[SSdP] Giovani. L’adolescenza, la soglia e la morte nel fantasy

– Silvia Costantino –

Ritorna il Sublime Simposio del Potere, che con la seconda edizione si consacra come appuntamento fisso. Quest’anno ci siamo dati un tema: i topoi del fantasy. Ci siamo incontrati il 23 gennaio alla Cité, a Firenze, per quattro ore in tanti altri mondi. Eravamo dieci a parlare: Silvia Costantino, Francesco D’Isa, Giovanni De Feo, Vincenzo Marasco, Francesca Matteoni, Edoardo Rialti, Vanni Santoni, Matteo StrukulSergio Vivaldi.

Qui trovate tutti gli interventi precedenti, per arrivare preparati all’anno prossimo.

Questo testo, in una versione riveduta, fa parte del libro Di tutti i mondi possibili, pubblicato da Effequ.

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Pauline Baynes – Narnia

Questo pezzo originariamente voleva chiamarsi, in modo elegantemente postmoderno, La morte e la fanciulla, e voleva parlare del percorso che ogni giovane protagonista – donna –  di libri fantasy è costretta ad affrontare: quello che parte da un’età acerba e incosciente per poi arrivare a fronteggiare la morte (interiore, esteriore, metaforica, fisica o entrambe), con successiva rinascita con poteri/conoscenza/consapevolezza. Più ci riflettevo, però, più mi rendevo conto di quanto limitare questa riflessione alle ragazze sarebbe stata una chiusura da parte mia. Perché la verità è che tutti i giovani dei fantasy che ho letto subiscono, in pieno rispetto delle regole di Propp, lo stesso destino.

In moltissimi romanzi (dove Il Signore degli Anelli è quasi una eccezione e Il Leone, La Strega e L’Armadio è la regola), i protagonisti sono ragazzi: le emozioni a fior di pelle, il violento passaggio tra adolescenza ed età adulta che nel fantasy si trasforma e muta continuamente aggiungendo al divenire fisico una trasformazione magica.

Un esempio tra i più noti in assoluto: Harry Potter. Il suo nemico si chiama Voldemort. Non so se in inglese faccia lo stesso effetto, ma questo nome, in italiano, è già abbastanza evocativo. Se non fosse sufficiente, basti ricordare che Voldemort è la vera e propria nemesi di Harry: nel senso che la profezia che li lega dice «e l’uno dovrà morire per mano dell’altro, perché nessuno dei due può vivere se l’altro sopravvive…». E di fatto Harry, quando capisce che l’unico modo per uccidere Voldemort è morire lui stesso, non esita ad accettare il proprio destino. Quello che succede dopo, è che Harry “rinasce”: più maturo, più cresciuto, segnato da qualcosa di molto più grande e profondo di una cicatrice a forma di fulmine.

Mettiamola così: secondo me il fantasy è il romanzo di formazione, del coming of age, per eccellenza. Non a caso è un genere che spesso e volentieri si fonde con quello, di matrice editoriale, dello Young Adults; non è un caso se la collana YA di Mondadori si chiama Chrysalide (e come tutte le collane YA ha un gran numero di fantasy in catalogo).
Da grande lettrice di YA di qualunque sorta, ho sempre amato identificarmi nelle figure dei ragazzini protagonisti, nei loro drammi privati e nelle loro crescite: drammi che per quanto “adolescenziali” possano essere, sono di solito così scoperti e graffianti da toccare corde di un periodo della vita mai del tutto abbandonato. E mi sembra che la messa in scena così allo scoperto del fantasy, con le sue allegorie così chiare e sfacciatamente dichiarate, anziché alleggerire il peso delle sensazioni legate alla crescita, le amplifichi all’infinito. In ogni romanzo di formazione che si rispetti, è chiaro, ci deve essere un momento di rottura, una crisi che porta alla crescita. Ma perché tutti i giovani eroi della narrativa fantastica, dalle fiabe russe o celtiche o italiane ai moderni fantasy – ed è una cosa che nemmeno la Disney nelle sue edulcorazioni riesce a eliminare definitivamente – tutti a un certo punto si trovano ad affrontare la morte? Hai tredici, quattordici, sedici anni, sei al principio del cammin della tua vita, e ti trovi ad affrontare la cosa più difficile, incomprensibile, oscura e tenebrosa di tutto il nostro immaginario. Che sia sotto forma di demone, di lama o di drago cambia poco, perché la metafora è, più o meno implicitamente, sempre la stessa. La questione non è tanto il sacrificio di sé come ultimo atto di coraggio, anche se è un argomento molto vicino a questo. Il punto è più sottile, oscuro, difficile da definire.

