Il TweetGlossario di #CaLibro 2016

Come ormai avrete capito, siamo stati a Città di Castello durante CaLibro 2016 – e ce ne siamo innamorati.
Per la bellezza e la varietà degli interventi, e per la loro qualità; per le mangiate di cinghiale (perché “in Umbria il cinghiale è considerato un contorno leggero”); e per la compagnia. CaLibro ha infatti permesso a noi  (Silvia Costantino, Carolina Coriani, Marco Mongelli), a Lavoro Culturale (Massimiliano Coviello, Maria Teresa Grillo e Giulia Romanin Jacur) e a La Balena Bianca (Giacomo Raccis) di lavorare assieme, seguendo gli eventi e facendone un live tweet serrato e diversificato. Non abbiamo modo di riprodurre l’atmosfera del festival, ma vogliamo provare almeno a restituirvi un’idea del fermento e dello scambio che hanno ravvivato Città di Castello dal 31 marzo al 3 aprile 2016.

Screenshot (24)_edited

[attenzione: per questioni tecniche non ci è possibile pubblicare online tutto lo storify. Ci limitiamo alle voci del TweetGlossario, e vi invitiamo a consultare la pagina originale]


Arte del Comporre

Peculiarità di CaLibro è la capacità di intrecciare arti, discorsi e saperi differenti in un mosaico che l’etichetta di festival finisce quasi per sminuire. Splendida metafora di quest’arte di (ri)comporre tra loro elementi diversi è la tipografia, monumento su cui Città di Castello ha costruito parte della sua storia culturale ed economica. Gianni Ottaviani conduce la Tipografia Grifani Donati, fondata nel 1799, preservando conoscenze e tecniche ormai abbandonate nella convinzione che tutto questo possa valere qualcosa.
Michele Mari, quando incontrò Ottaviani due anni fa, seppe vedere nei suoi gesti e nei suoi strumenti il crisma dell’arte: nasce così l’idea di intrecciare i rispettivi attrezzi del mestiere per dar vita a una composizione unica, una poesia originale, pensata per l’occasione.
Il suono metallico dei caratteri che vengono accostati sulla lastra diventa il correlativo oggettivo di quella musica mentale che il poeta deve saper sentire quando crea. Alla fine, non c’è neanche bisogno di usare la voce per “dire” la composizione, perché il senso sta tutto in questa muta sintonia tra mano e mente, perché «niente in prosa vale, né in poesia / senza il comporre tuo, tipografia».

Copertina

Il libro è anche un oggetto materiale. Ce lo ricordano, in modi diversi, sia la tipografia Grifani Donati con i suoi caratteri mobili sia Riccardo Falcinelli, che preferisce la definizione di “grafico” a quella di “visual designer”. E non solo materiale: occupandosi di copertine, infatti, Falcinelli espone la sua visione della faccenda.
Per lui le copertine sono anche oggetti sociali – nel senso che non possono prescindere dal pubblico cui si rivolgono e dalla società all’interno della quale sono create – e mentali, che rimangono impressi e, per alcuni lettori, perennemente associati ai libri stessi.
Tre sono le domande che ogni grafico dovrebbe porsi: qual è la ragione per cui quel libro deve essere letto, il suo punto di forza; quale la sua debolezza; quale ipotesi di vendita si pone. Attraverso questi elementi il grafico sceglie la propria strategia comunicativa, tenendo a mente che il suo obiettivo è raccontare qualcosa a un pubblico sempre competente più che esprimere se stesso – dire qualcosa di diverso con i codici che tutti conoscono più che inventarne di nuovi. Cosa hanno in comune il faccione della Gioconda ne Il codice Da Vinci di Dan Brown e la prima copertina de La storia di Elsa Morante? Solo il supporto, probabilmente. Perché i lettori a cui parlano sono diversi.

