Solo andata

 24.  Dieci città in dieci anni

– Yuri Perrotti –

Thomas Danton, Voyage, 2015
Thomas Danton, Voyage, 2015

“Qua pare ca o’napulitano nun po’ viaggià; po’ sulo emigrà”
Gaetano, Ricomincio da tre

“… e andrai a confondere la tua faccia con la faccia dell’altra gente e ti sposerai probabilmente in un bordello americano, e avrai i figli da una donna strana e che non parlano l’italiano”
Francesco De Gregori, L’abbigliamento di un fuochista

Il tassista abbassò il volume della radio. Non ci mise molto a capire che a quell’ora del mattino non avevamo tanta voglia di musica da discoteca. Non che ne abbia mai sentito il bisogno, ma alle quattro del mattino ancora meno, e considerando l’inquietudine che avevo nell’animo in quel momento, la voglia era ai minimi storici. Era la notte tra il 13 e il 14 marzo 2006. L’Italia stava uscendo dal quinquennio più profondo dell’era berlusconiana e gli italiani si apprestavano a fare qualcosa a loro sconosciuto: sventolare la bandiera del proprio paese, in occasione della vittoria del titolo mondiale di calcio. Io, da parte mia, mi stavo dirigendo all’aeroporto, dove mi aspettava un aereo che mi avrebbe condotto al Cairo; per la prima volta in vita mia mi allontanavo da casa per più di dieci giorni. I mesi precedenti erano stati contraddistinti da una certa ansia, quella di chi va verso qualcosa di oscuro e ignoto. Oggi, a distanza di dieci anni, posso dire che di quel neolaureato infreddolito e un po’ spaventato non è rimasto quasi niente. O forse è rimasto tutto, ma tutto stravolto, ridisegnato, capovolto. Da allora ho vissuto in nove paesi e dodici città diverse, ed è banale, lo so, ma ognuna di esse mi ha un po’ cambiato, cancellato col bianchetto e poi riscritto in alcune parti, aggiunto, sottratto, centrifugato.

Sul prima ci sarebbe molto da dire e raccontare, ma andrò per sommi capi: nato e cresciuto a Napoli, di famiglie nate e vissute a Napoli da sempre, o almeno da che si ricordi. Unica eccezione il mio trisavolo che visse in Sardegna, a quanto pare. Era un ufficiale dell’esercito borbonico e non si piegò all’arrivo degli italiani, quindi fu esiliato. Non è che abbia preso molto da lui: i neoborbonici come i leghisti non mi sono mai andati a genio. Ma ho tradito la mia famiglia in modi ancora più gravi per un napoletano purosangue: sono diventato tifoso della Juventus, tanto che molti mi danno ancora per scambiato nella clinica.

Su quel taxi affianco a me c’era la mia fidanzata dell’epoca. Visse la mia partenza molto male nelle settimane precedenti, e ancor peggio quella notte. All’aeroporto scoppiò in lacrime e ancora mi sembra di vederla mentre sto passando i controlli e lei non riesce a smettere di singhiozzare. In quel momento mi sembrò assurdo, del resto dovevo stare via appena un mese e mezzo. Considerando che divennero tre e che al mio ritorno già non stavamo più insieme, forse aveva visto più in là di me. Partenza da fidanzato, ritorno da single. Era la prima volta che accadeva, ma non sarebbe stata affatto l’ultima. La stabilità, quella che molti della mia generazione vorrebbero… beh diciamo che non è mai stata la mia priorità.