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Lyra Belacqua, fanart

Per provare ad affrontare questo tema, su cui gente molto più competente di me si è cimentata e ancora si cimenta, partirei da lontano, e per la precisione vorrei parlare di Lyra Belacqua: la protagonista della meravigliosa trilogia di Philip Pullman è priva di potere alcuno, ma è l’unica in grado di leggere la Bussola D’Oro perché ha dodici anni, è bambina abbastanza da comprenderne il vorticare e le immagini puntate dalle lancette. Il suo rapporto con la Bussola si incrina con l’adolescenza, con la comprensione del mondo ‘reale’ e con i primi turbamenti sessuali. Lyra ha fronteggiato la morte prima, già da bambina, al momento in cui ha scoperto – e sventato – i piani di Lord Asriel, ma questo non le ha impedito di mantenere la necessaria purezza e fede – quanto viene in mente Peter Pan – perché il mondo magico continuasse a svelarsi intatto ai suoi occhi. Lyra (nome che ricorda “lyrics”, le canzoni, e dunque le bugie, e dunque l’immaginazione: ancora una volta la parola, e la magia: non dimentichiamo che il suo soprannome è Linguargentina) si trova a vivere un momento in cui sono la sua forza, la sua fede e la sua immaginazione a doverla supportare. Lyra dovrà studiare l’aletiometro al momento in cui inizia a crescere e non riesce più a tradurlo da sola, e questo è il momento in cui più la ragazzina è spaventata. Ma è anche la spinta che inizierà a cambiarla e a trasformarla, da bambina dalla lingua argentina a giovane donna. La bravura di Pullman, e di molti altri autori di questo genere, non sta nel raccontare l’adolescenza come un momento di passaggio, di crescita positiva, ma di mostrarne il lato oscuro, la zona d’ombra: quella che impedisce al mondo di mostrarsi nella sua magica interezza perché le sovrastrutture dell’età adulta creano una cortina dalla quale è sempre più difficile districarsi. È evidente che questa fase della vita è percepita e raccontata, anche da chi scrive, come la più difficile di tutte. I tormenti degli adulti, per quanto forti e appassionanti possono essere, per quanto a volte infantili e immaturi, difficilmente eguagliano quelli degli adolescenti. Forse perché c’è già una buona corazza, forse perché si è più facilmente in grado di reagire a cose che ormai non sono nuove. Essere inermi, essere giovani, è doloroso. Ma è forse anche l’unico modo per poter percepire «l’anello che non tiene».

Sempre a proposito di Lyra, l’onniscienza di Wikipedia ci informa che «Lyra’s original surname, Belacqua, is the name of a character in Dante’s Divine Comedy, a soul in the ante-purgatory, representing those who wait until the last opportunity before turning to God. The mood in the ante-purgatory is said to be one of helplessness, nostalgia and yearning — Belacqua and the other souls in ante-purgatory are caught between two worlds and lack clear understanding of themselves». Parlavamo di soglie?
In La soglia di Ursula K. Le Guin i due giovani, goffi, depressi e disperati protagonisti vengono spediti in un viaggio suicida proprio dagli abitanti felici del paese in cui loro andavano per sfuggire dalla durissima realtà “normale”. Ora, La Soglia è un ottimo libro per esemplificare quello che vorrei rendere chiaro. Purtroppo non è venuto molto bene a Le Guin, che per troppa costruzione sacrifica molto dei personaggi: ma il loro essere così “spiegati” ci aiuta nel comprendere meglio il mio ragionamento.

