Una volta jugoslavi. Lo sport dall’unione alla guerra

– Milena Pavlovic –

Gruppo di giovani ragazzi nel volteggio equestre a Čačak, G. Milikić, 1939
Gruppo di giovani ragazzi nel volteggio equestre a Čačak, G. Milikić, 1939

Ko je Soko – Taj je Jugosloven (Chi è un Sokol è uno Jugoslavo) è un’esposizione temporanea che il Museo della storia della Jugoslavia di Belgrado accoglie fino al 29 maggio 2016. Ko je Soko propone di esplorare una storia poco conosciuta, ancora presente nelle memorie familiari, raccontando, in maniera accurata, un periodo della storia della Jugoslavia non ancora socialista.
I Sokoli (falchi) erano i ginnasti e le ginnaste (Sokolice) che, riuniti in associazioni sportive e culturali, miravano a promuovere e a esaltare l’identità nazionale jugoslava. L’associazione nasce a Praga nel 1862, diventando, sin da subito, vettore di un’idea di panslavismo politico, sociale e culturale. Infatti, l’anno successivo è fondata in Slovenia per espandersi, progressivamente, in Croazia e infine in Serbia. Secondo la curatrice dell’esposizione, Veselinka Kastratević, il movimento dei Sokoli è stato una forma di resistenza – sportiva – ai tentativi di germanizzazione dei popoli slavi da parte dell’impero austro-ungarico. Nel 1914 a Zagreb (Croazia) si firma il trattato dell’associazione dei Sokoli di tutti i paesi jugoslavi, ma lo scoppio della prima guerra mondiale impedisce la prosecuzione delle attività sportive dell’associazione. Nel 1919, le associazioni sono unificate a Novi Sad (Serbia) e l’anno successivo, a Maribor (Slovenia), l’insieme delle associazioni prende il nome di Unione dei Sokoli di Jugoslavia (JSS).
Divisi solo secondo le età, i Sokoli e le Sokolice si chiamavano, tra loro, fratelli e sorelle. Nessuna distinzione riguardo al sesso, la professione, l’appartenenza religiosa o nazionale: questa gioventù, nel pieno della forza fisica e mentale, rappresentava la Jugoslavia unita.
Scoprire il mondo dei Sokoli è stato come illuminare meglio un territorio che ha generato grandi atleti e reso lo sport importante quanto pane e sigarette. L’associazione dei Sokoli, infatti, è all’origine di un investimento politico importante sullo sport in Jugoslavia; è ciò che permette l’apertura massiccia di centri sportivi, palestre e scuole di ginnastica in Slovenia, Croazia e Serbia. Nel nome dell’associazione sono aperte biblioteche pubbliche, sono promosse serate di canto e ballo, sono creati gruppi di dibattito sportivo, sociale e politico.

Così, dalla dimensione privata lo sport si sposta, facendosi portavoce dell’idea di Jugoslavia, nello spazio pubblico. Ma è soprattutto lo Slet (spettacolo di ginnastica di massa) a permettere la glorificazione dello Stato e a promuoverne l’ideologia. Le performances pubbliche, infatti, erano sempre accompagnate dall’inno del panslavismo Hej Sloveni (Ehi Slavi), quello che successivamente diventerà l’inno ufficiale della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.

Sokolice nello stadio di fronte al padiglione musicale, M. Jurišić, 1930
Sokolice nello stadio di fronte al padiglione musicale, M. Jurišić, 1930

Nel 1929 la monarchia jugoslava nazionalizza l’associazione, riservandole un posto speciale nella politica nazionale. In questa prospettiva, nel 1930, nasce lo stadio di Palilula a Belgrado, in grado di accogliere 3000 ginnasti e 42 000 spettatori.
I Sokoli gettano le basi per il fondamento ideologico della nazione jugoslava. Negli anni in cui le ideologie totalitarie stritolano lo spazio balcanico, i Sokoli sono perseguitati per le loro posizioni pro-jugoslave e per la lotta contro il nazismo. Nel ’41 cessano le attività sportive e molti di loro diventano membri attivi della resistenza partigiana jugoslava. Attraverso lo sport, lo spirito di fratellanza e unità jugoslava – anche se non ancora in chiave socialista – precede la nascita della federazione e diventa il propulsore per l’affermazione della nuova fase storica della Jugoslavia.
Durante la Jugoslavia socialista l’associazione è di nuovo attiva e lo Slet principale diventa il Dan Mladosti, il 25 maggio, giorno della gioventù e del compleanno di Tito.

