[TraDueMondi] La partecipazione dei lavoratori: potenzialità ed ambiguità

– Angela Rauseo –

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Assemblea di lavoratori alla Breda Siderurgica (1971). Fondo Loconsolo, Archivio del Lavoro, Sesto San Giovanni.

[Continua Tra Due Mondi, il focus tematico sulla storia economica e sociale italiana, ogni due venerdì su 404. Per chi si fosse perso le precedenti puntate, è possibile recuperarle qui. Segnalazioni e proposte di nuovi articoli sono, come al solito, ben accette.]

Il tema della partecipazione dei lavoratori (nell’impresa e nel sistema di relazioni industriali) sembra essere tornato sotto i riflettori del dibattito politico italiano a partire da una serie di determinanti, fra cui i cosiddetti fattori di crisi. Anche i continui spostamenti di una certa “transnational capitalist class”,1 libera di muovere continuamente il capitale a livello geografico,2 contribuiscono ad imprimere trasformazioni – spesso critiche – sui sistemi di relazioni industriali di livello nazionale. In effetti, un rinnovato ricorso all’istituto della partecipazione, in una fase storica di hard times, viene individuato dalla narrazione politica del centro-sinistra italiano come una delle soluzioni da perseguire in un clima di (apparente) condivisione rispetto all’esigenza di superamento di “vecchie” sfiducie, ancorate ai paradigmi del secolo scorso.

Nel quadro della new European economic governance questo discorso vorrebbe riequilibrare il baricentro della contrapposizione di interessi fra management e labour. Ma quali sono le ambiguità o i rischi collegati alla diffusione di prassi di partecipazione? Come dovrebbe essere declinata la partecipazione all’interno di un’impresa globalizzata e trasformata nei modi di produzione ed organizzazione? Come può essere concepita la democrazia industriale 2.0 nell’era del post-fordismo?
Sembra fisiologico manifestare qualche dubbio sul fatto che la “democrazia industriale” sia ancora in grado di mantenere in modo coerente quelle promesse di partecipazione, solidarietà ed eguaglianza, maturate durante il Novecento. A partire dall’esperienza della costituzione di Weimar, il nesso fra democrazia politica e democrazia economica si è diffuso in quasi tutta Europa fino a configurare uno scenario per il quale la democrazia o si sarebbe dovuta evolvere nella sfera economica e industriale o non avrebbe potuto pretendere di definirsi tale. La cittadinanza non si limitava soltanto ai soli diritti civili e politici, infatti, ma si sviluppava anche nella sfera economica e sociale, oltrepassando “i cancelli della fabbrica” per giungere ad uno spazio, quello di lavoro, da intendersi come  zona “liberata”.

Prima di richiamare brevemente alcuni dei passaggi focali relativi alla partecipazione nel sistema di relazioni industriali in Italia, un tentativo di definizione dello stesso concetto di partecipazione appare necessaria. Quando si parla di “partecipazione” dei lavoratori si fa riferimento all’aspirazione della parte debole e subordinata del contratto, i lavoratori, a “prendere parte”,  all’interno della classica contrapposizione fra capitale e lavoro,3 a qualcosa in cui sono coinvolti in maniera insufficiente o da cui sono completamente esclusi. Ciò può avvenire anche attraverso le lotte.

In questa prospettiva, il concetto di partecipazione si fonda su una opposizione nel governo dell’impresa, dell’industria e dell’economia, che non potrebbe diventare governo delle stesse e dovrà restare sempre tale.4 L’aspirazione da parte dei lavoratori a prendere parte a qualcosa, ma non al tutto, configura, allo stesso tempo, la natura subordinata del rapporto di lavoro, laddove la partecipazione alla formazione delle regole contribuisce ad accrescere la “libertà” e la dignità dei lavoratori subordinati. In questo risiede la dimensione della cosiddetta democrazia industriale. L’ambiguità di questo istituto, tuttavia, risiede nella sua declinazione in termini di attività di cooperazione o collaborazione e di prassi conflittuali di rivendicazione. Se la prima delle due richiama il perseguimento dello stesso obiettivo (la produzione) da parte del datore e dei lavoratori, il secondo insiste sulla divergenza degli interessi delle due parti.

Nell’esperienza italiana assume una notevole rilevanza l’articolo 46 della Costituzione, il quale stabilisce che “ai fini dell’elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi alla gestione delle aziende”. Seppur rimasto inattuato, questo articolo apre una stagione, quella della fabbrica fordista, durante la quale le esigenze di ripresa della produzione e la spinta propulsiva del movimento dei lavoratori avevano contribuito allo sviluppo dei consigli di gestione. Nati come organismi di “collaborazione”, i consigli non ressero alla situazione che venne a crearsi con la scissione del sindacato unitario CGIL avvenuta nel 1948.5 Questi venivano concepiti come organismi di un “sistema istituzionale” di governo dell’economia e ad essi venivano riconosciuti funzioni che li configurava come una sorta di cellula di un sistema di programmazione economica.

In altri paesi, come la Germania, veniva istituita la cogestione, incentrata sulla formalizzazione di una struttura di gestione mista. Di diverso stampo erano gli organismi partecipativi misti, quali i Comité d’entreprises francesi, nei quali si perseguiva lo scopo di incentivare la produttività attraverso un clima generale di solidarietà sollecitato dalle esigenze della ricostruzione post-bellica. Questi organi di rappresentanza, tuttavia, negli anni successivi videro diminuire la loro efficacia, lasciando spazio a organi più conflittuali e di tipo extra-aziendale.