Non pensi mai ad andare oltre il drago, si disse Irena. Pensi soltanto a raggiungerlo. Ma cosa accade dopo?
Ricominciò a piangere, sommessamente, senza soffrire. Le lacrime le rotolavano sulle guance in un velo, come l’acqua di fonte. Pensò alle braccia orribili e penose [del drago appena ucciso], alle mammelle appuntite, mise il volto tra le braccia e pianse. Sono passata oltre la tana del drago e non posso tornare indietro. Devo andare avanti. Questa era la mia patria, la luce alla finestra, il fuoco del focolare, là ero una figlia, ma è tutto finito. Ora sono soltanto la figlia del drago e la figlia del re, quella che deve proseguire da sola e andare avanti, perché non c’è una casa dietro di me.

Paradossalmente i due protagonisti sono più grandi rispetto a quelli cui mi riferisco nel resto dell’articolo, sono entrambi sulla ventina. Eppure sono, entrambi, chiaramente in una condizione mentale molto complessa, difficilmente li si definirebbe adulti o quasi: entrambi vittime di qualche tipo di sopruso, sono in una situazione di stallo e confusione perenne dalla quale non riescono a uscire. Oltrepassare la soglia, o entrare nel “beginning place” (titolo originale del romanzo), significa per loro trovare un mondo in cui la realtà che li opprime smette di esistere, in cui loro possono smettere di pensare. Ma questo mondo incantato che per loro è così benefico si rivela ben differente: la ragione per cui erano i benvenuti era molto più crudele di ciò che pensavano i due ragazzi e prenderne coscienza, decidere di accettare il proprio destino sarà ciò che, finalmente, renderà Irena e Hugh in grado di andare avanti con le proprie vite.

Ma Alfonso era in uno di quei momenti quando la giovinezza è attraversata da qualche melanconia che spaventa; quasi dall’odore della morte. Gli pareva di non avere nessuna ragione per essere triste; e voleva essere forte, anche dentro di sé. Qualche volta si sentiva ancora un ragazzo, e allora camminava più lesto per lasciare questo ragazzo, che era stato una parte di lui stesso, dietro di sé. Lo voleva mandare via a tutti i costi; e credeva che quella passeggiata gli facesse trovare definitivamente il senso della sua adolescenza; di cui non era abbastanza sicuro. Ma sperava che gli capitasse per istrada qualche cosa per provare a sé stesso che ormai poteva fidarsi del proprio animo. Già, passando rasente a qualche fonte del borro, s’accertava sempre di più che non provava ormai quella curiosità di fermarsi a guardarla come una volta: ora gli pareva di conoscere tutte le cose che vedeva, e a pena le sdegnava di uno sguardo, badando soltanto dinanzi a sé. Ogni tanto, però, aveva paura perché l’erba frusciava sotto i suoi piedi.

Questo passaggio proviene da un discorso di un autore che non potrebbe essere più distante dal mondo del Fantasy: si tratta di uno stralcio dalla novella Un giovane di Federigo Tozzi. Quando all’università studiai Tozzi, mi rimasero fortemente impresse due cose: la sua interpretazione della “giovinezza” come lutto; e il suo espressionismo “magico”, metafisico, comunque sempre proteso a cogliere i barlumi di un mondo ormai perduto. Una validissima interpretazione di Tozzi, è appunto quella che lega i ‘giovani’ di Tozzi e il loro sentire a un momento di elaborazione del lutto: il momento che intercorre tra il distaccamento dall’infanzia e l’ingresso nell’età adulta, cioè l’adolescenza, equivale a una perdita profonda e traumatica, decisamente vicina alla morte. Così vicina che fa paura: i giovani di Tozzi sono sempre tremebondi, impauriti. Scrive Romano Luperini:

La giovinezza è per Tozzi una malattia dell’anima […] non ci lascia il tempo di guarire. Nessuna possibilità, più, di romanzo di formazione. La malattia della giovinezza è caratterizzata dallo sperpero di tempo, dalla dispersione delle sensazioni, dall’incapacità di conservare le esperienze e di tesaurizzarle in vista di una crescita e di uno sviluppo. Il tempo non è progressione, conquista, evoluzione. La giovinezza è un eterno presente da cui è impossibile uscire, metafora dell’estraneità dell’uomo al proprio destino. Porta con sé […] un sentore di morte.