Staffetta da Šentilj a Maribor (Slovenia), 1960
Staffetta da Šentilj a Maribor (Slovenia), 1960

Dal 1945 al 1980, ogni anno, una staffetta corre per tutto il paese, passando di mano in mano fino a raggiungere Tito a cui viene offerta in dono, a Belgrado, nello stadio dell’esercito popolare jugoslavo, in una cerimonia a cui assistono centinaia di persone.
Tito, nel tentativo di distanziarsi sempre di più da Stalin, comincia a criticare il culto della propria personalità nella RFSY e ribattezza la Štafeta fatta in suo onore, “Staffetta della gioventù”. Il 25 maggio del 1956, una volta ricevuta la staffetta, dichiara: “anche se questo è celebrato come il giorno del mio compleanno, credo che bisognerebbe chiamarlo diversamente: il Giorno della Gioventù, il giorno dello sport, il giorno della giovane generazione e del suo futuro sviluppo spirituale e fisico, e noi altri, più anziani, parteciperemo ugualmente a questa giornata”.

Alcune staffette esposte nella Casa dei Fiori, Museo di Storia della Jugoslavia, Belgrado
Alcune staffette esposte nella Casa dei Fiori, Museo di Storia della Jugoslavia, Belgrado

Il giorno della staffetta era quello più atteso dai bambini; portare la staffetta al maresciallo Tito era un sogno che molti di loro coltivavano apertamente. Il Dan Mladosti arrivava, ritualmente, una volta l’anno. Ma lo sport non si fermava gli altri 364 giorni.
Basket, pallanuoto, pallavolo, calcio: sono gli sport di squadra in cui la Jugoslavia ha eccelso, dando vita ad alcuni tra gli atleti più rappresentativi dello sport europeo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80. Tra questi, nel mondo del basket, c’è Dražen Petrović. Di origine croata, comincia a giocare all’età di 15 anni. Nel ruolo di guardia tiratrice e, spesso, di playmaker, quella di Petrović è stata una carriera in ascesa che l’ha portato ad essere inserito, unico europeo, nel terzo quintetto NBA nel 1993.

Vlade Divac e Dražen Petrović
Vlade Divac e Dražen Petrović

La strada del Mozart dei canestri, così era chiamato, s’incrocia quasi subito, con quella di un altro sportivo, Vlade Divac, di origine serba, giocatore nel ruolo di centro. Questi due atleti sono particolarmente interessanti non solo come esempio di tecnica di gioco jugoslavo, meno fisico di quello statunitense, ma più creativo; i due diventano amici, sono compagni di stanza, giocano entrambi per la nazionale jugoslava, vincono insieme, festeggiano insieme, fino all’indipendenza della Croazia, nel ’92. Il bellissimo documentario Once Brothers diretto da Michael Tolajian racconta le loro carriere individuali e la loro storia.
Parafrasando Federico Buffa, la nazionale jugoslava di basket era una squadra che era stata pensata per non poter perdere. Nel 1990, in Argentina, gli jugoslavi vincono i mondiali di basket 90-75 contro l’Urss. Solo una rottura potente com’è stata la disgregazione jugoslava poteva interrompere la corsa di una nazionale che voleva vincere tutto. Durante i festeggiamenti del mondiale, infatti, sventola una bandiera croata; un uomo la porta in campo, ed è proprio Divac a strappargliela di mano – in difesa -, come dirà in seguito, della Jugoslavia unita.
Nella rottura individuale tra due amici che si conoscono sportivamente e affettivamente dall’età di 16 anni, possiamo percepire la violenza della fine di un’era.
Da quel mondiale in poi, l’amicizia tra Divac e Petrović s’incrinerà, sino a trasformarsi in pallida cordialità. Mentre nel paese scoppia la guerra, la Croazia dichiara la propria indipendenza: Petrović comincerà a giocare per la neonata nazionale croata, eccellendo, anche se mai più con una squadra pienamente alla sua altezza.
All’inizio degli anni ’90 anche gli stadi diventano la cassa di risonanza di messaggi di contestazione violenta diretti alla federazione e alle altre repubbliche jugoslave.

