L’autonomia scolastica in Francia. La riforma della scuola

– Fred Cavermed –

Les 400 coups

A settembre 2016 anche in Francia, come in Italia, entrerà in vigore una nuova riforma della scuola. Anche in Francia il governo presenta questa riforma come la modernizzazione della scuola, che permetterà finalmente di dare a tutti la possibilità di studiare nelle migliori condizioni. E anche in Francia la riforma è incentrata sul principio dell’autonomia.

La parola «autonomia» è accattivante, evoca la libertà di pensiero, di fare, di muoversi… allude alla possibilità che si ha di non sottostare ai diktat di una gerarchia, di un’organizzazione, del potere. A ben guardare, però, la realtà delle cose, questa «autonomia» si rivela poco libertaria e mostra invece la sua vera faccia: quella di un peggioramento delle condizioni di insegnamento e di studio, di una diminuzione della spesa pubblica per l’istruzione e di un’evoluzione di quest’ultima verso un modello privato e neoliberale. Gli spazi di autonomia e di libertà, in realtà, diminuiscono.
Questo articolo presenta le grandi linee della riforma della scuola media francese, analizzando in maniera critica il principio dell’autonomia allo scopo non solo di informare su quel che succede Oltralpe, ma anche e soprattutto di fornire delle chiavi di lettura per comprendere la realtà italiana ed europea.

Il discorso del governo

Il ministero della pubblica istruzione francese fa una serie di constatazioni tanto condivisibili quanto appurate da anni, ormai banali. In effetti, la scuola francese è troppo elitista, è una macchina per la riproduzione sociale (che le classi dominanti fanno funzionare per educare adeguatamente i propri discendenti), le disuguaglianze tra i territori (centro e periferie, città e campagna) sono troppo importanti, l’abbandono scolastico troppo elevato, la pedagogia da innovare… Insomma, molti sono i problemi da risolvere che riguardano la questione dell’uguaglianza.
Queste constatazioni servono quindi alla ministra Najat Vallaud-Belkacem a ricordare che urge una riforma e, soprattutto, a legittimare la riforma che il suo governo propone. Secondo la ministra, questa riforma permetterà alla scuola di diventare molto più attrattiva: i professori potranno finalmente dare un senso a quello che insegnano, gli alunni lo coglieranno e potranno così evolvere autonomamente e sviluppare le loro competenze.

L’autonomia, ovvero diminuire le risorse e aumentare la concorrenza

La realtà è meno rosea. La parola chiave della riforma è, si diceva, «autonomia», principio introdotto nel funzionamento degli istituti scolastici. Questo principio si traduce nel fatto che lo Stato centrale sceglie di non gestire più la totalità delle risorse, ma di lasciare il 20% della gestione di queste agli istituti. Concretamente, in un istituto le risorse sono le ore di insegnamento che il Ministero paga per: assicurare le ore di lezione obbligatorie, organizzare delle lezioni in piccoli gruppi per alleggerire le classi, finanziare le opzioni… Di queste risorse, ormai lo Stato non dice più come bisogna investire il 20% di autonomia, ore che si dovrà stanziare al livello dell’istituto, attribuendole ad una materie piuttosto che ad un’altra.
Questo «margine» è in realtà ben poco marginale. La sopravvivenza di molte materie ne dipende. Si tratta per esempio del latino, delle seconde lingue straniere, della possibilità di fare lezione in piccoli gruppi (invece dei 28 alunni a classe). E, inoltre, queste risorse marginali sono previste soltanto per il 2016 e il 2017: niente assicura che resteranno dello stesso montante per il 2018.
Questo nuovo funzionamento di attribuzione ha principalmente due conseguenze. La prima è un aumento della competizione tra le discipline e, quindi, tra i professori: ognuno sarà impegnato a tirare la coperta dalla sua parte, scoprendo gli altri. L’altra conseguenza è legata al fatto che, in fin dei conti, chi ha il potere decisionale è il dirigente scolastico: siccome è lui che decide, siccome il suo potere decisionale è aumentato, è meglio per ogni professore non avercelo contro.
L’autonomia, perché no: ma con dei soldi in più, non in meno. Invece questa autonomia appare non come una gestione più “razionale” ed “efficace” delle risorse, né come una liberazione della scuola dalle imposizioni del burocratismo istituzionale. Ma quello di una nuova organizzazione del lavoro all’interno degli istituti scolastici, che funzionano sempre meno come le cellule locali che animano un servizio pubblico nazionale, ma come piccole società locali, sempre più simili a delle imprese private.