Con l’avvento delle lotte sindacali degli anni Settanta ha inizio una nuova fase per l’istituto della partecipazione, aprendo un periodo di intensa attività legislativa, soprattutto nell’ordinamento italiano (si pensi al Titolo II “Della libertà sindacale” della legge n. 300 del 20 maggio 1970). Lo spostamento del conflitto sindacale dal centro alla periferia dei sistemi di relazioni industriali, caratterizzato da spontaneismo sindacale e incremento della conflittualità a livello d’impresa, aveva stimolato la ricerca di nuove forme di legittimazione del potere nelle imprese.

In quei caldi autunni, si sviluppa un interessante dibattito sulla democrazia industriale, incentrato su due condizioni: da un lato una forte spinta rivendicativa di livello aziendale su temi non solo salariali, dall’altro la proposizione di piattaforme rivendicative di notevole rilevanza politico-sociale. In questa fase, per esempio, vengono maturati i diritti di informazione sindacale, introdotti a partire dal 1976 in alcuni contratti collettivi dell’industria.6

Gli anni Ottanta segnano una fase di trasformazione dei diritti di informazione e consultazione sindacale improntata su orientamenti partecipativi in sostituzione alle tendenze conflittuali precedenti. Infatti, la situazione economica critica dei primi anni Ottanta aveva messo in evidenza i limiti di un modello di partecipazione che veniva tradotto soltanto in pratiche di contrattazione collettiva (del tutto differente rispetto all’istituto della partecipazione) e che non concedeva ai lavoratori più potere di influenzare le scelte aziendali. Questi, infatti, assumevano un carattere meno conflittuale, anche a causa di una tendenziale ripresa economica. L’idea di partecipazione “nella” impresa continua ad essere affiancata a quella di controllo sindacale “esterno” sulla gestione delle imprese. Questa tendenza veniva inaugurata dal protocollo IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) del 1984 che riguardava le imprese a partecipazione statale. Questo prevedeva procedure di informazione e consultazione dei sindacati sugli indirizzi di politica industriale, economica ed occupazionale attraverso l’istituzione a più livelli (di settore, di azienda, di gruppo, di territorio) di comitati consultivi paritetici formati da rappresentanti delle strutture aziendali e rappresentanti sindacali designati da CGIL, CISL e  UIL. La formula del protocollo appariva innovativa, in quanto sembrava in grado di avvicinare il sindacato italiano all’idea di reciprocità di vincoli e responsabilità necessaria affinchè si abbia partecipazione in senso “normativo”.7

In altri termini il ricorso al protocollo significava aprire il campo a provvedimenti legislativi che avrebbero promosso l’adozione di modalità decisionali che ruotassero intorno ad una decisione comune ed imputabile ad entrambe le parti.

In tempi recenti, una spinta propulsiva alla partecipazione proviene dalla legislazione europea, la quale definisce la partecipazione in termini di involvement dei lavoratori nell’esercizio dei diritti di informazione e consultazione (Direttiva 2002/14/CE che stabilisce un quadro generale sulla informazione e consultazione dei lavoratori). Rilevante è l’inserimento di queste prassi all’interno del cosiddetto processo di decision-making all’interno dell’impresa. Soprattutto in riferimento ai citati diritti e alla legislazione in merito di Comitati Aziendali Europei (Direttiva 2009/38/CE), non sembra possibile rintracciare in Italia un’applicazione di quelle disposizioni che non vada oltre il semplice “copia-incolla”.8

L’influenza dell’ordinamento sovranazionale sul discorso politico relativo alle tendenze industriali italiane sembra confermare un’opinione comune e condivisa sull’opportunità di ripuntare i fari sull’istituto della partecipazione, inteso come un’attività utile a ridurre le complessità derivanti dalla flessibilizzazione del mercato del lavoro italiano.

Per concludere, più di un dubbio permane sulla genuinità delle prassi partecipative del presente: nate dalla necessità di una collaborazione che possiede al suo interno un nucleo di conflitto dialettico, il timore è che queste vengano implementate forzatamente a causa del ricatto dalla crisi, smussando quella che a monte, tra datore di lavoro e lavoratore, rimane marxianamente una fisiologica divergenza di interessi fra le parti.

1 L. Gallino, L’impresa irresponsabile, Einaudi, 2005.

2 D. Harvey, Seventeen contradictions and the end of Capitalism, Verso Books, London, 2014.

3 M. Pedrazzoli, Democrazia industriale e subordinazione, Giuffré Milano, 1985.

4 H. Clegg, Industrial Democracy and Nationalisation, Oxford, Blackwell 1951.

5 P. Craveri, Sindacato e istituzioni nel dopoguerra, Bologna 1976.

6 M. D’Antona, La partecipazione dei lavoratori nella gestione d’impresa, voce Enciclopedia Giuridica Treccani, 1990.

7 M. D’Antona, ibidem, p. 4.

8 Per un approfondimento si veda: A. Alaimo, Il coinvolgimento dei lavoratori nell’impresa: informazione, consultazione e partecipazione, in S. Sciarra e B. Caruso, (a cura di), Il lavoro subordinato, Giappichelli, 2009.


Angela Rauseo è dottoranda in diritto del lavoro e relazioni industriali presso l’Università di Modena e Reggio Emilia.

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