[TraDueMondi] Il testamento di Enrico Mattei

– Marta Musso –

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[Continua Tra Due Mondi, il focus tematico sulla storia economica e sociale italiana, ogni due venerdì su 404. Per chi si fosse perso le precedenti puntate, è possibile recuperarle qui. Segnalazioni e proposte di nuovi articoli sono, come al solito, ben accette.]

Gira molto materiale online, su Facebook e altro, riguardo al fondatore dell’Eni Enrico Mattei. In particolare, siti come tzetze e il blog di Beppe Grillo dedicano molto inchiostro elettronico e meme in ricordo del “petroliere senza petrolio”, “l’uomo più potente d’Italia”, “Un’esemplare espressione del genio italiano”, l’ ”ultimo capitano d’industria” (ma questo lo si dice ogni volta che muore un’industriale della vecchia guarda, da Agnelli a Ferrero a Marcegaglia padre). Si è ventilata addirittura una beatificazione.

In Italia la questione del petrolio balza agli onori della cronaca, per lo più in modo confuso, ignorante e urlato, ogni volta che si parla di guerre in Medio Oriente, di Russia, e di corruzione all’italiana. L’occasione del referendum sulle concessioni petrolifere in mare poteva essere una buona occasione per capire come funzionano l’industria e il mercato petrolifero, ma sia mai che nel dibattito politico in Italia si parli di contenuti. Già solo il fatto che il referendum sia stato ribattezzato “delle trivelle” la dice lunga (a questo proposito, due interessanti articoli sono qui e qui).

Tutti, adesso, amano Enrico Mattei; non solo il lungo corso della storia gli ha dato ragione, ma è uno dei pochi “padri fondatori” dell’Italia Repubblicana ad essere condiviso veramente da tutti, a destra, a sinistra, dal PD, dai 5 Stelle. Chiedersi cosa avrebbe votato Mattei al referendum sembrava un interessante esercizio di fantastoria e fantapolitica. Ma l’Italia del 2016 è talmente distante da quella in cui operava lui, che l’esercizio non avrebbe avuto alcun senso. La persistente dipendenza da gas e petrolio, gli scarsi investimenti statali in materia energetica, l’austerity in generale, i tagli alle regioni, le royalty basse; e, soprattutto, un’Eni privatizzata al 70%, senza nemmeno una golden share piena a partire dal 2012. Molte di queste cose, e sicuramente l’ultima, sarebbero state del tutto inaccettabili per Mattei.

Uno dei suoi pochissimi detrattori pubblici, Indro Montanelli, scrisse alcuni anni dopo la sua morte che era un peccato averne fatto un martire e un personaggio tragico, “tessendo cattivi romanzi gialli” sulla sua morte, perché non ne aveva alcun bisogno. Montanelli aveva ragione, perché il lavoro di Mattei, a partire dall’esplosione del bimotore che lo stava trasportando da Catania a Milano la notte del 27 Ottobre 1962, viene raccontato solo in funzione della sua morte. Questo ha contribuito ad alimentare la figura di mito, di alieno, di eroe inimitabile. Per quanto sicuramente gran lavoratore, intelligente e di forte personalità, Mattei era soprattutto il risultato di una forma mentis nata da una combinazione di fascismo, Resistenza, umili origini e ambizione che caratterizzava molta della generazione salita al potere dopo la seconda guerra mondiale. Di Mattei, adesso, si sa soprattutto che “andava contro le multinazionali”, che era “nemico dei poteri forti”, e che “i poteri occulti” volevano farlo fuori. Nell’anniversario della sua nascita, il 29 Aprile 1906, una ricostruzione storica del suo lavoro come presidente dell’E.N.I. (prima che diventasse Eni1) può aiutare a dare una versione più realistica dei fatti, e a riflettere sulle lezioni che dovremmo trarre dalla strategia di Mattei per lo sviluppo dell’economia italiana.