D’altra parte, pochi meglio di Tozzi hanno saputo descrivere anche l’incanto della giovinezza. Persi in questi momenti privi di riferimenti concreti, i protagonisti del suo bestiario, o delle sue novelle, o dei suoi romanzi, hanno quasi sempre un momento in cui riconoscono il mondo “reale”, cioè quello al di là del convenzionale. Si tratta di pura metafisica, si tratta di scostare le cortine del vero per trovare il magico.
Se ci facciamo caso, i giovani protagonisti dei romanzi che noi amiamo leggere sono tutti estremamente vicini a questa descrizione. Frastornati, scossi, spesso feriti e fragili, spesso incapaci di affrontare la propria situazione e reagire. Si lasciano trasportare dal flusso, e ogni loro azione li porta sempre più vicini alla catastrofe. Non sto cercando di dire che Tozzi sia il precursore del Fantasy italiano, né viceversa che gli autori del fantastico si ispirino allo scrittore senese: ma colpisce la precisione chirurgica con cui quest’ultimo sia riuscito a identificare una condizione, quella della sospensione tra due mondi – sulla soglia –, e della paura di andare avanti e di tornare indietro, che è così realistica e al tempo stesso apre a così tanti universi narrativi. Tozzi lo sapeva, e ha sempre cercato di farci intravedere il luccichio dell’oltremondo. Ma i suoi giovani erano incapaci di procedere: l’unica cosa che potevano fare era chiudere gli occhi, e smettere di guardare.

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Tony Sandoval, Watersnakes

Al contrario, rispetto alla cupa visione tozziana, le nostre storie proseguono. E ci raccontano dalla giovinezza si può uscire, e lo si fa nell’unico modo possibile: attraversando la soglia, affrontando la morte e la paura, per uscirne rigenerati (l’ho già detto l’anno scorso, ma come è bello il passaggio della trasformazione di Laura Chant ne La figlia della Luna?) – o no, ma abbracciando la morte consapevoli che sia l’unica scelta sensata, e matura, possibile. Pensiamo a Ailis di Terra Ignota: ecco un esempio tra molti di chi sceglie il sacrificio di sé per un bene maggiore. In nessun caso, anche quando proprio non vorresti che la storia finisca così, chiudere questo tipo di romanzi lascia una sensazione di incompiutezza, o dolore: è successo quello che doveva succedere. Nel migliore dei modi possibili, spesso nel peggiore dei mondi possibili.
Ben diversamente da quanto accade nei romanzi in cui sono gli adulti i protagonisti: solo gli adolescenti possono abbracciare la morte e rinascere, e sentirsi completi e pronti ad andare avanti, ma questo non significa che l’età adulta sia il luogo della certezza. Le certezze assolute dell’infanzia, già messe violentemente in discussione durante l’adolescenza, si frantumano in migliaia di dubbi, lasciando i nostri eroi adulti a combattere con il sospetto, con la colpa, con la paura, con miriadi di sfumature quasi inesistenti in precedenza. Addio Ailis, Lyra, Laura, Harry. Benvenuti, e benvenute, nel regno degli adulti, dove il sangue scorre copioso e la morale è relativa.

Ma questa è un’altra storia.


Silvia Costantino: Ama i libri, la fotografia, le serie tv e i film della Marvel. Vive a Firenze, dove ha organizzato il festival Firenze RiVista e ogni tanto presenta un libro. È fondatrice e redattrice di 404: file not found, collabora con la rivista cartacea con.tempo, ogni tanto appare su Abbiamo Le Prove. Ha un alter ego, Giorgeliot, che si diverte a raccontare i fatti suoi.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Chiara Impellizzeri ha detto:

    Per dirla con Bassani, o meglio col padre del protagonista dei Finzi-Contini:
    «Però un pochino anche t’invidio, sai? Nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta. E allora, dato che la legge è questa, meglio morire da giovani, quando uno ha ancora tanto tempo davanti a sé per tirarsi su e risuscitare. Capire da vecchi è brutto, molto più brutto. Come si fa?Non c’è più tempo per ricominciare da zero, e la nostra generazione ne ha prese talmente tante di cantonate!».

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