Cronache dall’increato. L’Addio di Antonio Moresco

– Giovanni Bitetto –

l'addio moresco

È difficile rendere la complessità insita nell’opera di Antonio Moresco senza scadere nell’astrazione. Bisogna partire rimarcandone la natura metafisica, il baluginio al di là del reale che confonde bene e male, forma e sostanza. Tuttavia non si tratta della “normale” trascendenza che segue un moto ascensionale, che sminuisce il mondo fenomenico per prediligere un piano spirituale. Al contrario l’idea di “crepa nel reale” è consustanziata alla materia, adopera le narrazioni umane e le costruzioni morali come veicolo per moltiplicare i piani, squadernare le dimensioni o agglutinarle in magma primordiale. Merda e luce, così recita il titolo di un suo spettacolo teatrale: mi sembra una metafora azzeccata per descriverne la poetica. Per le convinzioni etiche ed estetiche – e per l’oltranzismo con cui le sviluppa – Moresco è uno scrittore difficile, che pretende un’attenzione superiore alla norma. Ricordo la prima volta che lo sentii parlare: era in tv, sedeva a un tavolo fra Daria Bignardi e Fabri Fibra, una scena onirica che non avrebbe sfigurato in un suo romanzo. Non voglio riepilogare i travagli che lo hanno portato a nascere come autore dopo anni di clandestinità (per quello c’è già il bellissimo Lettere a nessuno), tuttavia prima di parlare de L’addio, l’ultimo romanzo edito per Giunti, è necessario spiegare le premesse della trilogia in cui si insinua questo quarto capitolo, quasi a fare da puntello fra secondo e terzo libro.

La “Trilogia dell’Increato” è l’opera covata per più tempo, l’opera principale attorno a cui ruota tutto il corpus di Moresco. Protagonista è la frantumazione della realtà, ognuno dei tre libri testimonia un microcosmo coeso che si rapporta agli altri per creare una riflessione sull’essenza della narrazione, ma allo stesso modo vive di una tensione interna strutturata secondo una scansione tripartita. Si potrebbe dire che nel suo insieme la trilogia si compone di nove dimensioni differenti, tre per ogni libro, come a mimare i movimenti della dialettica marxista tanto cara alla gioventù dell’autore o a creare un parallelismo con il viaggio dantesco al quale non mancano riferimenti espliciti.

Gli esordi

 Ne Gli esordi si mette in scena l’inferno delle cose terrene, la vita imbrigliata nel paradigma della lotta e dell’affermazione di sé. La prima parte vede un narratore monadico, chiuso nel mutismo oltre che nello spazio concentrazionario del seminario. Egli osserva quella realtà ovattata e onirica e ne coglie le più piccole sfasature. Facciamo la conoscenza del Gatto e della Pesca, figure che rappresentano il principio di alterità, la simbolizzazione dell’ostacolo (nel caso del primo) e del desiderio (nel caso del secondo) che funge da motore della narrazione, i due acquistano connotati allegorici via via più marcati. Il tempo scorre lento, scandito dal languore del convento, l’unica parola pronunciata dal protagonista sarà il sì che gli farà prendere i voti.

 Nella seconda parte ritroviamo lo stesso personaggio alle prese con la militanza comunista, è il primo dei tanti strappi nel corso della trilogia. La narrazione si fa picaresca, il giovane dorme in sezioni deserte, affronta viaggi scalcagnati, tiene comizi allucinati in compagnia di personaggi febbricitanti, Moresco mima la boutade e il rocambolesco e sconfessa l’onirismo del seminario adoperando il tono comico. Al protagonista viene chiesto se vuole diventare un guerriero, la risposta ancora una volta è affermativa, si chiude la seconda scena.

 Nella terza l’ambientazione è metropolitana, il narratore tenta di pubblicare il suo romanzo, di rintracciare un editore che poi scoprirà essere il Gatto. Quest’ultimo gli pone la domanda finale: vuole davvero diventare uno scrittore? Come da copione la risposta è affermativa. I tre esordi sono avvenuti. Questo libro si ispira alle vicende personali di Moresco: prima il seminario dell’infanzia, poi gli ideali politici, infine il nuovo credo di uomo maturo. Se ad una prima occhiata può sembrare che ogni scena sia la sconfessione di quella precedente, entrando nell’ottica dell’autore si nota una continuità nelle scelte del protagonista: prima diventa un santo nell’austerità della lotta, poi diventa un guerriero intendendo il mestiere dello scrittore come una missione di oltranzismo estetico. Ogni passaggio di scena e un passaggio di grado, un nuovo orizzonte da conquistare grazie al proprio sguardo penetrante. Abbiamo tralasciato un sì, il terzo, il più importante. Cosa significa affermare di voler essere scrittore? Se fino a questo momento Moresco è rimasto nei ranghi della letteratura come la conosciamo, adottando il genere per raccontare la propria esperienza di vita, l’ennesimo passaggio di piano ci porta nella dimensione opaca della distorsione letteraria, inizia a formarsi la crepa, si odono i Canti del caos.