Enrico Mattei era nato ad Acqualagna, paesino in provincia di Pesaro, figlio di un brigadiere dei carabinieri e nipote di un piccolo imprenditore edile della zona. Non era quindi nato in estrema povertà, mito che egli stesso alimentò fortemente, ma era figlio di una piccola borghesia che non aveva niente, ed era lontanissima da qualunque reale centro di potere. A 15 anni abbandonò gli studi per lavorare come tuttofare nella conceria Fabretti di Matelica, di cui divenne direttore a 20 anni (fatto da ricordare a chiunque parli di MBA come di un corso di studi legittimo). Alla fine degli anni Venti, con un bagaglio di esperienza nel settore della chimica e un po’ di capitale, si spostò a Milano dove fondò un laboratorio di chimica per olii e vernici per concerie. Nel 1931 si iscrisse al Partito Nazionale Fascista, ben prima che diventasse un requisito per essere lasciati in pace. Corre voce che, nel 1935, la sua fabbrica abbia fornito dei materiali per le armi chimiche usate dal regime in Etiopia – anche se il collegamento tra un laboratorio di prodotti per la concia delle pelli in provincia di Milano e l’esercito italiano sembra arduo, soprattutto visto che Mattei non ha avuto nessun ruolo attivo in politica prima di entrare in contatto con Marcello Boldrini, professore di Statistica all’Università Cattolica di Milano e conterraneo di Matelica. Tramite Boldrini, iniziò a frequentare gli ambienti clandestini della Democrazia Cristiana di Milano. Dopo l’8 Settembre partecipò attivamente alla Resistenza, diventando addetto all’intendenza nel Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà; fece amicizia con Ferruccio Parri e nel Maggio del 1945 gli venne affidata dal ClnAI – Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia – la gestione dell’AGIP Milano. L’AGIP (l’Azienda Generale Italiana Petroli) era un’azienda di Stato fondata nel 1926 per gestire la distribuzione del petrolio in Italia. Fondamentalmente, l’azienda si limitava a cercare buoni contratti di fornitura per greggio e prodotti raffinati dalle compagnie che in quel periodo gestivano quasi interamente la produzione e la vendita di petrolio nel mondo: l’anglo-olandese Royal Dutch Shell, l’americana Standard Oil of New Jersey e l’inglese British Petroleum. Con la stretta autarchica e poi la guerra, l’AGIP aveva anche iniziato alcune avventure di ricerca di giacimenti petroliferi in Italia e all’estero, ma con scarsi risultati tranne che per un promettente pozzo di metano scoperto nel giugno del 1944, quando ormai l’Italia era divisa tra Regno e Repubblica di Salò, come pure l’Agip: la dirigenza di Roma, che venne occupata dagli alleati, e la dirigenza di Milano, il cui Presidente Repubblichino Carlo Zanmatti nascose la scoperta del pozzo ai tedeschi.

Nel 1945 l’Agip di Roma, responsabile soprattutto del settore raffinazione e distribuzione, venne consegnata ad un ex gerarca fascista, Arnaldo Petretti, con il compito di riavviare i negoziati con le compagnie americane che gestivano la vendita di greggio e di prodotti petroliferi. L’Agip di Milano, che si occupava soprattutto di prospezioni e ricerca, venne affidata a Mattei con il compito di fare una valutazione del valore dei macchinari e poi vendere. La Standard Oil of New Jersey, in possesso dei dati che indicavano la presenza di metano in Val Padana, era particolarmente interessata ad acquisire quello che agli occhi dei liberali era un carrozzone statale da abbattere il prima possibile in nome dell’iniziativa privata, agli occhi di comunisti e socialisti un simbolo fascista, e agli occhi di tutti una voce pesantissima e del tutto immotivata nel bilancio dello Stato. Mattei però, convinto dai rapporti di Zanmatti delle possibilità commerciali del metano e nel mezzo della più grave crisi energetica che l’Italia avesse mai affrontato, ignorò gli ordini di liquidazione e mandò avanti le ricerche, grazie a prestiti di alcune banche per cui si fece garante personale. Nel giro di pochi mesi furono individuati dei giacimenti di gas molto importanti; mentre a Roma continuavano i preparativi per la liquidazione, Mattei firmava contratti di fornitura di metano con le aziende della zona, che non erano state distrutte dai bombardamenti ma fermate dalla mancanza di risorse energetiche. Nonostante il lavoro di lobbying della Standard e delle altre compagnie del cosiddetto “cartello internazionale”, grazie alle amicizie politiche, grazie alla sua influenza nella DC per cui divenne deputato, e soprattutto grazie al fatto che l’Agip iniziò in fretta a dare buoni profitti grazie al gas padano, Mattei riuscì non solo a mantenere l’Agip come azienda pubblica, sia nell’upstream (ricerca e estrazione) che downstream (raffinazione e vendita), ma a ottenere il monopolio statale per la ricerca petrolifera nel Nord Italia (con il compromesso di lasciare il Sud alla libera ricerca), rifondando l’Agip come ENI nel 1953.