Ma perché l’Egitto poi? Dopo il Diploma classico mi iscrissi alla facoltà di Studi Islamici dell’Orientale di Napoli, e dovevo migliorare (anzi, imparare) l’arabo. Il Cairo è un posto che fai fatica a credere sia vero, è un luogo che ognuno dovrebbe vedere prima di morire. Venticinque milioni di abitanti registrati, e con le difficoltà di censimento di quelle aree, solo Dio sa quanti vi abitino realmente. Mi dava l’impressione di un incredibile groviglio umano, un girone dantesco del quale non si vedeva mai la fine. Il caldo asfissiante poi ne ha fatto una città notturna: non c’è ora della notte in cui non ci sia traffico e i negozi non siano aperti. Il caos e l’inquinamento regnano sovrani, ma al tramonto, quando cammini sul lungofiume del Nilo, ti sembra davvero di capire perché l’umanità, almeno quella moderna, ha scelto quel luogo per urlare i suoi primi vagiti. Il Cairo mi traumatizzò, ma allo stesso tempo ne rimasi affascinato, così come mi incantarono i tanti luoghi che visitai nel paese, che continuo a considerare il più bello dei tanti che ho visto. Girai molto, vissi e feci esperienze, ma il mio arabo non migliorò granché. Ma nessuna paura, in un futuro prossimo avrei avuto modo di fallire ancora con questa lingua.

Seguì un anno in cui ero sempre a metà strada tra la voglia di sperimentare ancora la vita all’estero e la voglia di restare nel mio mondo di Napoli. Fu anche l’ultimo anno intero vissuto a Napoli, almeno per ora. All’epoca ero alle prese con la mia laurea specialistica, ma una volta terminati gli esami decisi di fare una mezza pazzia: la tesi, che trattava dell’Egitto, sarei andata a scriverla a Dakar. In quel caso l’occasione mi capitò grazie a un amico che stava andando a fare un tirocinio con un’organizzazione che si occupava di migranti. Decisi di provare a inserirmi come volontario e partii per sei mesi. Di Dakar, del Senegal e dell’Africa subsahariana in genere potrei scrivere per ore, ma mi accontenterò di elencare le sensazioni più forti che ho provato: l’angoscia per le condizioni di vita della gente, lo scoperta di una concezione del tempo inconcepibile per un europeo, la raffinatezza della popolazione, la musica come centro assoluto dell’esistenza. Poi piccoli flash, ricordi impressi in maniera indelebile: la luna piena che di notte illuminava come fosse mattina, i baobab al lato del piccolo villaggio di pescatori dove vivevo, la spiaggia oceanica dove passai il 25 dicembre. Quando prendo in mano i libri che usai per la tesi, ancora sento gli odori di quella natura, e sono passati dieci anni. La natura lì è all’ennesima potenza, qualcosa di difficile da capire stando in Europa.

Ormai qualcosa era scattato. Al ritorno non feci in tempo a riabituarmi ad essere di nuovo circondato da bianchi che, appena laureato, salii di nuovo su un aereo. La direzione questa volta era Damasco, alla ricerca di quella lingua araba che doveva fare da punto forte delle mie lauree in Studi Islamici. Di Damasco e della Siria ho difficoltà a dire qualcosa, come spesso succede per le cose che ci riportano alla mente un lutto fresco e terribile. Studiai all’Università, feci il volontario per i rifugiati palestinesi e, contrariamente a quanto si possa credere, bevvi tanto alcol e mi divertii tantissimo. Conobbi una città splendida, ancestrale, la più vecchia del mondo, un popolo tollerante e aperto e un paese magicamente levigato dal tempo. Il centro di Damasco è il luogo perfetto per una fiaba, il centro di Damasco è anzi una fiaba. Forse dovrei dire lo era. Non so bene cosa sia rimasto, evito di leggere le notizie di distruzione che arrivano da anni a proposito di quella città, di Aleppo, di Palmira, di tutti i luoghi che ho visto e che stanno scivolando via dalla memoria dell’umanità per sempre. Forse i miei figli o i miei nipoti potranno rivederla, chissà. Dubito identica a come la vidi, la conobbi e l’amai io, ma magari sarà bella comunque anche quando sarà uscita dall’inferno in cui è precipitata oggi. Dopotutto è riemersa dall’inferno anche Beirut e mi ha fatto innamorare. Ci andai più di una volta; all’epoca tra Damasco e Beirut ci andavi con dei taxi comuni e passavi attraverso la montagna in macchina con perfetti sconosciuti che alla fine del viaggio ti sembrava di conoscere da anni. La mia intenzione era di spendere qualche parola solo per i posti in cui ho abitato, ma per Beirut faccio un’eccezione: è come il Cairo, se alla fine del viaggio non ci sei passato neanche una volta, avrai perso una bella occasione.