 

Canti del caos

Seguendo lo schema dantesco questo secondo libro dovrebbe rappresentare il Purgatorio. In effetti si fa strada l’idea di espiazione attraverso il medium artistico. Per Moresco la letteratura è un veicolo da cui lasciarsi possedere, un piccone da agitare mentre si vaga nel buio, si abbattono le coordinate umane di spazio e tempo, si testimonia il più basso degli stati di natura e la più alta trance poetica, la glossolalia delle materia che porta alla divaricazioni dei piani, allo stato dell’increazione. Nella prima parte ritroviamo il Gatto in compagnia dello scrittore, soprannominato il Matto, la colluttazione fra piano della materia e mondo finzionale  diventa evidente sin da subito: leggiamo estratti del libro del Matto, ogni brano genera un cambiamento nella realtà, ben presto si moltiplicano gli archi narrativi, i personaggi, tanto che non riusciamo più a distinguere fra realtà e finzione. Ogni personaggio sviluppa una propria voce, si fa portatore delle proprie credenze, intona un “canto” personale. Fra tutti spicca la Musa, la personificazione della potenza generatrice insita nella letteratura, aiuterà il Matto nella missione che gli è stata affidata: ritrovare la Meringa, segretaria del Gatto che è stata rapita per essere immolata nell’ambiente degli snuff movie. Ancora una volta Moresco si affida al genere: poliziesco e noir per imbastire una grandiosa e deforme caccia all’uomo (da qui derivano gran parte delle atmosfere che permeano L’addio, ma ne parleremo più avanti). L’osservatore si inabissa nelle acque più fitte, la foresta del dolore umano, del male con cui il carnefice marchia la sua vittima.

Nella seconda parte si intensifica l’intreccio di storie, ci avviciniamo al punto di massa critica. In un’agenzia pubblicitaria si discute la vendita della Terra, Dio (un uomo coperto da una maschera di porcellana, a nascondere le ustioni dovute alla luce della creazione) vuole cederla a un misterioso acquirente. Il Matto continua la folle ricerca della Meringa. Il Gatto prende le redini della narrazione. Appare ossessivamente  l’immagine di una vagina a tagliare in due lo schermo di un televisore, intravediamo la crepa tanto cercata e profetata. La lingua di Moresco assume il carattere della litania, una preghiera gravida di formule fisse per esorcizzare l’ovvietà delle categorie umane, la normale percezione di tempo e spazio, che nell’agglutinarsi di storie viene annichilita: lo spazio si contrae e si espande in maniera schizofrenica, il tempo è congelato, fissato in un momento di simultaneità, di continuità fra presente e passato, che precede l’attimo in cui si squadernerà l’increazione.

Nella terza parte la transizione è compiuta, il dio dei vivi ha abdicato a favore del dio dei morti, la girandola dei personaggi implementa nuove storie: Sidney 1, Benares 2, Tokyo 4 e via dicendo, marcatori senza nome che complicano ulteriormente l’intreccio. La narrazione è tracimata in qualcosa di alieno, lo spazio e il tempo perdono i caratteri della misurazione umana, si confondono i tempi verbali, passato presente e futuro adoperati senza soluzione di continuità. Avviene una sorta di catarsi finale in cui i personaggi sono investiti  in successione, ultimo fra questi il Matto. Come il dio dei vivi, così anche lo scrittore abdica in favore del profeta, del testimone, di chi parla perché posseduto da potenze sovrumane. La sensazione è che Moresco compia un’operazione simile a Gadda o Pynchon, attacchi i paradigmi mitopoietici con cui l’uomo modella la realtà. Gadda lo fa dando voce ai borborigmi di un reale proteiforme, Pynchon cortocircuitando ogni vettore lineare in favore di una logica che cerca l’entropia continua. Moresco si pone in opposizione radicale, traccia la continuità fra vita e morte, divarica le dimensioni per portarle a collidere sotto una nuova luce. Ambisce a una concezione utopica della letteratura, la stessa di autori come Kafka e Volponi (peraltro ricordati in Lettere a nessuno). Il segno della rivolta è l’abisso dell’increato.

