Le Storie di Damiano Sinfonico

– Diego Bertelli –

David Moses, 2008.P.MM.30.20.0013
David Moses, 2008.P.MM.30.20.0013

[Questo articolo è uscito precedentemente sulla rivista Poesia n. 314, aprile 2016]

Quando si ha bisogno di dire qualcosa in prima persona spesso si finisce per usare la lingua modellandola su un unico calibro espressivo. Poche parole, frasi spezzate, una tendenza costante alla paratassi. Nel suo libro d’esordio, dal titolo Storie (L’arcolaio, 2015, prefazione di Massimo Gezzi), Damiano Sinfonico usa il verso in questo modo: come una necessità, e al pari di una spiegazione. Succede allora che il discorso pronunciato si concluda nel breve spazio che prendono soggetto, verbo e complemento. Anche per questa ragione il verso-frase, cui l’autore si affida quasi del tutto, si fa strumento comunicativo prima ancora che medium dello stile. Sinfonico ne utilizza la struttura con pochissime eccezioni in tre delle quattro sezioni del libro. Pur nella sua ripetizione insistita, tale, composta misura riesce tuttavia ad affrancarsi dalla monotonia che le appartiene. Storie arriva così a dar corpo a una serie di situazioni, oggetti, luoghi e persone che da tempo richiedevano un confronto; e sembra che Sinfonico pensi, in certi punti, ad alta voce, o che parli, in altri, con qualcuno: «Mi hai telefonato mentre pensavo a Costanza D’Altavilla. / Mi hai investito di parole che qualcuno era morto. / Nelle tue rare pause, facevo scivolare dei monosillabi nella corrente. / Capisci, non è stato per indifferenza o durezza di cuore. / Mi hai colto tra miniature medievali. / Invischiato in faccende che non mi riguardavano». Con questo tono, e anche con una certa tendenza, o gusto, per gli elenchi, Sinfonico procede; e all’incedere tassonomico si uniformano i giudizi di fatto e quelli di valore. Si può senz’altro dire che in virtù del verso-frase, l’impressione che ne viene, come ha scritto Gezzi, è quella «di un’inquietudine feconda che anima tanto la forma quanto il contenuto». Perché Sinfonico mischia le cose che fa con le cose che pensa, le cose leggere e le cose pesanti: «Che festa, le Meditazioni metafisiche di Cartesio. / Stesi sul letto ci interrogavamo sul corpo. / “Non poteva darsi che mai io ne fossi separato”. / Poi ho pensato che non vorrei separarmi dal tuo. / Così starei meglio, sarebbe più leggero reggere il peso dell’aria».

Questa modalità della scrittura, lineare e ostinata, in cui la quantità della riflessione coincide con la lunghezza del verso, non è tuttavia l’unica presente in Storie. Nella sezione (aperte), esiste anche un’altra voce: non priva d’interpunzione ma quasi, e sempre completamente priva di maiuscole, tranne nel caso dei toponimi nominati. I versi così disposti, almeno in quattro casi su cinque, hanno qualcosa che ricorda il limerick, la cui struttura sembra sia utilizzata a supporto dei giri a vuoto cui s’informa il pensiero. L’effetto complessivo non è quello sorprendente del nonsenso, come in Lear, né comico è il loro risultato. Il riferimento a un luogo (Bratislava, Zlotogrod) o a un termine comune (il piede, l’abbraccio), che ritorna in principio e in chiusura, e la lunghezza pressoché identica della forma (Sinfonico aggiunge uno o al massimo due versi alla tradizionale sequenza di cinque che caratterizza il limerick) conduce invece a situazioni che in un certo qual senso richiedono una definizione ulteriore: «ne sono passati di mondi sotto l’acqua / a Bratislava le case hanno angoli graziosi / la sua pelle è di scaglie colorate, cangianti / fluisce la storia feroce e accigliata / sto fermo, in questo arcipelago di rovine / a Bratislava, più che altrove».

La qualità fotografica di queste descrizioni subisce l’interferenza del pensiero («dev’esserci freddo dentro la cornice / […] se ti abbraccio, non aver paura») allorché il poeta ricerca una messa a fuoco più specifica: «Zlotogrod, non è scomparsa dalle mappe / nei vicoli borbottano ebrei in caffettano / i vetturini corrono a malincuore verso la stazione isolata / i caldarrostai mercanteggiano oggetti preziosi / gli osti sono avari come i giardini d’inverno / Zlotogrod, credo sia dietro l’orizzonte». È come se la mente di chi scrive attendesse ancora uno sviluppo delle situazioni: il loro risultato sperato dopo che l’evento si è concluso: «Il trasloco sta finendo. / I quadri, le bottiglie, i portasciugamani. / Tutto ha trovato una collocazione. / Resta poco da fare. / Aspettare insieme il domani. / La luce filtrata dagli alberi. / Questa casa si apre agli anni futuri. / Arriveranno uno a uno. / Li conteremo insieme, luminosi e meno. / In te c’è un altro secolo di vita».


Diego Bertelli vive e lavora negli Stati Uniti. Ha pubblicato saggi, articoli e traduzioni su riviste italiane e internazionali e sui litblog «Le parole e le cose», «Minimaetmoralia», «Puntocritico». Collabora con la «Rassegna della letteratura italiana», è redattore della rivista «Atelier» e curatore del sito ufficiale di Bartolo Cattafi (www.bartolocattafi.it). Nel 2005 ha pubblicato la raccolta di poesie, L’imbuto di chiocciola (Firenze, Edizioni della Meridiana, Premio Astrolabio Opera Prima 2008), e fa parte dell’antologia Toscani Maledetti, a cura di Raoul Bruni (Prato, Edizioni Piano B, 2013). In corso di pubblicazione, un graphic novel illustrato da Silvia Rocchi, I giorni del vino e delle rose (Valigie Rosse) e una monografia, Viaggio al termine della scrittura: Calvino Pasolini Bazlen Parise Cattafi (Le Lettere).

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