Al ritorno da Damasco capii che il rapporto tra costi e benefici di continuare ad andare dietro all’arabo era troppo deficitario. Beirut poi mi aveva dato una voglia incredibile di lavorare in qualcosa che avesse a che fare con le guerre, con i rifugiati soprattutto. Avevo 25 anni, la laurea specialistica era già in cassaforte e decisi di concedermi un ultimo anno da studente. Ai titoli italiani volevo affiancare qualcosa che fosse realmente “internazionale” e mi trovai a scegliere tra Inghilterra e Francia, dubbio che mi si sarebbe riproposto negli anni successivi. In Francia però i master durano due anni, mentre in Inghilterra solo uno. Feci domanda nelle sei migliori facoltà di Relazioni Internazionali del paese e con mio stupore venni preso in tutte e sei. Ne scartai quattro subito e rimasi in ballottaggio tra Londra e York. Andai a Brighton. Questa volta non fu un colpo di testa, semplicemente in una conferenza a Milano mi capitò per caso di parlare con un tizio che aveva lavorato come professore universitario in Inghilterra e che era tornato in Italia per cercare lavoro. Ma come: faceva il professore in Inghilterra e se n’era andato? Da lì a qualche anno avrei capito quella scelta…

Quello di Brighton fu l’anno più bello della mia vita. Fino a questo punto, ovvio. Vivere in una città del genere e stare a due passi da un campus universitario costruito nel verde, conoscere centinaia di persone di ogni angolo della terra, stringere decine di rapporti di amicizia che resistono nel tempo, far festa per giorni consecutivi… in parole povere, sul piano umano, qualcosa di irripetibile. E ho pure studiato. Non so come, ma il tempo l’ho trovato, forse sarà perché per la prima volta ho avuto accesso ad un’università con professori giovani che trovavi alla festa con te il venerdì sera, in un sistema in cui prendi il voto rispetto a come sai argomentare una tua opinione e non rispetto a quanto sei bravo a ripetere ciò che ha detto il professore. Insomma, un sistema che mi ha insegnato a pensare e considerare la realtà per quella che è: una cosa molto complessa. Fu una rivelazione, e non sto facendo il solito attacco all’università italiana, tanto quella si attacca già bene da sola ogni giorno.
Sono nato nel 1983. Lo dico sempre, quelli della mia generazione sono figli di un inganno. Il secondo boom economico, quello degli anni ’80, quello della Milano da bere, del Veneto potenza economica, della spesa pubblica senza freni, del protagonismo nel G7. Nel momento in cui misi piede in una scuola media, l’Italia era già attanagliata da una recessione economica che la stava conducendo verso una crisi sociale senza eguali nella storia del dopoguerra. Il giorno in cui entrai per la prima volta in un’università, l’emigrazione aveva ripreso a essere l’unica soluzione per tantissimi italiani, non solo del Sud. Ma non sono qui a presentarmi come il povero italiano arrabbiato costretto a emigrare. Non ho assolutamente la sfacciataggine di paragonarmi a quelli dalla valigia di cartone che partivano per l’America a cavallo degli ultimi due secoli, o a quelli che si sparsero per l’Europa e soffrirono il razzismo nel secondo dopoguerra. Mi è ben nota la situazione in cui è precipitato il paese, e chi ne è colpevole, ma non ho cominciato ad andar via per costrizione, bensì per scelta. Per il tipo di vita che ho intrapreso, sono portato a pensare che sarei andato via comunque, chi lo sa. Di certo gli eventi mi hanno indirizzato ancora di più: il mio nucleo familiare è ormai lontano da Napoli, mio fratello vive in Brasile, mia madre dopo la pensione se n’è andata alle Canarie, dove non fa mai freddo, mio padre non c’è più da tanto tempo. Dei miei amici, la maggioranza ha lasciato Napoli per motivi di lavoro. Sarà forse anche per questo che non provo