Gli increati

Sono nato il 30 ottobre 1947, all’imbrunire, brandello di carne rigettato con furia da un altro corpo, concepito nove mesi prima da un soldato reduce dalla più grande guerra mai combattuta su questa pianeta e da sei anni di campo di concentramento, e da una domestica non più giovane, sventrata al momento del parto dalla mia grossa testa infelice. Sono morto il 30 ottobre 2010, nel cuore della notte, investito da una macchina mentre camminavo per strada succhiando un tronchetto di liquirizia e fantasticavo.

Con questo fulminante incipit Moresco ci traghetta sulle sponde della città dei morti, che replica la città dei vivi e si prepara alla guerra. La prima parte de Gli increati racconta il pellegrinaggio del Matto nel mondo dei morti, l’incontro con personaggi storici come Napoleone e Lenin, il riconoscimento della Musa nella viscere dell’ennesimo folle universo. La metafisica di Moresco appare più chiara: la morte e la vita sono connesse, simultanee, intercambiabili, la morte viene prima e la vita viene dopo, ma allo stesso tempo viene prima, e così via. A questo punto la dicotomia fra città dei vivi e città dei morti sarebbe armonica, se non fosse per il tempo “allagato”, il momento in cui vita e morte si incontrano, collidono fra loro, generano la tracimazione della morte della vita e viceversa. I morti si accingono ad ammazzare i vivi, i vivi a far nascere i morti. Lo scontro è inevitabile, il Matto è costretto a tracimare nuovamente nella vita.

Nella seconda sezione il protagonista si ritrova nel mondo dei vivi sconvolto dalla guerra, le nozioni di tempo e spazio sono annichilite, rivive la sua infanzia, rivede i genitori, il seminario, i compagni di partito, incontra la Pesca e giura di ricongiungersi a lei. La narrazione de Gli esordi è rievocata nell’allucinazione della guerra fra vivi e morti, i morti solcano le strade dei vivi (fra di essi persino Pasolini, abbracciato dal Matto quasi a suggellare una continuità morale fra i due), i vivi attaccano i morti. Avviene però l’ennesima divaricazione di piani, la più importante giacché permette alla crepa di farsi voragine, abisso da cui scaturirà l’ultimo viaggio di Moresco. I vivi e i morti si alleano, sono i creati, devono fronteggiare la loro nemesi, gli increati.

Per l’ultima volta Moresco moltiplica le dimensioni, nell’apocalisse di tempo e spazio si getta alla ricerca della Musa e della Pesca, abbraccia se stesso morto, smaschera il dio dei vivi e dei morti, si ritrova faccia a faccia con il Gatto, la nemesi estrema, l’origine della sua ricerca. Moresco tracima nell’increazione, si susseguono capitoli dalla struttura indefinibile, la scrittura biblica che diventa litania impazzita, cortocircuito di tempi verbali e tramestio di aggettivi ripetuti fino all’ossessione. Il tempo non appartiene più all’uomo: per capitoli interi viene descritta la stessa scena, quella del ricongiungimento fra il protagonista e la Pesca nell’origine dell’universo, nell’increazione che è fine e inizio di tutte le cose, la catarsi definitiva in cui sentire il riverbero delle categorie umane e del reale stravolto dal sentimento olistico di questo folle viaggio. La scrittura di Moresco è esondata, ha forzato le gabbie della narrazione, creato la crepa, il centro della fiamma che crepita e abbaglia la forma, che è materia allo stato puro, intonsa, non ancora imbrigliata nelle categorie di bene e male, vita e morte.