Disparità sociali e territoriali

La concorrenza aumenta quindi non solo all’interno degli istituti, ma anche tra gli istituti. L’autonomia implica il fatto che ogni scuola non sia più l’espressione di un insegnamento comune a tutti i giovani di un paese, ma che ogni scuola abbia un’offerta didattica specifica, che ogni istituto proponga degli insegnamenti specifici.
Perché no, si dirà: i programmi nazionali spalmati su tutto il territorio nazionale e che non tengono conto delle realtà locali non hanno mai funzionato, era ora di avere un po’ di libertà di manovra a livello locale. Peccato, però, che questa libertà di manovra non è la stessa per tutti. Infatti, per le scuole medie che si trovano in città questa libertà è più grande perché, avendo più alunni, hanno anche più risorse e riescono a mantenere in vita tutte quelle materie marginali, e spesso opzionali, la cui sopravvivenza è minacciata per la mancanza di fondi (latino, seconde lingue come l’italiano o il tedesco…); mentre la piccola scuola di campagna, con meno alunni, si vedrà costretta a chiudere alcune opzioni, a rinunciare ad alcune sue specificità. Insomma, diventerà anche una scuola molto meno attrattiva.
Il che implica che la cosiddetta carte scolaire (vd. fine articolo), cioè lo stradario, pesa sempre meno sulle scelte di iscrizione delle famiglie. Cioè, se voglio che mio figlio studi latino e nella scuola media del mio paesino l’opzione non c’è più, mi si dovrà permettere, con una derogazione, di iscriverlo in città, fuori dal settore imposto dallo stradario. E sapendo che, per continuare sull’esempio del latino, sono molto spesso i genitori delle classi medie e superiori che scelgono questa opzione, il risultato è evidentemente di concentrare gli alunni di una stessa classe sociale nella stessa scuola. Senza più uno spettro sociale misto, sarà di conseguenza difficile mantenere lo stesso livello di insegnamento ovunque (e questo è perfettamente coerente con l’autonomia). Insomma, le scuole si divideranno tra scuole di serie A e di serie B, il che equivale in realtà a rinforzare una tendenza già in atto. La scuola sarà sempre più una scuola di classe.