rancore, non maledico la terra che non ha saputo trattenermi. In qualche modo vi sono legato, nonostante i problemi. Sento mie entrambe le culture a cui appartengo, quella locale di Napoli e nazionale italiana, senza però colorarle del vanto tribale chiamato “orgoglio”. La mia ragazza è lombarda, la mia squadra di calcio piemontese, la mia migliore amica veneta, la mia casa al mare calabrese, ho amici di ogni parte d’Italia, e quando penso all’Italia ho nostalgia di tanti angoli della penisola. Riguardo Napoli, che volete che vi dica, per me rimane la città più bella che io abbia mai visto.
Al ritorno da Brighton cominciò la ricerca del lavoro, in pochi giorni ebbi due offerte, una da New York e l’altra da Amman. Scelsi Amman. Ma non sono pazzo, né ciecamente terzomondista: avrei scelto cento volte New York, ma lì non mi pagavano mentre ad Amman la Caritas pagava e pure abbastanza bene. New York è rimasta una dei miei più grandi “se”, mentre Amman ha preso la forma di un’incomprensione, un’esperienza anacronistica: il mondo arabo per me era sufficientemente vissuto e avevo voglia d’altro. Poi, a dirla tutta, se prima hai visto Il Cairo, Damasco e Beirut… Amman ti sembra come pane e mortadella dopo aver mangiato lasagne e cannelloni. Però, per quello che volevo fare, Amman era l’ideale: la Giordania non è solo un paese pieno di rifugiati, è praticamente un mosaico di rifugiati. Accoglie da decenni gli sfollati di ogni guerra mediorientale, un’oasi di pace per la più tormentata delle regioni di questo pianeta. Lavorai con i rifugiati iracheni e, non chiedetemi perché, anche con le donne sudamericane detenute nelle carceri giordane per traffico di droga. Fu un anno strano, non il più bello che ricordi (anche a causa di una relazione che si chiuse in maniera tormentata), ma ancora una volta aggiunse qualcosa. E parlo di cose più importanti dello stipendio, che comunque fu una notevole new entry per la mia età. Incontrai la persona con cui divido il mio cammino da quattro anni e capii quello che volevo fare nella vita, anche se di questo parlerò tra un po’. Non male.
Ormai il mio curriculum andava in una certa direzione e non mi fu difficile trovare un nuovo lavoro in tempi brevi, a Belgrado per la precisione, in una ONG che si occupava dei rifugiati della guerra del 1999. Ebbi la possibilità di vivere, conoscere, immergermi in quei paesi che un tempo facevano parte della stessa federazione e che quasi d’improvviso cercarono di distruggersi a vicenda, forse al solo scopo di ricordarci che la pace è un bene che si conquista giorno dopo giorno. Avevo nella mente le immagini di quel conflitto che mi arrivavano attraverso la televisione quando ero solo un bambino; immagini che furono presto affiancate da ricordi molto più belli nati da quella mia permanenza. Ma in quei tre mesi in Serbia successe anche dell’altro. Passavano le settimane e sentivo che tante cose non mi andavano. Avevo lavorato tanto per fare quel lavoro, ma quel lavoro non era come lo immaginavo. Lavorare nelle ONG voleva dire passare la stragrande maggioranza del tempo davanti a un PC e non stare a contatto con le persone. Io sono dipendente dal contatto con le persone, anche se ho alcuni tratti di misantropia. Sì lo so, è complicato. In più, qualche mese prima ero stato fulminato sulla via di Damasco (anzi di Amman). Tra i vari progetti che seguivo con Caritas ebbi l’incarico di insegnare italiano e inglese in scuole sperdute della Giordania. Fu amore a prima vista. Avevo per l’appunto deciso cosa volevo fare nella vita. Far risalire una decisione a un momento specifico è una tentazione letteraria, parliamo sempre di riflessioni lunghe; in ogni caso fu durante una nuotata nelle acque del Montenegro che presi la decisione definitiva: sarei diventato insegnante. Mi ero costruito una carriera con sacrifici e dedizione, e non fu facile abbandonarla. Alcuni uomini hanno un solo scopo, ovvero fare per poi disfare. Perlomeno così diceva Marquez, non a caso il mio scrittore preferito.