Donne

Dal “gineceo narrativo” di Michela Murgia alle Medichesse di Erika Maderna, fino alle poetesse presenti negli appartamenti, il tema del femminile ha serpeggiato come un torrente sotterraneo durante tutto il festival. Se la Murgia, partendo dalla presentazione del suo Chirù, è arrivata a toccare temi caldissimi e dibattuti come la maternità surrogata o il diritto all’aborto, la rassegna sulle donne e la medicina ha messo in luce le differenze tra la percezione di una medicina maschile, più autorevole, considerata come scientifica, legittima e una medicina femminile, legata ai riti del corpo e del canto e a un’interiorità quasi magica, affascinante ma facilmente delegittimabile (il potere delle streghe, l’alchimia tramutata in cosmesi). Erika Maderna voleva mostrarci il potere “diverso” in positivo delle donne, ma soprattutto è riuscita a evidenziare quanto diverse venissero considerate le donne che provavano ad avere accesso alla scienza. Quasi a sottolineare, volenti o nolenti, che il doppio standard ha origini antiche, e che non sempre l’immenso potere attribuito ad alcune delle numerose donne passate in rassegna coincideva con altrettanta fortuna.
Una forte corporeità si avverte anche nelle poesie lette dalle donne presenti negli appartamenti sfitti di Ai Versi Domiciliari, come a rimarcare forse, ancora una volta, che il sapere femminile passa dall’esperienza – esperienza di sé, delle proprie sensazioni -, ma questa volta la voce magica è lì a riappropriarsi del potere, e a dichiararlo con forza e con piena coscienza del proprio valore. Da una crepa, da una Osnabruck stregata, sempre alla ricerca della misura del mondo.

Fuga

Nell’ampio spettro di forme e contenuti che CaLibro ha coperto quest’anno (cfr. la voce “Trasversalità”) trovano posto – agli antipodi di un’ipotetica scala –“Le avventure del Cannibale e del Pirata. Storie, eroi e libri di ciclismo” da un lato e “Libri in fuga! Un accampamento di racconti dal mondo” dall’altro. A unirli una parola, fuga, che nei due ambiti – il ciclismo e le migrazioni – può rivestirsi di toni epici e drammatici, seppur al di qua e al di là della metafora.
«Solo nel ciclismo la fuga non è considerata un atto di viltà ma un atto di coraggio» ha detto Marco Pastonesi (autore di Pantani era un dio) durante l’incontro. Ci permettiamo di integrare: a pensarci bene, anche scappare dalla violenza e dalla miseria dei luoghi natii per trovare un posto migliore in cui vivere è un atto di coraggio e di volontà per noi impressionante. Insieme ai propri corpi i migranti portano con sé le loro storie, i loro libri: raccontandoseli, e raccontandoceli, comunicano la propria esperienza e trasmettono, attraverso l’universalità delle fiabe, l’universalità imprescindibile della condizione umana.
Essendo la cosa più seria tra le cose non serie lo sport può anche rappresentare un microcosmo artificiale che riflette e rifrange sentimenti ed esperienze reali. La fuga del ciclista è un potente simbolo di tenacia e dolore: si può scattare, andare in fuga, per rendere più breve l’agonia (come faceva Pantani in salita), o per mettere a nudo gli avversari con l’implacabilità e la protervia di un predestinato (come faceva Eddy Merckx, splendidamente descritto da Claudio Gregori nel suo Il figlio del tuono); la fuga può essere il viatico per il Trionfo (a qualsiasi latitudine, Désiré Kaboré insegna) o per la Disfatta (chiedere a Johan Van der Velde).
Nei discorsi a molte voci dei ciclomaniaci e nell’articolata e splendida performance dei Libri in Fuga abbiamo imparato a rispettare la fuga, e ad amare chi fugge.

Gastrofilosofia

Possiamo ragionare sul mondo e sulla vita mentre ci prepariamo la cena, mescolando ingredienti a pensieri? Stando a Ricette umorali di Isabella Pedicini (che ha fatto anche il bis) le due cose non sono affatto disgiunte, e di fronte al cibo si svelano i più profondi – e ironici – drammi umani. Un vero e proprio trattato gastrofilosofico, il suo. Ne avevamo proprio bisogno, tra tutti i libri patinati di cuochi e cuoche più o meno stellati che affollano gli scaffali? Decisamente: sì.

