Solo andata

25. Stanca di Londra, stanca della vita

– Maria Catena Mancuso –

olivia locher how to make ice cream

10 aprile 2016

Cara Gaia,

ricevere la tua cartolina da Parigi mi ha messo un tale buon umore, grazie! Come stai? E soprattutto, come va alla Sorbona? Ti immagino sempre di corsa, in sella alla tua bici, che sfrecci tra i viali della capitale diretta a lezione di greco antico…
Ti scrivo da un aereo per Londra Stansted, mi sono da poco lasciata alle spalle una Lamezia Terme soleggiata e già calda, sapendo che mi aspetterà il freddo e il vento di un fine inverno che qui stenta ad andarsene.
Vivo a Londra da sette mesi e da buona italiana mi lamento ancora noiosamente del meteo: tre anni e mezzo a Milano non mi hanno affatto preparata al grigio atomico del cielo, che a questa altezza dall’Equatore sembra la regola.
Dal mio canto, non posso ammettere di aver avuto il tempo di abituarmi a molte altre grigiosità inglesi, se non al tè, l’Earl Grey, soprattutto se accompagnato da un soffice scone (un dolce pieno di burro su cui si spalma dall’altro burro e della marmellata di fragole).
E tu? Escargots à la Bourguignonne, paté de foie gras e bleu d’Auvergne ieri sera? Une petite flûte de champagne et voilà. Alla faccia mia.
Come ti dicevo, i giorni qui sono trascorsi molto velocemente, per lunghi periodi si sono ripetuti quasi uguali, con scadenze che ne hanno sconvolto fugacemente l’equilibrio: arrivo a fine agosto, primo colloquio il giorno dopo, firma del contratto dopo una settimana, secondo colloquio e dimissioni dal primo impiego a metà settembre, firma del secondo contratto dopo pochi giorni, Natale trascorso a Londra, dimissioni e ricerca di un terzo e nuovo lavoro.
Il mio corso serale alla London School of Journalism è appena terminato, mi chiedo se mi porterà da qualche parte… Una ventitreenne italiana laureata in Lettere a Milano con il pallino del giornalismo è una storia ritrita peggio del grigiume e del freddo del Nord Europa.
E intanto si fatica, come dicono i miei nonni in Calabria. E lavorare stanca, soprattutto a Londra. Si gareggia persino a chi serve più tazze di caffè e dice più volte “Thanks sir, have a nice day!”,  per fare bella figura col manager, che così chiude un occhio se vai in bagno più di due volte durante il turno. O almeno questo è quello che succedeva al museo, dove ho lavorato come cameriera per qualche mese, ma non sin da subito. Appena arrivata ho accettato senza pensarci due volte un lavoro in una gelateria italiana: come ti dicevo avevo il colloquio il giorno dopo essere arrivata, mi sembrava una soluzione veloce e indolore. Dovevo solamente salutare, mettere delle palline di gelato in un cono, fare qualche caffè, prendere i soldi, dare il resto. E invece no: ciò che sembrava un’occasione vantaggiosa, almeno inizialmente, e che soprattutto doveva servirmi da incoraggiamento, si è trasformata ben presto in un pesante impaccio. Turni molto lunghi, i giorni liberi che da due diventavano uno senza che mi fosse neanche chiesto, salario minimo di 6,70 sterline lorde (ovviamente), nessun miglioramento con l’inglese perché i clienti erano pochi e i superiori tutti connazionali, e poi quel loro prendersi la libertà di una confidenza non concessa, perché “siamo italiani”. E quindi ti prendi il bello e il brutto, perché “sei in famiglia”. E invece no, qui non siamo proprio per niente in Italia; è una giungla, carissima, con le peggiori stalle pagate come stelle, i trasporti a 125 sterline al mese che non ti salvano né dai ritardi né dalle cancellazioni all’ultimo minuto.
E poi grazie al consiglio di un’amica umbra (che ora come tanti altri è a Sydney) ho trovato il lavoro al museo, o meglio nella caffetteria di un museo, dove le dinamiche purtroppo non sono per nulla diverse da quelle che si vedono in un normalissimo Starbucks o Costa o Caffè Nero. Per quanto il posto fosse stupendo, lavoravo comunque in una catena di caffetterie, facevo comunque dei caffè a della gente nervosa, che aveva comunque fatto una fila lunghissima e che per quanto fosse colta non si risparmiava affatto bassezze di cattivo gusto.
Ma questo non lo potevo sapere appena fatto il colloquio, pensavo di aver trovato una meravigliosa, seppur umile, via di fuga dalla gelateria e ho quindi deciso di dare subito le dimissioni. E qui è iniziato il lungo calvario di scusanti e rinvii del pagamento delle mie tre settimane di lavoro da parte dei miei capi italiani. Alla faccia del “volemose bene”.
Dalle accuse gratuite iniziali per averli abbandonati così, (avevano subìto uno “choc”, dicevano), si è passati a “abbiamo le bollette da pagare”, “ci sono gli altri stipendi adesso”, “le cose vanno male” ecc. Come se io avessi meno diritto degli altri ad essere pagata, come se io non avessi dovuto pagare le bollette. Seppur apparentemente scritto da un Google Translate ubriaco, avevo firmato un contratto, ma sembrava non bastare.
Dopo un paio di mesi, ormai convinta che non avrei mai più rivisto i miei 700 pound lordi mi sono rivolta ad un’avvocatessa inglese, che non conoscevo e che mi aveva consigliato un amico. Quando la povera ha capito che si trattava di pochi spicci (recuperare i soldi mi costava tanto quanto avevo guadagnato) si è offerta di mandare una lettera formale ai capi, chiedendo di pagarmi entro tre settimane, pena l’avvio di un processo formale presso il tribunale del lavoro.
Allo scadere dei giorni, a un tiro di schioppo dal mio primo Natale trascorso fuori casa, un SMS della Barclays mi annunciava di aver ricevuto un bonifico di circa 500 sterline. Si erano inventati un giochetto tutto loro secondo il quale io avrei dovuto pagare il 30% di tasse (se ti sembra troppo, è perché lo è). I furboni li avevano fintamente detratti e poi invece di versarli allo Stato inglese se li erano tenuti. Quindi si sono sentiti in diritto di pagarmi, al netto delle finte tasse, 525 sterline. Se esistesse l’Oscar per la volgarità lo darei a chi, come loro, continua a guastare (ancora e ancora) l’idea che alcuni all’estero hanno del nostro Paese. Ma almeno ho una buona notizia da dare ai giornali allarmisti: a quanto pare a fuggire dall’Italia non sono soltanto i cervelli…
Per non farmi mancare nulla, senza neanche un giorno di pausa e con ormai pochi soldi in tasca, sono passata a lavorare al museo. Il risultato? Te lo racconto la prossima volta, ti debbo lasciare ma chérie. Si atterra…

Aspetto notizie della tua Parigi…

Au revoir,

Maria


Maria Catena Mancuso (1992), è nata al sud e ha studiato Lettere alla Statale di Milano, dove ha subito iniziato a collaborare con il giornale dell’università, contribuendo qualche anno dopo alla fondazione della radio ufficiale. Attualmente cerca la sua strada a Londra, ma nel suo futuro sogna la Francia. Ama le lingue e la grammatica. Le piace scrivere di agricoltura, ambiente e cibo. Crede ancora negli ideali.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...