[TraDueMondi] Dal Piano del Lavoro alla Carta dei Diritti: il sindacato come soggetto politico

– Simone Fana e Niccolò Serri –

murale
Ettore De Conciliis, Giuseppe di Vittorio, 1975 – murales.

[Tra Due Mondi ci conduce oggi alla scoperta della Carta dei diritti universali della Cgil, provando ad interrogarne limiti e prospettive, a partire dalla prima grande iniziativa politica del sindacato post-fascista: Il Piano del Lavoro del 1949. Tra Due Mondi è il focus tematico sulla storia economica e sociale italiana di 404, ed esce ogni due venerdì. Per chi si fosse perso le precedenti puntate, è possibile recuperarle qui. Segnalazioni e proposte di nuovi articoli sono, come al solito, ben accette.]

Nella tradizione operaia europea, il movimento sindacale italiano, più di altri, è stato caratterizzato da una doppia natura. Ha cioè sempre accostato alla dimensione più propriamente organizzativa e contrattuale, la spinta a farsi soggetto politico. A seconda delle fasi storiche che si sono succedute a partire dal secondo dopoguerra, il sindacato si è trovato a sovrapporre il piano rivendicativo, nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro, con quello dell’elaborazione autonoma sul piano della politica economica e sociale.

Il recente lancio della proposta da parte della Cgil di una Carta dei Diritti Universali del Lavoro si inserisce in questo solco, proponendo una nuova legge che rafforzi e regoli i diritti del lavoro, ponendo un argine alla frammentazione normativa che ha accompagnato la precarizzazione del mercato del lavoro Italiano. Fin dal sottotitolo, il riferimento ad un “Nuovo Statuto dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici” rende esplicito il richiamo a cui si rifà la recente iniziativa della Cgil: lo Statuto dei Lavoratori, la più significativa legge di diritto del lavoro della storia repubblicana, approvata il 20 maggio 1970 su iniziativa governativa, sotto la spinta delle lotte operaie che per tutti gli anni Sessanta erano tornate a chiedere a gran voce “l’entrata della costituzione nelle fabbriche”.

Malgrado i molti riferimenti e analogie di superficie, tuttavia, l’analisi che proveremo a mettere in campo parte da un presupposto differente, identificando nell’immediato secondo dopoguerra il piano comparativo su cui meglio pesare le prospettive ed i limiti della Carta dei Diritti.

La trasformazione del sindacato in soggetto politico, con l’intervento diretto delle organizzazioni dei lavoratori sul terreno della politica nazionale, può avvenire per necessità o per opportunità. Lo Statuto dei lavoratori e l’attivismo del sindacato nel corso degli anni Settanta sono stati il risultato diretto della forza accumulata dalle organizzazioni territoriali e di fabbrica sul piano contrattuale. Tracimando fuori dai luoghi di lavoro, questa non soltanto ha fornito la linfa al processo di convergenza unitaria fra le varie centrali sindacali, riunite in una federazione unitaria Cgil-Cisl-Uil a partire dal 1972. Soprattutto, ha consentito al movimento sindacale di accumulare le risorse strategiche necessarie per aumentare la propria influenza rispetto alla controparte datoriale e al governo, consentendogli di impostare una lotta centrata sulla risoluzione delle storture del modello di sviluppo italiano e per sopperire alle carenze di una macchina statale troppo fragile.

Le Carta Universale dei Diritti nasce, crediamo, da suggestioni di tipo diverso. Il tentativo del sindacato di subentrare nel politico rappresenta qui il tentativo di una fuga in avanti, che allargando il campo del confronto all’arena nazionale cerca di risolvere le debolezze di una organizzazione che non trova più nei propri iscritti e nella presenza attiva nei luoghi di lavoro la propria forza.