Luce

Luce che penetra dalle finestre spalancate all’interno dei muri sfitti di Città di Castello. In questa domenica pomeriggio sei appartamenti sono abitati dalla parola poetica. Lo sfondo: luce nel pomeriggio. Il sottofondo: brusio della gente a passeggio per le strade.
Le parole sono lette da chi le ha scritte, dai poeti; otto minuti a disposizione per ciascuno: Azzurra d’Agostino, Vincenzo Ostuni, Elisa Biagini, Mariagiorgia Ulbar, Francesco Targhetta e Franco Buffoni. Ognuno ha una sua voce e crea nell’uditore un’intimità – un’intimità diversa, declinata a seconda della posizione della poetessa o del poeta nella stanza, dell’angolazione che prende la luce, del ritmo che prende la parola.
Dopo il festival torno a casa con la sensazione di aver conosciuto per alcuni istanti, abitato per poco tempo, afferrato i frammenti di vita, i frammenti di vita di una città.

Militanza

CaLibro è un festival nato dal basso, dai giovani membri dell’Associazione culturale il Fondino che a un certo punto hanno deciso di provare a trasformare, per alcuni giorni all’anno, la loro Città di Castello in un crocevia di percorsi ed esperienze del mondo del libro e della cultura. E di farlo senza tema di proporre le scelte personali e impegnate: come quella di incentrare il calendario del festival su un laboratorio dedicato ai bambini e all’educazione all’accoglienza (Libri in fuga è infatti il miglior modo per spiegare le difficoltà del viaggio dei profughi e il bisogno di una spontanea solidarietà).
La prima scommessa vinta è stata quella di aver portato il pubblico tifernate a condividere questa iniziativa e a farla propria. Le persone di Castello e dintorni non si sono fatte spaventare dalle scelte non scontate degli organizzatori (si pensi alle diverse iniziative dedicate quest’anno alla poesia) e anzi hanno deciso di mettersi in ascolto, fidandosi di chi da ormai quattro anni porta in città il meglio del panorama italiano e straniero.
In un clima del genere è naturale che anche gli ospiti trovino un humus adeguato a un discorso che travalichi la semplice promozione dei libri e accettino la sfida prendendo posizione, rivelando le ragioni profonde che stanno alla base del loro mestiere e delle loro scelte: da Riccardo Falcinelli che spiega la copertina di un libro come strumento di un’interazione sociale e quasi politica, oltreché estetica, tra autore e lettore, a Michela Murgia che indirizza volentieri il discorso sui suoi libri (Accabadora o Chirù) sui binari del dibattito civile, della discussione sui rapporti di potere e sull’influenza che la letteratura, in quanto discorso, può esercitare.
Un’ultima menzione in questo non consueto scenario di impegno spetta alle riviste, alfiere di una militanza che per i quattro giorni del festival si è spostata dalle pagine dei blog alle sale degli incontri, confortata dalla sensazione, rara e bellissima, di aver trovato degli interlocutori con cui portare avanti un discorso nei mesi che separano dalla prossima edizione di CaLibro.