Avrei fatto l’insegnante. Per un brevissimo periodo mi venne anche in mente di provare in Italia. L’ultima volta in cui abbia avuto questa idea bislacca. Mi trovai subito intricato in una serie di malfunzionamenti e di assurdità, i crediti da recuperare, i percorsi abilitativi, concorsi senza cadenze certe, graduatorie, precariato a lunghissima scadenza. Su internet cercai informazioni su come funzionava negli altri paesi, quando potevo mi rivolgevo a chi aveva esperienza diretta. I due sistemi che mi interessavano di più erano quello inglese e quello francese, il primo garantiva accesso quasi immediato alla professione e condizioni di lavoro pesanti, molto più pesanti di quelle francesi, dove però l’accesso alla professione era più complicato, dovendo passare da un concorso pubblico. In più l’Inghilterra ha un sistema capillare di scuole all’estero in quasi ogni paese del mondo (anche la Francia, ma meno sviluppato). Scegliere la strada inglese mi prometteva la possibilità di lavorare praticamente in ogni angolo del globo. Per la seconda volta, mi trovai a scegliere tra Francia e Inghilterra, e per la seconda volta scelsi la seconda. Se ci ripenso oggi mi viene da sorridere. Per andare a insegnare in Inghilterra però, dovevo necessariamente passare qualche mese in Francia a migliorare il francese, che avrei insegnato insieme all’italiano.
Andai a Tolosa, perché il Sud è un modo di essere prima che un punto cardinale, e ogni paese ha il suo Sud. Presi per la prima volta contatto con un paese che era destinato ad avere una parte importante nella mia vita. Feci dei corsi di lingua francese e trovai lavoro come impiegato nella Airbus, quella che fa la maggior parte degli aerei su cui voliamo. Una di quelle mega aziende che fanno da struttura portante dell’economia di intere regioni e che l’Italia ha sacrificato per gettarsi nel terziario con gli ottimi risultati che tutti possiamo vedere. Tolosa mi trasmetteva un senso di pace, la tranquillità dal fiume che scorre. Sono figlio del mare e come da tradizione dalle mie parti non ho mai ben fatto caso a fiumi e laghi. Praticamente per me c’era il mare e poi altre cose fatte d’acqua. Ma Il Cairo, Bamako e Tolosa mi hanno fatto rivalutare i fiumi. Ci ho vissuto sei mesi e poi mi diressi a Barcellona. Sì, perché al test di accesso al corso in Inghilterra ero risultato molto bravo in francese (e ovviamente in italiano), quindi mi offrirono un corso di spagnolo allo scopo di insegnare pure quello. Con borsa di studio, si capisce, proprio come in Italia no? Il corso lo si poteva fare in una università inglese, ma io ne trovai uno online e con i soldi della borsa partii per Barcellona. Tre mesi in Catalogna pagate dallo stato inglese. Barcellona fu una sorta di Erasmus ritardato, ci ritrovai (caso unico) vari amici di Napoli, mi sentii a casa dal primo giorno, festeggiai i 30 anni con questa stupenda quanto tardiva fine dell’adolescenza. I due anni successivi hanno cambiato la mia visione delle cose, ma prima credevo che il luogo in cui vivere fosse la cosa più importante, anche più importante delle condizioni di lavoro. Difatti ero convinto che il posto perfetto per vivere fosse Barcellona. Il miglior mix di qualità della vita, clima ideale, buon cibo e vicinanza al mare che abbia mai visto.