Da questo punto di vista, le cause strutturali dietro la recente iniziativa della Cgil richiamano più da vicino la vicenda del Piano del Lavoro, la famosa proposta di politica economica per risolvere la disoccupazione strutturale del paese presentata sotto la guida di Giuseppe di Vittorio. Avanzata per la prima nel congresso dell’organizzazione tenuto a Genova nell’ottobre del 1949, il dibattito delle proposte contenute nel Piano del lavoro tenne banco per tutto il 1950, non soltanto nel movimento sindacale, ma anche negli ambienti del Partito Comunista e del Governo. La proposta, nelle parole di Di Vittorio, serviva “ad utilizzare la forza lavoro disponibile e le possibilità potenziali di sviluppo della produzione”. Il piano prevedeva un ambizioso programma di edilizia pubblica, bonifica agraria e potenziamento della produzione energetica per riaccendere la miccia di uno sviluppo economico inclusivo.

Il Piano del Lavoro e la Carta Universale dei Diritti prendevano in considerazione piani diversi, più inerente alla politica economica il primo, più strettamente legato ai diritti individuali dei lavoratori il secondo. È interessante però notare il contesto di debolezza strutturale del sindacato sul quale ambedue queste proposte si inserivano. Anche il Piano del Lavoro, infatti, fu elaborato da Di Vittorio in un momento nel quale le contraddizioni che il sindacato era riuscito a mantenere sopite nell’immediato dopoguerra rischiavano di esplodere. Sia dal punto di vista politico che economico, infatti, la situazione vedeva un generale arretramento delle forze del lavoro. La rottura della coalizione antifascista nel maggio del 1947 e la larga vittoria elettorale della Democrazia Cristiana l’anno successivo avevano ridimensionato significativamente il peso politico delle sinistre. Sul piano più schiettamente contrattuale, la fine del blocco dei licenziamenti e la ristrutturazione industriale sempre più aggressiva alimentavano la fiumana dei disoccupati, portando a più di due milioni il numero ufficiale. D’altro canto, il vulnus organizzativo del sindacato era aperto dalla scissione dalla Libera Cgil, in cui si riunivano i gruppi cattolici e socialdemocratici, fuoriusciti dalla Cgil nel settembre del 1948. In questo contesto, come è stato ampiamente riconosciuto anche da Vittorio Foa, il Piano del Lavoro appariva come un’operazione politica che mirava non soltanto a superare l’isolamento che rischiava di crearsi intorno alla Cgil, ma soprattutto  a risolvere la contraddizione insita nella stessa natura del mestiere del sindacato, quello cioè di un organizzazione di rappresentanza dei lavoratori occupati che si trova a dover fare i conti con una disoccupazione dilagante.

Nonostante il sindacato abbia cercato, a volte con successo, di farsi soggetto di produzione politica autonoma, la sua compenetrazione con la sfera istituzionale resta, e non potrebbe essere altrimenti, imperfetta. Anche quando un organizzazione sindacale esce dall’ottica della semplice rappresentanza dei propri iscritti, facendosi organismo di classe in un senso più ampio ed andando ad abbracciare l’universo del lavoro salariato nel suo complesso, non riesce mai a sovrapporsi alla forma del partito politico, quantomeno in un sistema di democrazia parlamentare. Proprio il successo dietro l’approvazione dello Statuto dei Lavoratori, del resto, dimostra la necessità che si stabilisca un confronto produttivo fra organismo sindacale e sistema dei partiti perché l’influenza del primo sul campo della politica nazionale possa essere fruttifera. Lo Statuto dei Lavoratori è nato proprio dall’incontro fra la spinta rivendicativa delle dinamiche conflittuali nelle fabbriche e la mentalità riformista che animava le componenti socialiste e di certa parte della Democrazia Cristiana. Gli stessi contenuti dello Statuto sono emersi dall’intreccio fra l’esperienza quotidiana di soprusi subita dai lavoratori negli anni d’oro del Miracolo Economico e i contenuti espressi da una nuova generazione di studiosi di diritto del lavoro, primo fra tutti Gino Giugni.