I palazzetti sportivi, gli stadi, i campi: come sono diventati il trampolino di lancio della politica nazionale e nazionalista? La Jugoslavia costituisce un valido esempio di questo processo. L’antropologo Ivan Čolović si è interessato alla genesi della metamorfosi nazionalista della società jugoslava durante il decennio ’80-’90, ritrovando principalmente nella produzione culturale serba e croata una progressiva trasformazione degli altri in nemici. “Quando il popolo si definisce sul piano etnico”, scrive Čolović, “coloro che appartengono ad altri gruppi etnici diventano facilmente degli avversari e dei nemici”.
Le politiche identitarie delle repubbliche jugoslave hanno giocato un ruolo fondamentale nel rendere l’alterità un problema, spingendo a dimenticare l’intensità drammatica della crisi economica, della morte di Tito e della caduta violenta in un mondo apparentemente riunito dopo la caduta della cortina di ferro. Di conseguenza, le politiche identitarie hanno seminato e orientato la costruzione di nemici collettivi, ancorando nella sabbia dei fantasmi del passato le risposte che si dovevano cercare nel presente.

La guerra non è ancora scoppiata, ma molte sono le guerre latenti che si muovono nel quotidiano di queste società. Lo stadio è un buon esempio del momento in cui possiamo intravedere questa logica e il suo legame stretto con i fatti della guerra. Željko Ražnatović, più noto con il nome di Arkan, è stato uno dei comandanti delle truppe paramilitari serbe responsabili di massacri della popolazione civile durante le guerre jugoslave. Arkan è stato anche il capo ultrà dei Delije, tifoseria della Crvena Zvezda (Stella Rossa): significa “eroi” in serbo, ma è anche un nome di origine turca che, nel passato, designava la cavalleria nell’esercito ottomano.
Il gruppo della tifoseria dei Delije si trasforma in quegli anni in un insieme di eroi militari e nazionali. Lo stadio – e lo sport più generalmente – diventano l’arena che dà voce al conflitto, che lo modula e che fornisce le braccia, le teste e il corpo per militarizzare le azioni sul campo di guerra. L’hooliganismo è usato come corpo ed esperienza di preparazione militare (Čolović 2000): così molti dei Delije entreranno a far parte del gruppo paramilitare serbo guidato da Arkan. Meno noti, forse, sono altri personaggi analoghi ad Arkan, comandanti di truppe paramilitari, protagonisti dello stesso processo di eroizzazione nelle società corrispondenti (Mladen Naletilić Tuta per la Croazia, Ramiz Delalić Ćelo e Mušan Caco Topalović per la Bosnia Erzegovina). Il campo sportivo diventa il luogo in cui si ritrovano, condensati, i significati e i moduli dell’espressione nazionalista. Ugualmente, le tifoserie dei Bad Blue Boys e dei Torcide entreranno nelle unità dell’esercito croato.

Lo stadio, dunque, diventa lo spazio in cui, durante le partite di calcio, sorgono dei conflitti contro gli avversari animati dalla stessa logica “etnica”, quella di un nemico definito e collettivamente riconosciuto come tale: nel momento in cui il processo di disgregazione jugoslava s’infiltra progressivamente nel mondo dello sport, il rapporto tra la guerra e lo stadio di calcio diventa fluido.
Nel 1990, alla fine dell’incontro tra Hajduk e Partizan, qualcuno brucia la bandiera jugoslava. Lo stadio diventa la continuazione della politica (di guerra) con altri mezzi.