Queste erano le premesse della lotta di Mattei contro i poteri forti. Ma questi poteri forti e occulti erano semplicemente le imprese dei paesi ricchi e potenti che avevano vinto le guerre mondiali, e che si dividevano in un regime di monopolio la torta ricchissima e strategica dell’industria petrolifera. Una caratteristica importante dell’industria degli idrocarburi è che richiede investimenti iniziali molto elevati e molto rischiosi, a fronte di un mercato oscillante, perché i consumi petroliferi sono legati a diversi fattori e all’andamento economico generale. Dalla fine dell’Ottocento, quando l’industria petrolifera moderna iniziò a svilupparsi, agli anni Cinquanta, vari cicli di crisi e acquisizioni avevano lasciato ad operare sul mercato internazionale (cioè, fuori da Russia e Stati Uniti) sette compagnie: 5 americane, la BP (inglese) e la Shell (anglo-olandese). I motivi di questo assetto erano anche legati alla geopolitica internazionale; queste erano le compagnie che avevano accesso a territori extraeuropei, coloniali o semi-coloniali, in cui fare ricerca senza limitazioni da parte dello Stato: l’America Latina e soprattutto il Medio Oriente. Alla fine della prima guerra mondiale, il Regno Unito era riuscito ad ottenere in sede di trattati di pace che solo compagnie di diritto inglese potessero cercare petrolio nell’area considerata più promettente dai geologi dell’epoca, l’Iraq; in cambio dell’appoggio, Stati Uniti e Francia avevano ottenuto che solo un consorzio formato da Shell, BP, CFP (la compagnia francese semi-statale) e quelle che oggi sono Exxon-Mobil, Chevron e Gulf potesse operare in un’area compresa tra Iraq e Arabia Saudita (l’accordo della linea rossa). Inoltre, per evitare che sovrapproduzione o competizione nelle vendite facesse calare i improvvisamente i prezzi creando crisi nell’industria, le stesse compagnie avevano formato un cartello per mantenere i prezzi stabili e dividersi le aree di vendita nel mercato petrolifero più importante del mondo, l’Europa occidentale.

L’accordo della linea rossa era profondamente legato alla spartizione del Medio Oriente tra Francia e Regno Unito in mandati, e le compagnie stavano diventando famose per l’atteggiamento colonialista nei confronti dei paesi produttori. In particolare, c’era stata una lotta per impedire che i paesi produttori richiedessero una formula detta del 50:50, in cui le compagnie dessero 50% dei loro profitti per la vendita del petrolio sul mercato internazionale ai paesi in cui estraevano. Allo stesso tempo, iniziava ad aleggiare lo spettro della nazionalizzazione dell’industria petrolifera da parte dei paesi produttori; ma dopo la strozzatura dell’industria petrolifera iraniana con un embargo, dopo che Mossadeq aveva nazionalizzato i possedimenti della BP in Iran, sembrava che il coltello fosse dalla parte del manico delle compagnie.