Nel caso del Piano del Lavoro e della Carta dei Diritti Universali, questa rispondenza “creativa” fra il piano sindacale e quello più propriamente politico-istituzionale è venuta a mancare, ma per opposte ragioni. Come ha sottolineato Fabrizio Loreto, nell’immediato dopoguerra l’iniziativa politica autonoma del sindacato era un concetto che non era condiviso dall’intero movimento, anche a sinistra, e men che meno negli ambienti degli industriali e del Governo. La stessa posizione dei Partiti Comunista e Socialista rispetto alla proposta di Di Vittorio era più che ambigua. La cultura portante della Cgil del tempo era stata temprata nelle battaglie della liberazione e nelle lotte sociali della ricostruzione, fino a quelle che avevano portato al rinnovo contrattuale del 1948. Ma le proposte tecniche contenute nel Piano del Lavoro si erano alimentate anche del contributo importante di studiosi come Sergio Steve, Paolo Sylos Labini e Giorgiò Fua. Nonostante l’eco che questi economisti avevano negli ambienti di partito, tuttavia, il Pci rimase scettico. L’avventurismo politico del Piano del Lavoro metteva infatti in crisi i rapporti tradizionali fra il sindacato ed un partito ancora eccessivamente legato alla dottrina Leninista della cinghia di trasmissione, che postulava una rigida divisione dei compiti fra ambito sindacale e di partito, con l’ultimo in chiara preminenza gerarchica. Massimi dirigenti del calibro di Longo e Secchia criticavano esplicitamente la Cgil, invitandola a dedicare maggiore attenzione alle vertenze di fabbrica, anziché “limitarsi” a proposte nazionali. Lo stesso Togliatti aveva espresso delle perplessità sul Piano del Lavoro, criticando l’ottica nella quale si muoveva la proposta della Cgil, in un piano di compatibilità, senza prevedere alcuna ipotesi di rottura rispetto all’ordine esistente. L’indipendenza culturale e politica dimostrata dal sindacato in occasione della proposta del Piano diede il via ad un progressivo affrancamento della Cgil rispetto alla disciplina ferrea di partito, un processo culminato nel 1956, di fronte alla repressione sovietica in Ungheria, e più tardi, nell’Autunno Caldo, con la dichiarazione ufficiale di incompabilità fra cariche sindacali e politiche. Nel 1950, però, lo spazio politico era ancora occupato da un partito troppo preponderante perché l’azione di un sindacato ad esso legato potesse trovare respiro.

Oggi la proposta di una Carta Universale dei Diritti del lavoro sembra scontare il problema opposto a quello affrontato negli anni Cinquanta, ovvero la completa assenza di sponde politiche a livello istituzionale parlamentare. Certo, con la fine della Guerra Fredda e il crollo delle grandi organizzazioni della Prima Repubblica, il nesso viscerale fra sindacato e partito, soprattutto in ambito Comunista, si è sfilacciato. La stessa Cgil è approdata ad un modello di sindacato europeo in cui le componenti di iscritti non combaciano più necessariamente con determinate appartenenze partitiche. Soprattutto la frange più anziane della forza lavoro continuano a ricercare in maniera forse velleitaria il vecchio cordone ombelicale che teneva unite le rappresentanze operaie in fabbrica con quelle politiche a livello parlamentare. Tuttavia, i rapporti odierni fra il Partito Democratico, formale erede delle formazioni della sinistra comunista, e la Cgil sembrano chiudere la porta a qualsiasi tipo di competizione costruttiva. In più di un’occasione, Matteo Renzi ha sottolineato come proprio la Cgil di Susanna Camusso rappresenti uno dei maggiori ostacoli al suo autoproclamato nuovo corso riformista. Nell’ottica del nuovo Partito Democratico i sindacati sono identificati tout court come bastioni del conservatorismo Italiano. In questo contesto è difficile comprendere come la Carta Universale dei Diritti del Lavoro, che nasce come iniziativa dal basso ma con un approdo schiettamente legislativo, possa avere alcun successo. Il Piano del Lavoro di Di Vittorio non ebbe effetti pratici immediati sulla politica economica italiana, ma riuscì a favorire l’inizio di un ampio dibattito proprio perché intercettava le linee profonde dell’evoluzione della struttura industriale e sociale del paese. La Carta dei Diritti, al contrario, non sembra capace di riuscire a fermentare una discussione che riesca, non a rovesciare, ma anche soltanto a mettere in questione i paradigmi neoliberali del mercato del lavoro.

