Multisegnalazione di uscite editoriali: Mostri sacri, ibridi narrativi e latinoamericani

– Alberto Prunetti –

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Immagine di Jordan Tiberio

Mostri sacri

  • Stephen King, On Writing. Autobiografia di un mestiere, Milano, Frassinelli, 2015, pp. 283, euro 20, traduzione di Giovanni Arduino.
  • James Ellroy, Ellroy Confidential. Scrivere e vivere a Los Angeles, (a cura di Tommaso De Lorenzis), Roma, Minimum fax, 2015, pp. 316, euro 13, traduzione di Mario Maraschi e Linda Martini.

Le interviste di Ellroy raccolte in Ellroy Confidential sono a tratti un po’ ripetitive ma hanno il grande merito, come fotografie che si sovrappongono, di costruire una visione stroboscopica dell’autore e della sua opera, mettendo a nudo la tecnica di scrittura di Ellroy, che è una sorta di laboratorio ossessivo compulsivo dove mille dettagli entrano nel loro posto e si incastrano alla perfezione. La sua scrittura è ordinata, scandita dalle cronologie, distesa su uno spartito già scritto. Ellroy ha un approccio materialista, sembra un’ape operaia che costruisce il suo nido sulla base di una foglio cereo già impostato a livello di pianificazione del plot. Costruisce con la cera della scrittura, ripiena di senso, e poi mura le celle con dialoghi fulminanti che permettono al lettore di saltare da un favo all’altro. Il risultato è un alveare enorme, in cui si intrecciano le vicende di dozzine di personaggi (spesso spregevoli), senza che ci sia un vero e proprio protagonista. È la costruzione dell’impianto, l’architettura dell’arnia, che conta, in quel mondo di api bieche e corrotte.

King lavora in maniera diversa, meno claustrofobica, e ne dà conto nel suo On Writing. Ovviamente anche il suo mettersi a nudo, ferri del mestiere alla mano, apparentemente più “onesto” delle interviste depistanti di Ellroy, va considerato comunque un atto di finzione: troppi ammiccamenti alle sue opere fanno pensare che in fondo, anche in questo manuale di non fiction, il Re stia strizzando l’occhiolino al lettore. Al contrario del costruttore Ellroy, il mago King sembra rivendicare un apparente “illusionismo artistico”. Ma la sua magia non è la creatività ispirata del vate (che non ci interessa affatto) né il materialismo stratigrafico del muratore. Piuttosto, è una sorta di orecchio assoluto che si forma grazie a un ininterrotto lavoro di artigianato di base. Un artigiano che un bel giorno, a forza di ottime opere, si scopre essere il più grande artista della sua epoca. Ma lui non si monta la testa. Macché arte, è solo mestiere, dice: leggete e scrivete, ogni giorno, sempre, in qualsiasi condizione, costi quel che costi. Diventerete come me. Se lo prendessero alla lettera, diminuirebbero gli inediti nel cassetto e si moltiplicherebbero esponenzialmente le librerie.
PS: Oltre a leggere queste opere sulla tecnica di scrittura di Ellroy e King, invito a un esercizio di letteratura comparata. Leggete i due libri di King e di Ellroy sull’assassinio di J.F. Kennedy, poi incrociateli con Libra, la biografia di Lee Oswald scritta da Don De Lillo e infine analizzate l’adattamento della serie televisiva 22.11.63, prodotta dallo stesso King, che viene trasmessa proprio in questi giorni in edizione italiana. È un buon esercizio di interpretazione testuale (oltre a una riflessione sulle teorie del complotto, il maschilismo e la violenza domestica).

Altri riferimenti:
_Don De Lillo, Libra, Torino, Einaudi, pp. 423, euro 13 , traduzione di Massimo Bocchiola;
_Stephen King, 22.11.63, Milano, Sperling & Kapfer, 2011, pp. 767, euro 23,90, traduzione di Wu Ming 1;
_James Ellroy, American Tabloid, Milano, Mondadori, 2010,
_Serie televisiva 22.11.63

UNO, Ibridi, fuori scaffale e altro

  • Simone Pieranni, Settantadue, Roma, Alegre, 2016, pp. 245, euro 16.