Mattei sperava che l’ENI e l’Italia potessero essere accettate nel club dei vincitori del nuovo ordine mondiale; durante il boicottaggio contro il governo di Mossadeq, l’ENI aveva obbedito alle direttive dell’industria petrolifera internazionale e si era rifiutata di comprare il petrolio iraniano fuori dal circuito del cartello. Ma dopo che le compagnie si rifiutarono di far entrare l’ENI nel nuovo consorzio per l’estrazione del petrolio in Iran, con la motivazione che l’Ente era troppo piccolo e che in virtù di accordi internazionali solo compagnie già presenti in Medio Oriente potessero iniziare nuove esplorazioni, Mattei decise di cambiare strategia. Esclusa dai giochi di quelle che ribattezzò “le 7 sorelle”, nel 1957 firmò un accordo con lo shah che prevedeva la nascita di una joint-venture in cui il 50% era direttamente dal governo iraniano. L’ENI avrebbe anticipato le spese iniziali di ricerca, ma nel caso fosse stato trovato del petrolio, il governo iraniano avrebbe investito la metà dei costi per mettere i giacimenti in produzione. La formula non era innovativa solo perché lasciava al governo locale il 75% dei ricavi totali invece di una royalty del 50%, ma perché si trattava di compagnie statali controllate a parimerito dal paese produttore e dal paese consumatore; accordi in cui le compagnie private erano relegate al ruolo di contractor tecnici, invece che di gestori dei negoziati per le vendite di petrolio tra paesi (per una spiegazione fatta direttamente da Mattei a Tribuna Politica, cliccate qui). La formula ebbe immediato successo e permise all’ENI di iniziare operazioni, fuori dal cartello, in Egitto, Tunisia, Marocco, e altri paesi in Africa e America Latina. In pratica, invece di combattere il processo di nazionalizzazione del petrolio da parte dei paesi del Terzo Mondo, Mattei voleva promuoverlo per arrivare primo sui nuovi mercati, e mettere l’Italia in una posizione privilegiata nei rapporti con i paesi produttori. Era un approccio per molti versi nazional-socialista (in senso buono) che esplicitava il rapporto tra petrolio e politica internazionale e che venne imitato da Giappone e, per certi versi, dalla Francia. Non era però una guerra totale alle compagnie del cartello; tra uomini d’affari conta il business, e con la Standard Oil negli stessi anni si accordò per il futuro della raffineria Stanic e altri progetti. Inoltre, almeno inizialmente le sue joint venture sembrarono non portare a molto, perché sia in Egitto che in Iran non riuscirono a trovare abbastanza petrolio da diventare realmente competitive nei confronti del cartello. È vero però che aprendo ad altri operatori e sviluppando nuove aree petrolifere fuori dal cartello, contribuì a scardinarne le fondamenta, e aprì la strada al lavoro dell’Opec. Non si sa quanto il suo progetto avrebbe avuto successo se Mattei non fosse morto; in realtà l’ENI non ebbe un trattamento di favore quando negli anni Settanta i paesi dell’Opec nazionalizzarono l’industria e imposero prezzi del greggio più alti alle compagnie, che semplicemente alzarono i prezzi di vendita al consumo scaricando i costi degli accordi con i produttori sui consumatori, che era quello che Mattei aveva sperato di evitare. È però anche vero che la compagnia, dopo Mattei, iniziò ad attuare una politica di appeasement nei confronti del cartello, conservando però ed espandendo le posizioni conquistate nei nove anni di gestione Mattei.

