Ridere per rabbia. Su “Appalermo, Appalermo!” di Carlo Loforti

– Lorenzo Masetti –

L’unica cosa da accettare è che qualunque cosa fai, nel bene o nel male, non ti rende né parte del bene né del male. Non sei buono. Non sei perbene. Non sei niente. Sei solo il risultato di un’occasione. L’hai colta, è andata così, fine. Certe volte puoi deviare, come ho fatto io. Cogliere l’occasione di essere diverso, a un certo punto. Ma non funziona. Non c’è pensiero. Solo l’occasione. La natura è occasione. E non c’è alternativa.

Appalermo, appalermo!, romanzo d’esordio del (quasi) trentenne Carlo Loforti edito da Baldini&Castoldi e finalista dell’ultima edizione del Premio Calvino, è un libro spassoso, onesto e straordinariamente poco sentimentale. In dribbling sul pericolo estremo della prima persona, riesce a raccontare con genuino realismo una fetta di umanità intima e sincera senza indugiare in crudi sentimentalismi, ma piuttosto masticando i personaggi e i loro drammi con una scrittura intelligente, spietata e muscolare. A volerlo definire è una specie di romanzo di formazione, ma decisamente atipico, perché a formarsi in questo caso, a scoppio ritardato sulla prassi, è un quarantaquattrenne palermitano già quasi calvo: Mimmo Calò. Giornalista sportivo locale con solida stima in tutta Palermo, svelto con le parole, un poco maschilista (per costituzione, non per cattiveria), sgarbato e atavicamente pigro, ma un po’ filosofo a modo suo. Unico hobby: andare alle aste giudiziarie per fare offerte basse, senza azzardo, e non comprare mai nulla. La sua vita fila tranquilla senza turbamenti, ingrassata dai caffè gratis che la popolarità tutti i giorni gli frutta. Ma all’improvviso la sua emittente televisiva chiude per infiltrazioni mafiose e Mimmo si risolve ad aprire una sfincioneria (rivenditore di sfincioni, tipiche schiacciate sicule) nel centro di Palermo, sfruttando un piccolo magazzino acquistato per sbaglio ad un’asta. La situazione precipita, fra malavita debiti e drammi familiari, e nel solco di questa rovina Carlo Loforti racconta una schietta parabola umana in ciniche e spassose digressioni che pagina dopo pagina, con movimento episodico e ritmo cinematografico, inchiodano un personaggio dalla sua nascita al suo collasso. I rapporti difficili fra uomini e fimmine, orditrici di trappole e creature pericolose, i genitori che non si rassegnano a fare i vecchi e si separano a settant’anni suonati (anziché «puzzare, comprare mobili kitsch, perdere i denti, rammollirsi i genitali…»), l’odio sistematico per Totò Schillaci e tutta una gamma di scomode onestà sul sesso. Ad esempio, che ogni membro maschile del mondo animale si masturba e lo farà sempre, pure quelli infami che lo negano, fidanzati sposati e persino «su Marte chiusi dentro una campana di vetro, senza ossigeno e con le mani legate dietro la schiena». Che una donna che non fa i pompini… va be’. Che «più formativa di un padre» è la prima donna brava a letto che trovi.
Un calderone di filosofie spicciole e astute, oneste e lapidarie, di un personaggio che crede di saper tutto della vita, ma non si accorge di vivere come un crostaceo dentro una pentola. Canicolare e borbottante come Palermo, stretta e angusta come una convinzione a tempo indeterminato. A tirare l’aragosta fuori dal brodo è il pericolo. Il pericolo reale, quello che fa sudare marcio, di debiti assassini e pistole puntate alla tempia. Dopo quarantaquattro anni spesi da spettatore distratto di fronte al sangue delle strade palermitane, Mimmo si ritrova in una situazione per cui quel sangue potrebbe essere il suo. Allora la paura di morire o di soccombere gli imprime movimento, lo schioda da un’esistenza lenta e lagnusa (‘pigra’) e lo obbliga a rivalutare, fra le righe di una prosa asciutta e fulminante, le strutture opache di una vita, buttandolo nella mischia con tutte le proprie miserie. Poi la detonazione. Fino a legare con le macerie e a riuscire ad ingannare, sul filo della leggerezza, la palustre complessità delle cose.
Ne nasce un piccolo prodigio che ha la profondità narrativa e il tenace realismo della grande tradizione romanzesca siciliana, con tutti gli aridi paesaggi delle disgraziate umanità di Verga, e insieme il ritmo adrenalinico del cinema d’azione, la spietatezza e i dolori giovanili (nonostante l’età anagrafica del protagonista), la riflessione implacabile e folgorante sui cortocircuiti della contemporaneità. Che lo rendono anche, e forse soprattutto, un grande romanzo generazionale.
Propongo adesso una lista di personalissime e ignorabili avvertenze al lettore che volesse scegliere di immergersi appalermo.