Un libro sanguigno, scritto con gli organi emuntori. Coi reni, più che altro. Un esempio superlativo di stroytelling della malattia, che è poi anche un progetto di terapia della narrativa. Senza atmosfere consolatorie. La malattia diventa un punto di vista per mettere a nudo le nocività collettive della nostra società proponendo una dialisi delle passioni tristi della nostra epoca, tra politiche al ribasso e mafie capitali. Un atta d’accusa di un dialitico contro le macchine (retoriche, tecniche e ideologiche) che ci tengono in piedi ma ci disciplinano come corpi docili, tutti quanti. La grande dialisi del presente. Un libro che vi farà a pezzi, in attesa di una macchina che vi rimetterà assieme e vi spedirà al lavoro. Buona lettura.

  • Massimo Vaggi, Gli apostoli del ciabattino, Vedano al Lambro, Paginauno, pp. 185, euro 15.

Vaggi torna sul luogo del delitto ma non scrive un noir, per buona sorte. Scrive un romanzo sul colonialismo italiano e mette i piedi nel fango e nel sangue dei crimini di guerra degli italiani brava gente . Alla faccia del mito dei militi italiani colonialisti fessi, che avrebbero costruito strade in Africa per poi tornarsene in Italia neanche fossero la Caritas: sotto l’emblema dei Savoia, prima e durante il fascismo, in Africa e nei Balcani si è ucciso, decapitato, stuprato. I tricolorati hanno creato campi di concentramento e usato armi chimiche vietate dalle convenzioni internazionali, come l’iprite. Hanno fatto l’isis de noaltri. Vaggi non ci racconta questi orrori ma li lascia trasparire sullo sfondo. In primo piano porta un povero contadino, stolido o troppo sensibile, chissà, Giuseppe, costretto dalla leva e dalla vita a infilarsi in scenari più grossi di lui. Dalla prima alla seconda parte del libro, tra la pianura padana e la terra d’Eritrea sotto occupazione coloniale, Gli apostoli del ciabattino ci fa assistere, con occhi sgranati, allo scenario di una grande rimozione storica, che opere come questa, o come Adua di Igiaba Scego, contribuiscono in parte a illuminare.

  • Brendan Behan, Un irlandese in America, Roma, 66thand2nd, 2016, pp. 165, illustrato da Paul Hogarth, euro 20, traduzione di Riccardo Michelucci.

Da piccolo non sopportavo i dettati, che erano un momento punitivo atroce. Ricordo che avevo un insegnante di educazione fisica magrissimo e strambo, che in genere sopportava con umorismo e qualche blasfemia tutte le nostre impertinenze. A volte però gli girava storto e invece di mandarci a giocare a pallone ci segregava in classe sottoponendoci a feroci sessioni di dettatura disciplinare. Aveva un armadietto della morte da cui estraeva un corposo libro di anatomia e urlando con la voce possente di un cacciatore alla bracca, leggeva le pagine del manuale dedicate alla struttura scheletrica degli umani, scandendo le parole ora con rimandi alla punteggiatura gridati con fare militaresco, ora con atroci bestemmie che risuonavano anche nell’aula accanto, dove una mite suora tentava invano di seminare i germi evangelici nelle dure chiorbe dei figli della classe operaia locale. Cosa c’entra il dettato, col libro di Behan? C’entra eccome, perché il Nostro, un Oscar Wilde proletario con un passato nell’Ira e un presente da cirrosi epatica, per le sue intemperanze alcoliche sta perdendo la vista ed è costretto a scrivere sotto dettatura. Il libro risuona quindi dell’arguzia del parlato di Behan, piena di battute secche e caricaturali. Un reportage sulla Grande Mela vista da un irlandese che ricorda a tratti Luciano Bianciardi, lui stesso grande dettatore di traduzioni, che non a caso fu la voce italiana di Behan.