Sul piano domestico, nonostante si fosse dimesso da parlamentare per assumere la gestione dell’ENI, come è noto continuò ad essere una delle figure più influenti della politica italiana. Come scrisse giustamente Montanelli, aveva capito che era più efficiente influenzare il parlamento con il petrolio che il petrolio con il parlamento. Espandendosi, l’ENI allargava a macchia d’olio le zone di lavoro e di influenza in Italia, acquisendo fabbriche come la Lanerossi di Schio o il Pignone di Firenze, che rischiavano il fallimento, o iniziando imponenti lavori, come lo stabilimento di raffinazione e produzione di Gela, o l’oleodotto di Ingolstadt. Nelle zone in cui arrivava l’Eni di Mattei si costruivano villaggi per gli operai, scuole di specializzazione, colonie estive in cui i bambini ogni mattina facevano il saluto alla bandiera italiana e al logo dell’ENI, villaggi vacanza gratuiti per tutti i lavoratori dell’azienda, in cui si cercava di mischiare negli stessi posti di villeggiatura ingegneri e manovali, autisti e avvocati, benzinai e dirigenti, nordici e meridionali, secondo i dettami di un cattolicesimo sociale che sperava nell’interclassismo (un documentario su queste colonie qui). Essere dell’ENI era (e per certi versi continua ad essere) un blocco unitario che dava naturalmente potere anche sul piano del voto politico, clientelare; c’era però l’idea che non si lavorava per il capitale privato o per un tornaconto personale, ma si era al servizio dello Stato – “un senso di missione” è l’espressione comune di tutti i pensionati ENI. Si dice che Mattei abbia inventato la corruzione all’italiana, con la sua dichiarazione di usare i partiti come i taxi: “salgo, pago la corsa, scendo”; ma era più un lobbismo all’italiana, in cui un imprenditore messo a capo di un’azienda di stato da un partito politico si rivolgeva ad altri partiti per proseguire la propria linea politica, scatenando le ire del partito originario. Nel 1962, pare avesse rotto con Fanfani e avesse dirottato i finanziamenti ENI su Moro, e che fosse addirittura pronto a passare con i socialisti. Alcune delle teorie sulla sua morte lasciano da parte CIA, cartello petrolifero e servizi segreti francesi per concentrarsi su faccende di politica tutte interne alla DC, soprattutto quella siciliana. Quello che è stato appurato in sede storica e giudiziaria è che qualche sicario della mafia ha messo la bomba sul bimotore, e che si è quindi trattato sicuramente di un attentato di stampo mafioso, i cui mandanti però non sono stati identificati. Interessante, a questo proposito, che nessuno abbia battuto ciglio riguardo alle dichiarazioni di Marcello dell’Utri per cui, se Berlusconi raccontasse quello che sa, salterebbe fuori la verità sulla morte di Mattei.

L’eccezionalismo di Mattei, però, non sta nella morte o nelle mille ricostruzioni che ne sono state fatte. Viene in primo luogo da un nazionalismo poco comune nella classe dirigente italiana, perennemente alla ricerca di un papa straniero che la protegga; e in secondo luogo dal bisogno di giustificare il proprio potere in termini di sviluppo e grandeur dello Stato, altro concetto ovvio in paesi come l’Inghilterra o la Francia ma per qualche motivo molto più alieno da noi. Ci si aggiunge, ed è il motivo per cui sta simpatico a tutti, un disprezzo sincero per le oligarchie a cui come figlio di un carabiniere non apparteneva, e un’etica del lavoro come fattore di redistribuzione della ricchezza. Il suo testamento migliore sta forse in questa clip in cui racconta l’incontro con un dirigente della Shell, e in cui in modo commovente racconta l’ovvio: che gli italiani hanno bisogno di lavorare, e che una strategia di investimenti all’estero basata sullo sviluppo economico locale porterà dei vantaggi. Strategie all’epoca più declamate che messe in pratica; ma che potrebbero diventare ancora oggi la spina dorsale di una politica di sviluppo seria da parte di un paese serio. Prendersi sul serio è forse il lascito più importante di Enrico Mattei, insieme ad un’azienda avviata con un fondo di 30 miliardi di lire e che adesso vale 68 miliardi di euro, di cui il 30% ancora dello Stato.

1 L’acronimo è stato cancellato per togliere il riferimento al ‘Nazionale’ di Ente Nazionale Idrocarburi.


Marta Musso è dottoranda in storia presso l’Università di Cambridge, con un progetto sull’impatto dell’industria petrolifera sul processo di decolonizzazione algerina. Ha collaborato con l’Archivio Storico dell’ENI, è segretaria del Cambridge University Energy Network e parte del direttivo dello European Oil and Gas Archives Network.

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