Piccola incursione a Cannes 69

– Camilla Panichi –

courgette

La palma d’oro della sessantanovesima edizione del festival di Cannes è stata assegnata a Ken Loach con il film I, Daniel Blake. Il Grand prix è andato invece al giovane poliedrico canadese Xavier Dolan con Juste la fin du monde.
Ma il Festival non è solo la selezione ufficiale. Accanto alla sorella maggiore, concorre una selezione parallela e indipendente, la Quinzaine des réalisateurs, che esiste dal 1969 e che, per ragioni politiche e sociali determinate dalle contestazioni studentesche dell’anno precedente, si propone come un contro-festival, accessibile a tutti. Quest’anno la Quinzaine ha premiato L’effet aquatique di Solveig Anspach, ma tra i molti film interessanti in concorso (La pazza gioia di Virzì, Poesia sin fin di Alejandro Jodorowsky, Two lovers and a bear di Kim Ngujen, Divines di Houda Benyamina, per citarne alcuni), ce n’è uno che mi ha colpita per originalità, inventiva, intelligenza e bellezza assoluta. Parlo del film di animazione Ma vie de courgette, adattamento del libro di Gill Paris Autobiographie d’une courgette, che narra la storia di un bambino di nove anni, Courgette – in realtà Icare – che, abbandonato precocemente dal padre, vive in una soffitta al seguito della madre alcolizzata. A causa di un incidente domestico Icare-Courgette diviene orfano e si ritroverà a vivere in un foyer, una casa di accoglienza per minori. Il film ha avuto una gestazione di sette anni ed è stato realizzato da Claude Barras, con pupazzi animati dalla tecnica stop-motion. La sceneggiatura è di Céline Sciamma, sensibile ed esperta narratrice di quell’età difficile e affascinante che è la pre-pubertà e l’adolescenza, come ha dimostrato con il suo film d’esordio Tomboy, e successivamente con Bande de filles.

L’universo di Courgette è quello di un bambino che si è trovato solo al mondo; ed è con questo sentimento di solitudine e abbandono che si lascerà accogliere nel foyer, inizialmente silenzioso e poco incline al dialogo, chiuso nel proprio dolore e nella convinzione di essere l’unico ad aver vissuto un’esperienza simile e perciò incomunicabile. Ma è grazie all’incontro-scontro quotidiano con Simon, Ahmed, Jujube, Alice e Béatrice, altri bambini del foyer, che Courgette capisce di non essere completamente solo, che ciascuno dei suoi compagni ha una specifica solitudine e che le solitudini possono essere condivise. Con il solidificarsi di questa progressiva consapevolezza e con l’arrivo di Camille, Courgette ritroverà fiducia, aprendosi alla vita e alla scoperta dell’io attraverso l’incontro con gli altri. Tuttavia questo non sempre è pacifico; spesso è filtrato dalla crudeltà tipica dei bambini, dallo scherno infantile e sottilmente giocoso, ma anche dalla complicità e solidarietà, perché in fondo ognuno di loro ha un passato terribile da cui ne è uscito vivo e un presente tutto da ricostruire.
Durante il corso del film, che ha la durata perfetta di un’ora e cinque minuti, si assiste ad una progressiva ricostruzione di ciascun individuo e della propria sfera emotiva che non avviene attraverso il dialogo, ma attraverso il medium dello sguardo, sul quale si gioca gran parte dell’estetica del film. Questa precisa scelta ha fatto sì che gli occhi, e non il linguaggio, divenissero il principale mezzo di comunicazione di un mondo ancora non adulto e che al linguaggio relega altre sfere, ma non quella dei sentimenti. L’importanza dello sguardo è anche e soprattutto denuncia di un mondo precoce che molto rapidamente e in modo violento viene esposto alla vista dell’orrore – che nel caso dei bambini del foyer è un orrore quotidiano, domestico, che si ripete ogni giorno: genitori tossico-dipendenti, alcolizzati, genitori violenti, padri pedofili, padri che uccidono madri e poi si suicidano davanti ai propri figli, come nel caso di Camille.

Lo sguardo trattiene tutto, imprime le immagini definitivamente lasciando tracce profonde, spaccature, traumi che in ogni identità trovano manifestazioni diverse: Alice, vittima di violenze sessuali, risponde a situazioni di conflitto con lo sbattere nervosamente il cucchiaio su un bicchiere; Simon reagisce con un’arroganza che cela un desiderio di attenzione, Courgette reagisce col silenzio, lasciando che siano gli occhi a parlare per lui. Lo sguardo assorbe e denuncia, e questa concezione è talmente radicata nella poetica del film che a un certo punto il regista farà dire a Courgette, a proposito di Camille: “Si vede dai suoi occhi che ha visto tutto”. Alla fine della proiezione il regista ha inoltre dato una spiegazione stilistica e tecnica del perché dello sguardo, dicendo che gli occhi, per lui, sono lo specchio delle emozioni e che queste dovevano necessariamente essere registrate e rinviate allo spettatore tali e quali a come ogni personaggio le aveva vissute. Perché ciò fosse possibile i modellatori dei pupazzi hanno dovuto ingrandire le teste e fare occhi più grandi. E vi posso assicurare che l’effetto è del tutto riuscito.

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Queste tre immagini sono emblematiche di una progressione dello sguardo (dalla tristezza, allo stupore, alla serenità) che è progressione di un movimento interiore che non si comunica direttamente, ma che si fa sempre più evidente e che accompagna, al tempo stesso, il percorso di scoperta dell’io del protagonista e di crescita. Courgette apprende di nuovo cosa vuol dire la serenità e il sorriso, e non c’è mai un momento in cui lo dica esplicitamente, basta uno sguardo.
Nonostante la durezza della vita alla quale ogni personaggio è confrontato con la propria storia, il mondo del foyer, il mondo dei bambini, è un mondo a colori. La scelta stilistica di creare un contrasto fortissimo tra il grigiore delle prime scene e l’esplosione dei colori in seguito all’arrivo di Courgette al foyer, non poteva del resto che essere realizzato nella specifica forma di un film d’animazione. Non ci sono patine, non c’è alcun invito allo spettatore alla commozione, in alcun momento si ha l’impressione di essere davanti a un prodotto finto, distante da noi. Al contrario, il film è magistralmente equilibrato tra riflessione, zone cupe, momenti ilari e catartici, grazie anche a una colonna sonora che si riduce a tre canzoni, l’ultima delle quali è una bellissima cover dei Noir Desir, Le vent nous portera, di Sophie Hunger che chiude il film.
Più volte durante la proiezione mi sono chiesta se questa storia avrebbe potuto essere raccontata diversamente, con attori in carne e ossa. Forse sì, ma ho come la percezione che qualcosa ne sarebbe andato perso.
Lungi dall’essere un film facile, Ma vie de courgette è un film che parla della morte, della solitudine, dell’abbandono e, nonostante tutto, dell’apertura alla vita. E lo fa scegliendo il punto di vista dei bambini, il loro particolare sguardo sul mondo, riuscendo però a parlare alla vita di tutti.


Camilla Panichi (1986), redattore di 404: file not found, è laureata in lettere. Dopo vari lavori precari è sbarcata a Marsiglia, dove lavora e cerca di diventare insegnante (non precario). I suoi principali interessi sono la letteratura contemporanea, il mare, la cucina e il cinema. Non necessariamente in questo ordine.

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