Lo stesso anno si gioca l’incontro che diverrà uno dei più noti al mondo: la partita tra Dinamo Zagreb e Crvena Zvezda al Maksimir, cominciata a stento e interrotta a causa dello scontro tra tifoserie avverse. È nota come la partita che segna il momento in cui “la guerra ha avuto inizio”; la partita in cui Zvonimir Boban dà un calcio a un poliziotto bosniaco musulmano in campo e diventa un eroe nazionale per i croati e un nazionalista agguerrito per i serbi. Ma qualche ricercatore, ha giustamente notato che la guerra, in realtà, non comincia in un giorno, e non è cominciata al Maksimir (Djordjević, 2012). Lo stesso anno, infatti, Boban continuerà a giocare nella nazionale di calcio jugoslava, fino al 1991.
Una storia meno conosciuta è quella di Trepča, l’assetto minerario della città di Mitrovica oggi quasi del tutto chiuso a causa della crisi economica e della guerra. Industria di estrazione di piombo, carbone, zinco, argento, Trepča è stata la principale risorsa industriale del Kosovo (70% del PIL della regione) e il primo settore di impiego per gli abitanti della regione: 20 000 minatori, serbi e albanesi, ci lavoravano insieme negli anni del suo apogeo (’70-’80).

KF Trepča, stagione ’77-‘78
KF Trepča, stagione ’77-‘78

Nel 1932, i minatori di Trepča fondano un club e una squadra: il KF Trepča di Mitrovica.
I giocatori del KF Trepča sono soprannominati Rudari, minatori, e fino alla seconda guerra mondiale si allenano e giocano nello stadio di una città vicina a nord di Mitrovica, Zvečan. In seguito è costruito uno stadio nel sud della città, in grado di ospitare 30 000 spettatori e tifosi.
Il club raggiunge la gloria nel ’77, quando sarà promosso nella Lega Jugoslava, fino ad arrivare, nella stagione ’77-’78 in finale di campionato jugoslavo, dove perderà 1-0 contro il Rijeka, squadra croata. Con la guerra, tuttavia, arriva la scissione. I giocatori albanesi lasciano il club per fondarne uno indipendente, nel 1999. Oggi, divisi come la città, ci sono un KF Trepča nel nord serbo e un KF Trepça nel sud albanese. Nello stadio principale della città gioca solo la squadra del sud, mentre i serbi sono tornati ad allenarsi in quello di Zvečan, in attesa della fine della costruzione di un nuovo stadio a nord.
La morte di Tito si trascina con sé un mondo. Insieme alla sua politica finisce un’idea di sport di cui la Jugoslavia si faceva promotrice e in cui regnava da protagonista.

Crvena Zvezda – Dinamo Zagreb, 1980
Crvena Zvezda – Dinamo Zagreb, 1980

All’annuncio della sua morte, durante la partita tra Hajduk Split e Crvena Zvezda, lo stadio si ferma. Gli arbitri e alcuni giocatori cominciano a piangere, qualcuno guarda per terra. Poi i tifosi cominciano a cantare:

Druže Tito, mi ti se kunemo / da sa tvoga puta ne skrenemo
Compagno Tito, noi ti giuriamo, dal tuo cammino non devieremo

Quando Josip Broz Tito muore, il suo corpo attraversa tutta la Jugoslavia, come la staffetta della gioventù, nel giorno del suo compleanno. Accanto alla lunga ferrovia su cui corre, figure silenziose, fiori, bandiere, applausi; storie che restano, che si dimenticano e qualche volta si raccontano ancora.


Milena Pavlovic è dottoranda in antropologia all’Université de Paris 10.  Si occupa di violenza ordinaria, dinamiche di frontiera e pratiche quotidiane degli abitanti della città di Mitrovica, in Kosovo, dove attualmente svolge il suo terrain. Passa il suo tempo a viaggiare, per lavoro e affetti, tra le sue tre case: la Puglia, la Francia e l’ex-Jugoslavia.

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