Non riesco a trovare un paragone appropriato per descrivere il passaggio da Barcellona a Portsmouth. Non so, da una Ferrari a un monopattino, dall’aragosta alla galletta di riso, dall’oceano allo stagno. L’anno di abilitazione all’insegnamento in Inghilterra è qualcosa che sfugge alla comprensione se non lo si è vissuto. Non proverò neanche a spiegarlo, sarebbe inutile, è uno stress che solo vivendo si può comprendere, qualcosa che puoi fare al massimo per un anno senza che ti costi la sanità mentale. Nonostante questa situazione estrema, mi sono immerso in tutta la poesia del mestiere dell’insegnante, il più bello, oltre che il più importante che io conosca. Finito l’anno di abilitazione trovai lavoro in una scuola di un minuscolo paese all’estrema periferia di Londra, al cui cospetto anche Portsmouth non poteva che sembrarmi una megalopoli. Un anno di esilio, così lo ricordo. A metà anno trovai lavoro per il settembre successivo in una scuola inglese a Bucarest, con uno stipendio mai sognato prima. Ma la concezione inglese dell’educazione, della scuola e dei ritmi di lavoro è qualcosa che non potrà mai appartenermi. Mettere il lavoro al centro dell’esistenza non fa per me, così come uscire da scuola alle otto di sera, mettersi la cravatta, sgobbare anche nei weekend e tutte le cose che comporta lavorare nell’educazione britannica. Andare in Romania sarebbe stata l’ennesima avventura, l’ennesima scommessa, l’ennesima scelta di non stabilità. Ma arriva sempre il momento in cui senti che le cose non devono più andare come prima e scatta qualcosa. E così, per la seconda volta, lasciai andare una strada che mi ero costruito, alla ricerca di qualcosa di diverso, per la seconda volta abbandonai la strada vecchia per la nuova.
Eccomi dunque in Francia. Per la precisione a Marsiglia, per molti la città più simile a Napoli che esista; forse sono qui a lavare le mie colpe di fuggitivo. Preparo il concorso per diventare insegnante qui in Francia. Dopo dieci anni dalla mia prima partenza, per la prima volta sono in un paese senza precisi piani su quando ripartire. Senza neanche l’intenzione di farlo. Il giorno che passerò il concorso per insegnare qui, credo che avrà chiuso un cerchio abbozzato dieci anni fa. Ho trovato sulla mia strada tante cose e quasi nessuna l’avevo immaginata prima che arrivasse. È stato un lungo percorso di crescita professionale ma anche un lungo viaggio dentro me. E tutta questa storia mi ha insegnato a non avere mai troppe certezze su quello che verrà. Per ora sto bene qui in Francia, talvolta penso di restare qui davvero a lungo, altre volte mi informo su come lavorare nelle scuole francesi all’estero. Ho smesso tanto tempo fa di chiedermi dove sia casa mia. Forse resterò qui per sempre, forse tra non molto sarò altrove, ma dove, con precisione, non lo so. Dubito in Italia. Il mio paese per me è un enorme bagaglio di esperienze, sensazioni, modi di pensare e di vivere. Ma se un giorno dovessi avere un figlio non vorrei vivesse le stesse difficoltà, le stesse frustrazioni, gli stessi fallimenti a cui è andata incontro la grande maggioranza delle persone della mia generazione perduta.
Eppure, dopo dieci anni, otto paesi e quattro lingue parlate fluentemente, mi capita ancora di drizzare l’orecchio quando sento qualcuno parlare l’italiano mentre passeggio distrattamente per le strade di un luogo imprecisato.

“Sul carro di stanotte non c’è solo whisky ma anche dieci anni di vita, che è valso la pena vivere.”
Max (alias james Woods) in C’era una volta in America


Yuri Perrotti (1983), Insegnante precario alla rincorsa di stabilità lavorativa e, dopo dieci anni di nomadismo, anche personale. Nella vita precedente, durata fino ai ventotto anni, varie lauree in Studi Islamici e relazioni internazionali e una carriera come Aid Worker.
Ama scrivere di argomenti vari, soprattutto di Napoli, cinema, politica mediorientale e calcio. Le sue passioni principali sono la storia del novecento, la musica, i viaggi, la letteratura e la Juventus.

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