Presenze

Due sedie, un pianoforte a coda e un telo bianco: dal palco del Teatro degli Illuminati riparte CaLibro. Sulle sedie sono appoggiati i libri di Filippo Tuena, sul telo appare il volto sorridente e sgranato di Mathias Énard. A causa di un problema familiare lo scrittore francese non ci ha raggiunto a Città di Castello e ha affidato a Skype la sua presenza, seppur per un breve saluto. I limiti della connessione e il fuori sincrono tra le parole e le immagini mi hanno ricordato le sequenze di Francofonia in cui il regista Alexsadr Sokurov tenta, spesso invano, di mettersi in contatto con il capitano di un mercantile, carico di opere d’arte, che sfida la tempesta. I viaggi, le tragedie e gli incontri con cui lo scrittore di Vie dei Ladri e di Zona ha popolato il Mediterraneo si legano così ai destini di un film che continuamente riannoda i fili della storia degli uomini e delle arti, alla ricerca di una cultura europea ancora da costruire.
Durante la serata, la presenza in differita di Énard dialoga con i fantasmi che abitano le pagine dei romanzi di Filippo Tuena. A detta di quest’ultimo gli scrittori sono come rabdomanti che vanno alla ricerca di storie. Ma, in fin dei conti, sono personaggi incompiuti quelli che reclamano la penna dello scrittore. Ecco allora che le pagine dei romanzi di Tuena si popolano di voci spettrali: quelle che raccontano le gesta di illustri pittori (Michelangelo. La grande ombra) o di avventurieri gentiluomini sepolti dai ghiacci dell’Antartide (Ultimo parallelo) e infine quelle che ossessionano i musicisti (Memoriali sul caso Schumann).
In una serata affollata dagli spettri, al sussurrio delle voci fanno eco le “Variazioni del fantasma” che Schumann ricevette in sogno dal fantasma di Schubert.

Sentimenti

Antonio Pascale si affaccia sul proscenio del teatro di Castello da solo, insieme a un leggìo e a una sedia, tanto gli occorre per presentare il secondo atto della sua trilogia letteraria dedicata ai sentimenti.
Non un dialogo autore-critico, non l’illustrazione di trame e personaggi, non un reading, il suo è piuttosto un vero e proprio spettacolo, l’idea quella di far affiorare la riflessione che scorre sotterranea a Le aggravanti sentimentali (Einaudi, 2016). Le domande sottese al libro, scopriamo, sono tante, e attraverso autobiografia, letteratura, filosofia e scienza Pascale procede dilemmatico dall’una all’altra in una quête senza direzioni né risposte certe, forte tuttavia proprio di questa sua natura errabonda. Dalle citazioni sbagliate di Fromm all’amore opportunistico di Adamo ed Eva secondo Twain, dall’Eros come ascesa verso la bellezza in Platone alla dura vita del pavone descritta da Darwin, tutto porta a chiedersi: siamo liberi e padroni dei nostri sentimenti, o sono i sentimenti a dominare noi? La ragione guida le nostre scelte, o altro non è che un ufficio stampa cui demandiamo di giustificarle a posteriori? E tutti quegli schemi astratti, quegli amori ideali e ideali d’amore, che senso hanno, se davvero i sentimenti sono variabili dipendenti?
Forse la chiave sta, quasi banalmente, nella fragilità dell’essere umano che si ribella alla morte e nel cinismo di Schopenhauer per il quale tutti gli intrighi amorosi, in fin dei conti, hanno come scopo la creazione di una nuova generazione: tutto il resto sono solo aggravanti.

Trasversalità

Quattro giorni che hanno coinvolto strati di pubblico eterogeneo. Oltre agli organizzatori tifernati e agli ospiti rinomati, protagonisti sono stati i bimbi dell’asilo e delle elementari che hanno ascoltato ammaliati L’albero azzurro dello scrittore iraniano Amin Hassanzadeh Sharif e Ajdar di Marjane Satrapi nell’accampamento di Palazzo Bufalini, i ragazzi delle scuole superiori che hanno gestito il profili sui social network del festival e assistito alla lezione del grafico Riccardo Falcinelli, i fotografi che hanno partecipato al concorso #Scattidilettura, i ballerini di breakdance della festa “Il rap spiegato ai bianchi”, i lettori di Michela Murgia, gli operatori culturali che gravitano su Mantova, Siena, Milano, Bologna, Firenze e Roma.
Calibro è un festival in espansione!

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. cristinadipietro ha detto:

    Non conoscevo questo festival, anche il modo in cui avete scelto di raccontarlo è stato molto interessante.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...