La Viviane di Julia Deck

– Sara Vergari –

Senza titolo

Viviane Elisabeth Fauville è un nome borghese, altezzoso e nel suo essere composito nasconde già una certa complessità. Non poteva dare titolo più parlante Julia Deck, al suo debutto sulla scena letteraria in Francia (Les Editions de Minuit, 2012, Adelphi 2014). Senza aver letto ancora una parola, si prefigurano già le coordinate del background di Viviane: una quarantaduenne direttrice della comunicazione di un importante ufficio, gli arrondissement parigini che contano, un marito e una figlia appena nata. Ma non appena ci siamo messi comodi per gustarci un romanzo rosa altoborghese, Julia Deck ci fa saltare dalla sedia e ci avverte che tutto questo è solo un lontano ricordo per la protagonista Viviane. Oscilla sulla sedia a dondolo con in braccio la bambina e qui ricorda ciò che è successo nelle ore precedenti, ore che hanno irrimediabilmente modificato la sua vita. Così può essere interpretato il romanzo della Deck, un continuo dondolio tra realtà e follia.
Il marito l’ha lasciata per una donna più giovane, la figlia, per la quale ha preso una bambinaia, è più che altro un fardello da cui si può liberare solo nelle tre ore di sonno pomeridiane. Cosa resta? Sì, l’analista da cui Viviane è in cura. È questo il rifugio a cui l’alta borghesia affida i propri malumori: la psicoanalisi. L’argomento interessa a Julia Deck, anche grazie ai suoi studi, tanto di letteratura quanto di psicologia, sebbene questa assuma una posizione di lato rispetto alla discussa questione sull’efficacia o meno di tale metodo terapeutico. Il complesso edipico, punto cardine della psicoanalisi e tanto discusso, prevede l’uccisione simbolica del padre. Ma perché invece del padre non uccidere l’analista e perché non farlo davvero piuttosto che simbolicamente? È questa l’operazione compiuta dalla Deck, rendere Viviane assassina del proprio dottore. Un passo in più anche rispetto allo Zeno sveviano, che pur avendo interrotto e condannato la cura, non arriva ad uccidere fisicamente il Dottor S.

L’autrice, dopo aver reso Viviane un’assassina, ci inganna una seconda volta facendoci credere che il suo romanzo appartenga al noir. Ci sono i tratti essenziali del genere, l’omicidio, l’indagine poliziesca, ma sono troppo labili e marginali. Julia Deck vuole che il lettore segua, in un continuo cambio di voce narrante, la vertiginosa e maniacale follia in cui precipita il personaggio e che con questo si perda nei meandri più oscuri della psiche. La narrazione si apre con un “tu” che allontana l’autrice dal suo personaggio, per poi precipitare in terza persona e alternarsi così in questo gioco di depersonalizzazione. Viviane è capace, se pur per un solo capitolo, di esprimersi anche con un “noi”, che ora sembra parlare a nome di tutte le mogli e madri a mo’ di Medea euripidea, ora, in accordo con Pessoa, sembra dar voce all’alterità del suo io, visibile concretamente dal doppio nome Viviane Elisabeth.

La donna è ormai fuori dalla realtà, ancorata a questa solo dalla figlia, con cui però ha un rapporto incerto. Viviane è infatti più figlia che madre; lo dimostra il coltello piantato nello stomaco del dottore, simbolo di un regalo materno. Così Viviane si muove velocemente in preda alla follia e all’unica certezza rimastale, che prima o poi la polizia verrà a prenderla. Lo spazio non è più la Parigi degli Champs-Elysees e dei Grands Boulevards, ma dei quartieri periferici popolati dai bazar orientali. La Parigi di Viviane è reale, descritta minuziosamente in ogni rue, in ogni fermata del metro e nel Parisien che puntualmente legge per gli aggiornamenti sull’indagine. È una scrittura leggera, contornata dei dettagli più superficiali eppure così essenziali come solo una penna femminile può regalarci. In questa geografia la protagonista si mette a pedinare quelli che di volta in volta vengono additati come possibili assassini. Prima l’amante del dottore, poi la vedova e ancora un paziente con la fedina penale sporca. Questa donna sta facendo a pezzi la propria identità nel modo più brutale possibile, di pari passo con l’incedere in lei di una follia sempre più salvifica.

Viviane in questo tempo non ha fatto nulla per allontanare da lei i sospetti, eppure la polizia ha altri indagati. Quando, dopo una forte crisi, viene ricoverata all’Hotel-Dieu e riempita di psicofarmaci, il legame con la realtà si fa ancora più sottile ma è di nuovo la sua condizione di figlia e di madre che la tengono cosciente. “Di una cosa però ti ricordi, tua figlia. Sei quasi certa di avere una figlia. Di conseguenza hai anche una madre. Di loro due sì che ti ricordi”. In questo luogo, ormai assuefatta ai farmaci, è capace di confessare l’omicidio ma ancora una volta viene ignorata dalla polizia, che finisce per arrestare Pascal Planche, altro paziente del dottore. Viviane esce con in mano una cartella clinica con cui fa una barchetta da gettare nel bacino della Villette. Questo perché la patologia descritta dalla Deck non vuole essere scientifica, bensì letteraria. È Beckett, citato in epigrafe, il suo riferimento, non i manuali di psicologia che pure conosce. La malattia di Viviane affonda le sue radici nella solitudine in cui questa vive il suo delirio interiore. Così come nell’Innominabile, si assiste ad un soliloquio estremamente lucido ma invisibile, tanto che nemmeno la polizia prende in considerazione la sua confessione. Viviane è un personaggio tanto malato di nervi quanto immerso in un isolamento totale. Il lettore non ha il compito di capire la logica dei fatti, quanto di portare alla luce ciò che nessun personaggio del romanzo è stato capace di fare, penetrare l’invisibilità di Viviane.


Sara Vergari è nata a Firenze il 25 Maggio 1995. Attualmente studia Lettere Moderne presso l’Università di Firenze e collabora con Lungarno. È irrimediabilmente devota a due sole attività: leggere e viaggiare. La letteratura per interpretare la vita e il viaggio per sentirla scorrere in sé.

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