Da questo punto di vista è interessante cercare di spingere oltre il paragone, andando ad indagare le similitudini e le differenze rispetto al piano culturale nel quale le due proposte si inserivano. Il successo dello Statuto dei Lavoratori, prima ancora della sua approvazione legislativa a cavallo degli anni Settanta, si era concretato in una vittoria sul piano culturale, con la creazione di un consenso sulla necessità di riforma del diritto del lavoro che attraversava in maniera trasversale le organizzazioni sindacali, la sinistra parlamentare ed i segmenti riformisti della Democrazia Cristiana. Tanto il Piano del Lavoro quanto la Carta dei Diritti Universali, al contrario, si sono inseriti in un contesto espressamente avverso dal punto di vista culturale. Tanto nel 1947-1952, quando nei “lunghi anni ottanta” del tempo presente, il pallino dell’egemonia è su posizioni economiche liberiste, che hanno visto e vedono nell’intervento statale in economia e nella normativizzazione dei legami contrattuali di lavoro un semplice orpello non necessario all’economia di mercato.

Il Piano del Lavoro nasce dentro una fase di consolidamento delle politiche di ricostruzione dell’economia nazionale, che risultano fortemente connotate dall’influenza delle teorie marginaliste e neo-classiche. La politica deflazionistica, inaugurata nel 1947 da Luigi Einaudi, si situava dentro un’opzione teorica che vedeva nella stretta creditizia e nel pareggio di bilancio gli obiettivi strategici da perseguire per modellare la struttura produttiva del paese e renderla compatibile con le esigenze della competizione internazionale. La definizione einaudiana della disoccupazione come assurdo teorico esprimeva pienamente la fede nel “mercato”, come agente di una efficiente allocazione dei fattori della produzione e in grado di raggiungere l’equilibrio della “piena occupazione”. Una posizione teorica che riconduceva nell’azione regolatrice dello stato e nei vincoli posti dalla contrattazione sindacale la responsabilità della disoccupazione. L’impronta liberista di Einaudi trovò una convergenza indiretta nelle forze organizzate della sinistra politica e sindacale, che seppur con ragioni opposte, individuavano nella forma monopolistica dell’economia nazionale, la radice perversa dell’assetto produttivo contro cui occorreva mettere in campo un’alternativa. Era convinzione comune nel Pci che la natura monopolistica dell’economia italiana rappresentasse un ostacolo alla lotta alla disoccupazione, in quanto il controllo dell’offerta, ad opera dei grandi monopoli, era funzionale ad alimentare quel tratto malthusiano del capitalismo italiano, incline a favorire un processo di accumulazione basato sulla rendita e sulla conseguente restrizione della base produttiva. In questo quadro, la Cgil definiva la propria linea di alternativa strategica in termini produttivistici.

La matrice keynesiana del piano del lavoro riassumeva, quindi, una tensione dialettica nell’orientamento culturale della Cgil. Se da un lato, infatti, assumeva tratti di subalternità con le teorie marginaliste, evidenti nella lettura statica della strategia capitalistica e dall’identificazione del monopolio come meccanismo generale dello sviluppo e non come “forma” del mercato, dall’altro lo schema della centralità della domanda aggregata nella crescita della base occupazionale, servì a riconoscere il carattere classista, e quindi politico, delle misure deflattive del governo Einaudi. Tratti di subalternità culturale alle linee teoriche neo-classiche e ricerca di un’autonomia, di un proprio punto di vista, che desse forma ad una strategia politica generale, contengono i limiti e insieme le prospettive che il Piano del Lavoro consegnava alle lotte future del movimento operaio. La richiesta di interventi massicci nel campo delle bonifiche, dell’edilizia popolare e della riconversione produttiva della grande industria muoveva dalla convinzione che l’alternativa alla stagnazione guidata dal grande capitale, poteva essere sconfitta solo da una ripresa complessiva degli investimenti produttivi e della spesa pubblica. Le organizzazioni della classe operaia si assumevano il compito di guidare il paese in una nuova fase dello suo sviluppo economico, che avrebbe allargato la base produttiva, assorbendo l’esercito industriale di riserva, e consegnato l’Italia ad uno scenario di piena occupazione. L’alleanza strategica tra le forze più dinamiche del capitalismo italiano e la classe operaia contro il monopolio e la rendita divenne il cuore della politica del Piano del Lavoro.

