Saul before Saul. Quando l’estro non coincide con la legge

– Arianna Lodeserto –

foto 1

La struttura di qualunque successo è in sostanza la struttura del gioco d’azzardo.
Il modo più radicale per far piazza pulita delle proprie inibizioni
e sensi d’inferiorità è stato sempre quello di liberarsi del proprio nome.

W. Benjamin, La via al successo in tredici tesi

La gente dice sempre la stessa cosa su di me:
Bernard non hai un centro.
Mi dicono: va benissimo a vent’anni non avere un centro.
Ma adesso ne hai 45, devi trovare un centro.
Beh, 10 anni fa avevo trovato un centro.
(Aveva denti bianchi e aguzzi, odiava la gente)
Lasciamo pure che abbiano un centro
quelli che sono in grado di controllarlo.
Io continuo ad appoggiarmi sui miei lati.

Feiffer

Come in un ogni buon canovaccio tragicomico, la vita è l’arte dello sciogliere i nodi della sfortuna con la volontà e l’ingegno. Del sopravviversi, tra desideri e impedimenti.
Anche in questa seconda stagione di Better Call Saul (Vince Gilligan e Peter Gould, 2016), nei protagonisti vi è già qualcosa che avremmo ritrovato nell’antieroe di Breaking Bad: l’arte di tessere trame e di dirigere le proprie azioni con astuzia, che nel Saul Goodman del futuro sarà al servizio d’altri (ed è già azzeccagarbugli). Ma a reggere il tutto non è qui il supposto “alibi” della famiglia da sostenere (ché la famiglia, prima d’essere in pericolo, è già un pericolo a prescindere, al punto che è il fratello pasticcione a proteggere il fratello tutto d’un pezzo, ma ipersensibile al mondo moderno). C’è, sì, una donna-compagna (una self made woman oseremmo dire, bella ma non angelica, senza esubero di sorrisi), quel partner “a modo suo” che lentamente concede un’amicizia-amore-complicità che però non è matrimonio, non è fidanzamento, non è niente di definito.
James “Jimmy” McGill è solo il secondo miglior avvocato della zona, niente Ivy League, niente giovane carriera da associato in trepidante attesa di un nome sulla porta. Laureato per corrispondenza, Jimmy è un imbroglione in attesa di molti nomi. Il suo estro, il suo “lato artistico”, non può rientrare nelle maglie strette dell’ordine degli avvocati, né coincidere col loro abito monocromatico, da abbinare a fiammante macchina grigia. Non è a suo agio dietro le tapparelle intoccabili degli uffici arredati ad arte, inseguito da associate stakanoviste, e dorme male negli appartamenti aziendali dal design tanto vuoto quanto identitario. I resort con piscina son pretesto per altri imbrogli, e al posto di una villetta con staccionata, Saul sceglie di nuovo un ufficio scomodo nel retro di un salone di bellezza vietnamita.

foto 2

Prestigiatore di quella stessa Legge americana che difficilmente lo accoglie tra i suoi rappresentanti, Jimmy ne fa spettacolo e magia, e con precisione di falsario affabula, deforma, convince, sposta civici aziendali a suo piacere, fabbrica evidenze dove la legge ne chiede.
Ingegnoso ma lontano dalla “pura cattiveria” del mitico Walter White, inneggiata ancora oggi da fan di ogni età, Jimmy conclude anche questa stagione con un’azione “buona” e controproducente, facendosi estorcere la confessione del reato (perché la Legge può anche ben nascondersi sotto i pannelli termo riflettenti di un malato immaginario, space blanket che accoglie il prodigio tecnico quando il fine è congruo…).
Pur essendo, allo stesso modo di Heisenberg, una monade imprevedibile nelle periferie assolate del New Mexico, Jimmy non è un self revenge man. Le sue trasgressioni del mitico focolare statunitense non sono animate da propositi di super-ego e vendetta, nemmeno nei confronti del rancoroso fratello. Nessun brevetto di genialità gli fu sottratto sotto il naso, nessuna grave malattia o brutto scherzo della vita lo hanno portato a una trasformazione inammissibile e radicale.
Giocatore d’azzardo dotato di una certa etica personale (quasi quanto l’incredibile Mike), Jimmy ha scelto di essere così, di “districarsi” così. Come quel mimo teso e imprigionato al sole, statua della libertà sbiadita sfondo di una delle migliori title cards della serie, Jimmy è il carattere al di là, o meglio al di qua dell’ovvio destino. Quel destino che di fatto, spin-off oblige, è davvero già scritto, ma c’è sempre tempo per imporre il proprio estro in numerose scelte, facendosi licenziare da un perfetto impiego, e infine confessando la truffa più ardita.
Individualista ma amico, imprenditore e assieme sabotatore di sé stesso, anche dal basso della sua solitudine costitutiva, Jimmy crede ancora nelle relazioni, quelle relazioni sulle quali avrà puntato sempre troppo o troppo poco, e che continuamente lo riportano dal lato sbagliato della fortuna e del giusto, ogni volta mettendo in disequilibrio la vuota bilancia della Legge (quella bilancia asimmetrica logo e simbolo della serie, icona di una giustizia sempre potenzialmente flessibile e sempre tendenzialmente parziale, mai in stato di quiete).

foto 3

Se pure questa serie, ereditando il fascino tardivo di Breaking Bad, è forse già troppo cult per essere amabile, ci aiuta a capire dove vanno i miti, e a cosa aspirano. E di certo non possiamo sottrarci dall’apprezzare a viva voce una sceneggiatura che si sofferma sul popoloso viaggio di chi a 30 – e qui di fatto anche a 40 o più esattamente a 45 anni-, “has not found the place for them”, soprattutto se proviene dal giovanilistico Paese in cui “It’s all about the 17-year-old basketball star… And the rest of us are 30 and are like, I don’t know what I do yet!” (afferma Odenkirk su “Vulture”, lui che di gavetta ne ha fatta per 20 anni prima di arrivare in un posto chiamato TV di massa, fosse pure via cavo).

È probabile che, nelle prossime stagioni, Jimmy cercherà ancora quel posto tutto per sé, quel nuovo nascondiglio fatto a sua (diabolica) misura, inevitabilmente abbinato al nuovo nome necessario ad esercitare una nuova professione, o meglio una nuova deviazione della professione… Sarà stato questo suo ultimo auto-sabotaggio ad accelerare la corsa di quel “divenire Saul” di Jimmy McGill che la serie si propone di esplorare?
Dubitiamo che Jimmy sarà mai un essere felice, svincolato dall’ingranaggio dei miraggi e dei destini che covano nel deserto americano, ma è fuor di dubbio che egli proverà ancora l’ebrezza del “potersi rendere doppio, onnipresente in questa città della chance, in queste arterie della fortuna…”, fino a “poter spiare da dieci angoli in una volta il suo approssimarsi”.


Arianna Lodeserto è post-dottoranda in Teoria delle immagini e archeologia dei media; s’interessa di architetture cosmiche e di terzo paesaggio, di montaggi per la vista e per l’udito, di periferie elettriche e di archivi in movimento. Di posti dove “non c’è nulla da vedere” ne scrive su un blog malfamato, dal comodo acronimo GBAPB. Di fatti e di finzioni, di libri o di prese visioni ne scrive altrove, quando la penna vuole. Le arcaiche passioni al bromuro d’argento le ha stipate qui, sempre in forma di serie.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...