L’addio

Questo il titanico viaggio della trilogia, ma dove si instaura il rapporto con l’ultimo romanzo? Nel preambolo lo stesso Moresco ci avverte: «questo romanzo entra prima di dove culminano Gli increati, altrimenti non avrebbe potuto essere scritto, viene prima dall’incontrario, da dietro, viene dopo perché viene prima». Sin dalle prime pagine ritroviamo la familiare fisionomia della città dei morti, D’Arco è uno sbirro morto, nella città risuonano i canti dei bambini, egli viene incaricato di scovarne gli assassini, dovrà tracimare fra i vivi. Ad aiutarlo un bambino muto con la gola divelta dal filo spinato, lo condurrà attraverso il mondo dei vivi, accompagnandolo nelle tre notti di combattimento che vedranno D’Arco confrontarsi con l’abiezione umana, il catalogo di mostri che in parte ha fatto la sua comparsa nei Canti del caos, il demi-monde degli snuff movie viene ribaltato dallo sbirro vendicatore fino ad arrivare all’incontro con la nemesi, l’uomo fatto di luce, la cifra metafisica di un romanzo che per gran parte del tempo si mantiene a velocità di crociera sui binari del noir metropolitano. Il modus operandi dell’autore ormai lo conosciamo, adotta il meccanismo di un genere narrativo per farlo implodere, dare possibilità alle sue ossessioni di farsi orizzonte assoluto, sguardo allucinato che trabocca di vigore morale. Rispetto al solito si avverte potente la critica alla contemporaneità che assume i contorni di un grido disperato. La condanna della razza umana è senza appello:

Non lo vedi cosa sta succedendo alla città dei vivi? I loro corpi arrivano a maturazione durante la giovinezza, si abbandonano un po’ al loro ciclo vitale, credono che gli stia succedendo chissà cosa e invece i comportamenti delle donne e degli uomini non sono diversi da quelli dell’ultima colonia di scimpanzé, come ce n’erano prima che la città dei vivi si prendesse tutto.

 Allo stesso modo si mettono alla berlina gli esiti della Storia nei suoi sviluppi terminali:

Lei non si rende conto che ogni cosa è soggetta alla legge della domanda e dell’offerta, che non può sfuggire a questo, che non c’è scampo, che è il suo destino, che ogni cosa vivente è attraversata da sempre da questa possibilità di essere comperata o venduta, che dietro tutto quello che si blatera, dietro tutte le chiacchiere sul bene e sul male, sugli scopi, sugli ideali, le fedi i sentimenti, i valori… non c’e che la nuda evidenza che le cose possono essere vendute e comperate e che questa, in ultima analisi, è l’unica azione possibile nel nostro mondo.

Trattandosi di un giallo diventa centrale la riflessione sulla colpa, Moresco ha sempre operato centrifugando le coppie in opposizione: vita/morte, bene/male, forma/materia, tempo/spazio. Come abbiamo visto ogni categoria viene messa in connessione con la propria nemesi, si instaura un rapporto di continuità e simultaneità che annulla l’opposizione e genera nuova energia mitopoietica. Anche la colpa e la punizione vengono trattate allo stesso modo, giacché la punizione viene prima, la colpa viene dopo, il male è consustanziato al bene, incistato nel corpo del candore. In alcune passaggi la natura metafisica dell’opera riecheggia le chirurgiche conclusioni di Durrenmatt:

Lo sapevi che più noi li scremiamo e più loro crescono, che più noi combattiamo il male e più il male si rafforza, e più il male si rafforza e cresce e più cresciamo noi che crediamo che crediamo di combattere il male e che siamo invece abbracciati al male… Siamo tutti abbracciati e avvinghiati allo stesso male.

Un Moresco molto duro, ammantato di una solitudine estrema che forse non aveva mai preso il sopravvento con tanto ardore. Eppure lo sappiamo, il tempo è allagato e ogni cosa è spaccata in due, all’accrescimento di una massa tumorale corrisponde la rinnovata iniezione di un farmaco potente. L’attaccamento di Moresco alle sue idee e al mondo che ha avuto il coraggio di sbirciare attraverso la crepa della letteratura ci fa sperare di poter ribaltare l’eterno conflitto irrisolto fra luce e tenebra. Con L’addio Moresco forse ha potuto inaugurare una nuova fase del suo percorso artistico, il racconto infinito del mondo in transizione, la metamorfosi turpe e magnifica dell’umano che agisce nella materia e della materia che divelle le categorie terrene. C’è un potenziale di storie inespresse a metà fra la città dei vivi e la città dei morti che aspetta il momento per rimbombare nell’universo, prima che il tempo finisca e l’increazione reclami il nostro spirito.


Giovanni Bitetto nasce ad Andria nel 1992. Attualmente risiede a Bologna, città in cui studia Italianistica. Da sempre appassionato di musica e letteratura, ha scritto per varie fanzine e blog. Collabora con la rivista online di arti indipendenti Rivista!Unaspecie. Ha fatto parte di diverse antologie di racconti patrocinate dal collettivo Wu Ming. Ha pubblicato racconti su Nazione Indiana. Nel tempo libero mangia gelati, guarda match di wrestling e ascolta noise.

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