Latinoamericani

  • Camilla Cattarulla (a cura di), Argentina. 1976-1983. Immaginari italiani, Roma, Nova Delphi, 2016, pp. 132, euro 10.

Libro molto interessante che è la ciliegia sulla torta di una collana, Viento del Sur, che l’editrice Nova Delphi ha dedicato alla saggistica e alla narrativa politica latinoamericana e in particolar modo argentina. Il volume, uscito nel 40esimo anniversario della dittatura di Videla e soci, raccoglie una serie di saggi che esplorano le continuità e i punti di rottura dell’immaginario argentino nella ricezione italiana. Ne emergono, tra luoghi comuni su tango, mate e dittatura militare, esaltanti continuità e terribili (e interessate) rappresentazioni fuorvianti, tra Roma e Buenos Aires. Stupendo al riguardo è il caso dell’Argentina della dittatura vista attraverso le serie televisive italiane, che si spendono (tanto per cambiare) per alimentare cliché assolutori sul mito degli italiani brava gente. Ecco il cardinale che salva (quando il clero condannava e in gran parte assolveva i torturatori); ecco il giornalista italiano che denuncia (quando invece in larga parte la stampa italiana celava le responsabilità dei golpisti), e via di questo passo. Da non perdere.

  • Julio Cortazár e José Muñoz, L’inseguitore, Roma, Sur, 2016, pp. 105, euro 15, illustrato, traduzione di Ilide Carmignani.

Tra le uscite Sur degli ultimi tempi, questo racconto di Cortázar sugli ultimi giorni di Charlie Parker è sicuramente il volume che ho apprezzato di più. Belle le illustrazioni del bravo disegnatore José Muñoz; magistrale la penna di Cortázar che scrive a colpi di be e di bop, infilando l’io narrante nella pelle di un critico di jazz autore di una biografia di Bird. È lui l’inseguitore che tallona Charlie, provando a salvarlo, raccontando le sue stranezze e la crisi dei suoi ultimi giorni. Un racconto lungo che è un vero capolavoro, da ascoltare sul reticolato di note di Lover Man coltivando solo un dubbio: che Julio abbia confuso il ruolo di eroina ed erba nella decadenza di Parker.

  • Juan José Arreola, Bestiario, Roma, Sur, 2016, pp. 60, euro 7, traduzione di Stefano Tedeschi.

Notevole anche il Bestiario di Arreola, opera molto particolare, dettata dall’autore al poeta – allora giovane – José Emilio Pacheco. Sul tema delle opere dettate, l’opera rima in qualche modo con quel che ho scritto sopra parlando di Un irlandese in America. Ma se il registro prevalente di Behan era il comico, quello di Arreola è un bestiario tragico (si veda ad esempio la stratosferica pagina dedicata al boa e al coniglio), che come tutti i bestiari rimanda allegoricamente, con descrizioni morali, al mondo degli umani. E ci conferma una tradizione latinoamericana: i grandi capolavori che arrivano da quel continente sono spesso romanzi brevi o raccolte di microscritture. Un genere che da noi non riesce a sfondare, purtroppo.

[L’altra opera di Sur uscita in questi mesi è Juan Carlos Onetti, Per una tomba senza nome, Roma, Sur, 2016, pp. 116, euro 14, traduzione di Dario Puccini.]


Alberto Prunetti (Piombino, 1973) ha pubblicato Amianto, una storia operaia e PCSP (Piccola Controstoria Popolare), entrambi con Alegre Edizioni. Traduttore e lavoratore culturale freelance, scrive su Letteraria, Giap, Il Lavoro culturale, Il Manifesto, Repubblica Firenze e altre testate.

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