A partire dal tema dell’unificazione del mondo del lavoro è possibile scorgere linee di continuità tra il Piano del Lavoro e la Carta dei diritti universali. La ricomposizione di una base unitaria del lavoro dentro una cornice giuridica universalistica rappresenta il nodo centrale della campagna della Cgil per il Nuovo Statuto dei lavoratori. In un quadro caratterizzato dalla morsa delle politiche neo-liberiste, che in un regime di cambi fissi scarica sul lavoro i costi derivanti dalle politiche di aggiustamento fiscale, l’iniziativa della Cgil assume la necessità di ricomporre nuove forme di solidarietà, ponendo al centro la persona del lavoratore. In questa prospettiva, l’intento è quello di configurare una nuova civiltà democratica che come ricorda Bruno Trentin, nel saggio Lavoro e Libertà nell’Italia che cambia, “..Riconosca nella persona e non più nel salario la variabile indipendente dell’azione sindacale, nelle sue condizioni di lavoro, nella sua sicurezza e nella sua libertà, la sua volontà di realizzarsi nel proprio lavoro”. L’orientamento culturale della Carta dei diritti si muove nel riconoscimento del carattere differenziato del lavoro, nel superamento della sua dimensione standardizzata e stabile e nella garanzia giuridica del suo carattere di autonomia e di riconoscimento individuale. In questo quadro, la Cgil supera di fatto l’impostazione classica della centralità del lavoro dipendente per ricomprendere nella sua azione politica la natura pluralistica del mercato del lavoro.

Diversamente dal Piano del lavoro l’obiettivo dell’unificazione sembra tuttavia mosso da una reazione alle politiche di smantellamento delle tutele giuridiche, che ha avuto la sua punta nella riforma del Governo in carica, nota come Jobs Act, piuttosto che da una progettualità generale che riconosca nella libertà del lavoro uno strumento di mutamento della struttura generale della nostra società. Se il piano si richiamava ad una nuova centralità del lavoro, declinata in una chiave produttivistica in opposizione al capitalismo malthusiano dei monopoli, la Carta dei Diritti si pone come un tentativo di unire le differenze senza però individuare una convergenza di obiettivi generali a cui tendere. La riforma democratica delle strutture di fondo del modello capitalistico a cui alludeva Trentin, non sembrano trovare spazio nell’azione politica del sindacato, rischiando di vanificare lo sforzo unitario in una cornice prevalentemente difensiva.