Un passo verso una pedagogia di superficie

Anche da un punto di vista pedagogico questa riforma è inquietante. Tra le misure principali c’è una diminuzione netta e importante delle ore di insegnamento, mentre i nuovi programmi non sono più dettagliati anno per anno, ma suddivisi in cicli. Il Ministero, infatti, si è divertito a suddividere la scuola in “cicli” di tre o quattro anni, creando peraltro della confusione perché un ciclo è a cavallo delle elementari e delle medie: gli ultimi due anni di elementari e il primo di medie sono, per esempio, il ciclo 3, mentre gli ultimi tre anni di medie sono il ciclo 4. Ora, il professore di matematica che deve insegnare nella classe 5 (primo anno del ciclo 4) non ha più un programma dedicato a quel livello, ma un programma per tutto il ciclo (classi 5, 4 e 3). Tocca a lui fare la divisione, di concerto con i suoi colleghi, ma anche adattando la programmazione agli eventuali traslochi degli alunni, alle loro capacità, ai prerequisiti… Una parte del lavoro che prima spettava al Ministero e che forniva una norma comune a tutti ora spetta ai singoli localmente. C’è da scommettere che il programma non sarà più lo stesso tra una scuola di centro e una di periferia.
Un’altra novità importante della riforma riguarda due invenzioni dai nomi seducenti: gli Enseignements pratiques interdisciplinaires (EPI, insegnamenti pratici interdisciplinari) e l’Accompagnement personnalisé (AP, accompagnamento personalizzato). Per entrambi si tratta di dispositivi non da mettere in atto al di là delle ore di lezione, ma all’interno della programmazione abituale. Cioè, se insegno francese per 4 ore a settimana, dovrò dedicare un’ora all’AP. Cosa bisogna fare in questi dispositivi, però, non è chiaro e non viene spiegato neanche nelle apposite formazioni. I contenuti pedagogici sono infatti da decidere localmente: che i professori inventino delle cose.
Se l’accompagnamento personalizzato non è personalizzato perché si fa in gruppi classe abituali, cioè di 27/28 alunni, l’interdisciplinarità degli EPI non ha niente di innovativo. Al contrario, questi dispositivi finiscono piuttosto per creare un quadro estremamente costrittivo (bisogna che tutti gli alunni facciano la stessa cosa nello stesso momento, i professori devono essere tutti d’accordo su tutto ad ogni momento dell’anno…) e si rivelano ininteressanti. Uno degli esempi di EPI con il quale il Ministero si è ridicolizzato maggiormente proponendolo è stato: “Madame Bovary mangiava equilibrato?”, che doveva creare un’interdisciplinarità tra francese e scienze…
In modo più generale, la riforma rinforza una tendenza già in atto nella pedagogia francese ufficiale che denigra l’importanza delle conoscenze e dei saperi nella formazione dell’alunno in favore di competenze utilitaristiche quanto vaghe e più utili su un mercato del lavoro che richiede soprattutto lavoratori non qualificati atti ad eseguire ordini.

Le reazioni, i dibattiti, le lotte

Ovviamente i sindacati francesi degli insegnanti (come il Syndicat National des Enseignements de Second degré – SNES, maggioritario) si battono a spada tratta da ormai un anno per costringere il governo a ritirare questa riforma. La lotta è stata certo seguita dagli insegnanti e, soprattutto, è tenace, ma si rivela in realtà insufficiente: le percentuali degli scioperanti sono importanti ma non fanno paura, i manifestanti tanti ma non abbastanza. Avendo perso già tante battaglie ed essendo delegittimati nell’opinione pubblica, molti professori francesi non sono più disposti a impegnarsi in una nuova lotta. D’altro canto, le sigle sindacali non hanno più presa su una grande parte di lavoratori.
La ministra Belkacem, dal canto suo, fa prova di un atteggiamento altezzoso: non riceve i rappresentanti sindacali, costantemente messi da parte, non apre nessun tavolo e nessuna trattativa. Al di là di questa durezza i presa di posizione, però, la lotta sindacale è riuscita a scalfire la riforma: da un anno a questa parte, il ministero ha fatto dei passi indietro su molti punti della riforma, che è stata in parte snaturata, ma in altra parte è diventata un mostro legislativo ingestibile.
Infine sul territorio tutti, anche quei presidi favorevoli alla riforma, rendendosi bene conto della complessità e della confusione organizzativa che questa implica, si impegnano a metterla in atto nel modo più indolore possibile e cercando di lasciare identico l’esistente il più possibile.