Avvertenza n°1: Non contare le pagine
Magari no. Ma se, come me, sei debole di cuore e di fronte ai libri voluminosi temi sempre l’annacquamento infingardo, covando nell’intimo e con un po’ di vergogna un perverso feticismo per i libri brevi e/o con le figure, ti dico che il libro di Carlo Loforti, pur non essendo breve, è vino puro senz’acqua e si legge come si mangia pane e nutella. Non ti prende a pugni senza motivo a pagina venti negandoti ogni prospettiva di vita futura. Non ti costringe a chiudere le finestre e a dire a tua madre che non ci sei per cena perché stai cercando di portare a casa il capitolo. Ti vuole bene. Sul retro di copertina di una succosissima raccolta di racconti brevi – Opere complete e altri racconti – dello scrittore guatemalteco Augusto Monterroso, il curatore la definisce «misericordiosamente breve» e con due sole parole assolve il libro da ogni maledizione intellettuale. Perché riconosce all’autore la clemenza di non aver intasato centinaia di pagine col suo sogno di fare lo scrittore, avendo capito che il senso della narrazione sono il ritmo e l’economia, la capacità di dare alle storie il loro giusto tempo. Lungo o breve che sia, ma il giusto tempo. Un’intuizione compresa anche da Carlo Loforti, che realizza un libro essenziale e scorrevole, privo di sbavature, in cui ogni pagina è necessaria.

Avvertenza n°2: Non leggerlo con la tua solita voce
Tutti noi abbiamo una vocina in testa che, a titolo gratuito e senza rappresentanza sindacale, ci legge i libri. Immagino sia generalmente neutra, incolore, senza difetti di pronuncia né influenze dialettali. Una voce che non si sporca. Ma per leggere questo libro conviene abolirla, o almeno convincerla a flettersi come le corde di un siciliano. Non al livello dei libri di Camilleri, che dopo averli letti ti bloccano la comunicazione per due settimane, ma insomma qualcosa che renda l’idea. Appalermo, appalermo! parla la lingua italiana, pur con costanti tracce di Sicilia; i suoi personaggi, spesso, no. E neanche i suoi colori, le sue storie, la natura stessa dei rapporti umani che racconta. Quelli parlano a tutti, da Oslo a Timbuctù, ma con la lingua delle strade di Palermo, e per ascoltarli bene conviene usare l’orecchio giusto. Loforti ha avuto pietà e in coda al libro ha apposto un breve glossario che ci illumina sulle parole siciliane che proprio non poteva evitare, perché corrispondono sì a qualche espressione italiana, ma con quattro dimensioni di significato in più. Eccetto per le minne ovvero tette, sulle quali «non c’è mai molto da aggiungere».

Avvertenza n°3: Ridiamo!
Questo è un libro prima di tutto divertente. L’umorismo, più o meno spensierato, è l’osso e la cifra dello stile di Loforti, che sguinzaglia fra le pagine senza museruola la propria nevrotica e vivace vena ironica. Allora qualche volta ci farà ridere, ma non sempre e non per tutto. Questo dipenderà da noi. Lo stand-up comedian italiano Giorgio Montanini, prima di far scappare gli anziani dai suoi spettacoli con freddure su cazzi e pedofili, sostiene che se una battuta fa ridere tutti allora forse non è una buona battuta. L’umorismo di Loforti è spesso spietato, cattivo, direi anche poco edificante. Ma d’altronde i personaggi di Appalermo, appalermo!, Mimmo sopra tutti, non hanno il mandato di senatori della moralità. Non devono insegnare modelli virtuosi di comportamento. Sono i personaggi reali, onesti e brutali – «senza pudore», come li ha definiti la giuria del Premio Calvino – di una storia. Potrebbero dire cose non universalmente condivisibili ma ecco il fatto: è un romanzo. Meglio leggerlo che condividerlo. E i suoi personaggi, sfacciati palermitani, col tacco sui nostri nervi più sensibili, conviene accoglierli come amici con cui confrontarci e in cui rifletterci, pure con rabbia, per stanare in noi la risata autoironica e disperata di chi vede allo specchio, almeno per un momento, lo stato delle proprie rovine. Perché, come dice Mimmo alle prese con una brutta situazione, «non hai riso mai fino a quando non hai riso per rabbia. E la risata per rabbia è una risata esistenziale, un miracolo che non succede a tutti, è la melodia dell’esistenza stessa».

Non è un caso che Appalermo, appalermo! abbia raccolto la passione e la simpatia dei suoi lettori, che su facebook si sono immortalati mentre lo leggono divertiti per strada, nelle pause pranzo, sul treno, in spiaggia (poi la maggior parte non si capisce dove). Forse perché, già compresa la terza avvertenza, si son trovati dietro la milza un piccolo Mimmo Calò e non hanno potuto non provare affetto verso di lui, figlio sciagurato di una scrittura sincera che è necessità potente, atto irrinunciabile, e sa prendere vita. Con una tale convinzione che ti pare strano non aver mai saputo dei personaggi e delle miserie che animano queste pagine, come se fossero sempre esistiti e tu per qualche motivo li avessi ignorati. E questo è abbastanza per voler già bene a loro e al libro dalla copertina arancione in cui vivono stretti, con sopra disegnato lo scorcio ingarbugliato di una Palermo che pare cadersi addosso e che in fondo, in incognito sotto coppole e sfincioni, sa dirci qualcosa di autentico su alcune delle nostre più intime debolezze.


Lorenzo Masetti (1993) è studente di lettere moderne all’Università di Firenze, con una particolare passione per l’epistolografia, le biografie sconce e la letteratura fantastica. Non lavora, deve laurearsi e si sente in colpa, ma dal 2013 è redattore per L’Eco del Nulla, per il quale si occupa di approfondimento letterario e facchinaggio redazionale.

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