In questo quadro è utile osservare che dal dopoguerra ad oggi, la politica della Cgil si è mossa all’interno di due opzioni strategiche distinte, che possiamo sintetizzare nella ricerca, da un lato, di un campo di azione generale che sposti il conflitto dai contesti di lavoro alla società e, dall’altro, nel ritorno alla centralità della “fabbrica” e alla conflittualità aziendale. La polarizzazione tra queste prospettive non si è mai configurata in maniera netta, assumendo una gradazione diversa a seconda del rapporto con il sistema politico,  della prevalenza di precisi orientamenti culturali e ideologici, dell’andamento del ciclo economico, dal livello di consenso al suo interno e infine dal livello di conflittualità sociale. La forza con cui il sindacato assume una prospettiva politica, preferendola ad un’altra, dipende dalla compenetrazione di questi fattori, in cui il grado di compattezza interna all’organizzazione diventa decisiva. In tal senso, l’unità della classe operaia forgiata dalle mobilitazioni, che avevano accompagnato il paese nella lotta di liberazione, permisero alla Cgil di formulare con il Piano del lavoro una proposta che anteponeva la lotta alla disoccupazione alle questioni strettamente legate alle condizioni del lavoro nella fabbrica. Le mobilitazioni che accompagnarono il Piano del lavoro, seppur con andamenti altalenanti lungo il quinquennio ‘47 – ’52, stavano a testimoniare la presa di coscienza delle organizzazioni sindacali e della classe operaia rispetto agli obiettivi generali che si andavano configurando. A posteriori, la decisione di appiattire la strategia della rivendicazione sindacale sul piano della politica economica e delle riforme risultò  l’elemento che indebolì le stesse possibilità di vittoria del Piano del Lavoro.  Come sottolineò Vittorio Foa, durante la Conferenza sul Piano organizzata a Modena nel 1975: “..La lotta è caduta perché non è entrata dentro il rapporto di produzione, non ha investito il padrone collettivo, cioè il capitale, a partire dalle fabbriche ad occupazione stabile”. La tensione dialettica tra il nodo della rappresentanza degli interessi di classe, interni alla sfera aziendale, e la scelta di spostare lo scontro nel cuore dei rapporti sociali riemerge con tonalità differenti nella proposta della Carta dei Diritti Universali. Come accadde per il Piano del Lavoro, anche il Nuovo Statuto segna uno spostamento del piano della rivendicazione dal terreno sindacale a quello politico-generale. Tuttavia, la scelta della Cgil si muove in un quadro mutato,  segnato dalla frammentazione del lavoro, da un basso livello di mobilitazione sociale e  da un sentimento generale di sfiducia verso i corpi intermedi.

Il Piano del Lavoro percepiva la disoccupazione come male civile, ancor prima che sociale. Nella proposta di Di Vittorio, il lavoro era un fattore essenziale non solo dal punto di vista economico. L’identità occupazionale diventava prerequisito essenziale per partecipare in maniera piena alla vita democratica del paese. Implicitamente, la proposta della Cgil subordinava la capacità di partecipazione politica a quella produttiva. In questo, peccava forse di eccessivo lavorismo, tralasciando il potenziamento del welfare a favore dell’espansione della base industriale del paese. Ma lo faceva in un contesto nazionale ed internazionale caratterizzato dalla prospettiva di un espansione consistente della classe operaia, in cui la mobilitazione bellica aveva dimostrato come il pieno impiego non fosse solo un miraggio macroeconomico, ma un ideale concreto. La Carta dei Diritti Universali del Lavoro interviene, al contrario, in un contesto caratterizzato dal netto superamento della rigida impostazione fordista, in cui l’implosione del mercato del lavoro ha frammentato in mille rivoli l’identità del lavoro salariato. In questo scenario, la scelta del sindacato appare spinta più dalla ricerca di una base di consenso trasversale al lavoro dipendente, che da un tentativo di avanzare un progetto di riforma del paese. L’estensione dei diritti dei lavoratori, indipendentemente dalla condizione contrattuale, assume, quindi, il ruolo di ricostruire un quadro normativo funzionale alla ricomposizione sociale del lavoro. In quest’ottica la scelta della Carta dei diritti Universali si pone come un processo ri-costituente, che non guarda ad una prospettiva di riforma democratica del modello economico e produttivo, ma si limita a ri-definire un  perimetro costituzionale del lavoro. Se il Piano del Lavoro fallì perché non seppe unire le esigenze dei disoccupati e degli occupati in una strategia unitaria, scegliendo come priorità la lotta alla disoccupazione, la Carta dei diritti si pone su un sentiero meno “rischioso” e più difensivo,  anteponendo la ricerca di una legittimazione interna ad un progetto di mutamento del quadro politico ed economico del paese.


Simone Fana è laureato in Sociologia, indirizzo Ricerca Sociale, all’Università di Scienze Politiche di Perugia. Si occupa di analisi e consulenza nell’ambito dei servizi al lavoro e della formazione professionale.

Niccolò Serri è dottorando in Storia del lavoro e dei movimenti sociali presso l’Università di Cambridge, Magdalene College, con uno studio sulle relazioni industriali italiane nel secondo dopoguerra. Ha collaborato con la Fondazione Basso, la rassegna di studi internazionali Aspenia e il ministero degli Affari Esteri italiano.


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