Scuola da vendere

La scuola francese sta quindi subendo delle trasformazioni profonde. In particolare, sta perdendo quel ruolo centrale che lo Stato le ha storicamente attribuito nel forgiare i giovani cittadini in modo uniforme sul territorio nazionale. Il funzionamento della scuola francese somiglia sempre di più a quello del mercato privato, dove ogni individuo e ogni impresa vive in costante competizione con gli altri.
Inoltre, questo processo è promosso dai detentori del potere con delle parole positive, come “autonomia”. In realtà, questa autonomia non è un vettore di emancipazione per chi lavora e per chi cresce nella scuola, ma è un mezzo per riorganizzare il lavoro di insegnanti e alunni, sottomettendoli ad un controllo più pervasivo e particolareggiato, senza però fornire loro i mezzi per lavorare adeguatamente. Si tratta, insomma, di un’autonomia costrittiva che favorisce la trasformazione contemporanea della scuola francese.
Si tratta di trasformazioni che, in buona parte, stiamo vivendo o abbiamo già vissuto anche in Italia. D’altra parte, è l’Europa intera, capitalista e liberale, ad andare nel senso di una privatizzazione dell’educazione. Il capitalismo contemporaneo, fagocitatore di qualsiasi spazio sociale e culturale, non vuole in effetti lasciare niente al di fuori del suo campo di commerciabilità: tutto deve essere vendibile, tutto deve costituire una possibile fonte di arricchimento. Tutto deve essere nel mercato, niente escluso. Neanche i servizi pubblici, proprio quei servizi pubblici considerati, dal Dopoguerra agli anni Ottanta, come la spina dorsale dell’Europa socialdemocratica. I trasporti, l’energia, la sanità sono entrati, negli ultimi decenni, nella spirale del profitto. La scuola e, più in generale, l’ambito dell’educazione non costituivano ancora un bene vendibile e capitalizzabile. E se l’autonomia fosse proprio il cavallo di Troia che serve a trasformare lo statuto dell’educazione, da bene comune a bene privato?


Per saperne di più:

La scuola media in Francia e la riforma
– La riforma della scuola riguarda la scuola media ed entrerà in vigore a settembre 2016.
Questa riforma segue la riforma delle elementari (realizzata un paio di anni fa) e sarà probabilmente seguita dalla riforma del liceo (che però era già stato riformato una decina d’anni fa…).
– In Francia la scuola media (le collège) non dura tre anni, ma quattro. Le classi si contano al contrario : dalla sixième (sesta), che corrisponde al primo anno di medie, alla troisième (ultimo anno di medie), per poi continuare il conto regressivo al liceo. Alla fine delle medie c’è un esame per ottenere la licenza (le brevet).
– Altre particolarità: in Francia si studia obbligatoriamente una seconda lingua straniera (lo spagnolo, l’italiano, il tedesco…) a partire dalla scuola media e gli alunni hanno la scelta tra queste varie lingue; anche il latino è insegnato sin dalle medie, ma è un’opzione.
– La riforma su twitter : #collège2016 e #réformeducollège.

La carte scolaire
Lo stradario è oggetto di numerosi dibattiti in Francia. Serve a suddividere il territorio in “settori” e a dire in quali scuole devono andare gli abitanti di quel settore.
Lo scopo di questo sistema è di tipo organizzativo, ma le implicazioni sociali sono evidenti. Se da una parte c’è chi ritiene che l’obbligo di rispettare la carte scolaire, limitando la scelta della scuola, permette di evitare la concorrenza tra scuole, dall’altra c’è chi afferma che la carte scolaire è un mezzo di segregazione sociale, poiché i quartieri sono raramente abitati da popolazioni di classi sociali diverse.
Quel che è certo è che da anni la carte scolaire è sempre meno rispettata, grazie a delle derogazioni sempre più facili da ottenere. Per esempio, se voglio studiare in un liceo del centro basterà scegliere un’opzione che c’è solo in quel liceo. Questo incentiva la concorrenza tra le scuole e la connotazione sociale di ogni istituto.


Fred Cavermed è uno pseudonimo nato a fine anni 2000. Collabora con Quattrocentoquattro, soprattutto nell’ambito del focus Solo Andata. Il suo laboratorio personale s’intitola Kitzsch Kebab. Passa il suo tempo a capire il mondo e a cercare di cambiarlo. Colui che si serve di questo pseudonimo, è nato a Campobasso nel 1988, ha una formazione letteraria e vive in Francia, dove insegna italiano nelle scuole medie e superiori.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...