché non gli piacciono né i geek né i nerd. I punti ristoro che offrivano cibo notevolmente superiore alla media. Sio che dimostrava come effettivamente tutti possano fare fumetti. La sedia di Maicol & Mirco che invece era sempre vuota (scommetto che loro hanno fatto meno dediche di tutti). Traduttori che, negli articoli sui loro lavori, lamentavano di venir citati solo per le colpe e mai per i meriti. Riccardo Corbò che rispondeva al cellulare mentre moderava il panel sulla traduzione di fumetti, a microfono acceso. Marco Tavarnesi che elencava i vantaggi dell’autarchia nell’editoria. I banconi della Bao Publishing che domenica sera erano mezzi vuoti come quelli dei supermercati romani durante la nevicata del 2012.
E sullo sguardo di tutti quella sensazione di trovarsi a proprio agio, tra amici, in un luogo familiare dove alla fine i pregi prevalgono sulle debolezze e le ingenuità.
Resta il ricordo di un festival riuscito e la certezza che, accanto al Romics (in preda al vortice dei videogame, cosplayer, giochi di ruolo, gadget) e al Crack! (validissimo proprio in virtù della sua parzialità), l’Arf! si è affermato come uno degli eventi romani più importanti del settore, un’altra indispensabile tessera del puzzle.


Laura Timoteo è nata nella città dello Strega e si è laureata in Letteratura italiana contemporanea alla Sapienza. Prova a campare leggendo, correggendo, impaginando libri e appena le cose si mettono male si consola con la cioccolata. Se è vero quanto dicono sulla crisi del mercato librario italiano rischia di mettere su un bel po’ di chili nei prossimi anni.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. apheniti ha detto:

    E anche quest’anno non sono potuta andare all’ARF!. Mi ripeto ogni anno che questa potrebbe essere la volta buona e ogni anno mi passa di testa, o quella settimana ho da fare e non posso muovermi da qui.
    Grazie per la recensione!

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