[SSdP] Domestici, non addomesticabili. Anatomia dei folletti per principianti

– Francesca Matteoni –

Ritorna il Sublime Simposio del Potere, che con la seconda edizione si consacra come appuntamento fisso. Quest’anno ci siamo dati un tema: i topoi del fantasy. Ci siamo incontrati il 23 gennaio alla Cité, a Firenze, per quattro ore in tanti altri mondi. Eravamo dieci a parlare: Silvia Costantino, Francesco D’Isa, Giovanni De Feo, Vincenzo Marasco, Francesca Matteoni, Edoardo Rialti, Vanni Santoni, Matteo Strukul, Sergio Vivaldi.

Qui trovate tutti gli interventi precedenti, per arrivare preparati all’anno prossimo.

Questo testo, in una versione riveduta, fa parte del libro Di tutti i mondi possibili, pubblicato da effequ.

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Pascal Moguérou, Folletto

 

Su per le cime ventose,
o giù nelle forre di giunchi,
noi non osiamo cacciare
temiamo i piccoli omini;
minuscoli esseri buoni,
che tutti assieme se n’vanno;
verde la giacca, rosso il berretto,
e bianca la penna di gufo!

WILLIAM ALLINGHAM

Folate di vento: origini, nomi e apparenze

Folletto, follia, folata di vento, natura instabile e infine… spirito fanciullesco. E come il vento e la follia, non si possono davvero afferrare, incasellare e mettere a posto una volta per tutte, i folletti. Si può però cominciare da questo fallimento, spiegando che la difficoltà di classificare i folletti deriva dal loro vivere ovunque – non esiste popolo terrestre che non abbia il suo folletto, così come non esiste popolo che non pianga o tema i suoi morti prematuri o che riconosca negli eventi e nelle bizzarrie della natura un’intelligenza altra, con un proprio ordine morale per quanto capriccioso. Ipotizzando una rapida categorizzazione dei folletti questi si dividono in

1. spiriti della terra

2. esseri mutanti, residuali, ultima traccia di popoli scomparsi

3. numi tutelari della casa collegati al culto degli antenati

4. bambini morti o mai venuti al mondo

Le quattro categorie si mescolano l’una nell’altra, confondendo i tratti dei folletti selvaggi con quelli dei loro simili domestici. Così il Brownie scozzese, mite spirito della casa, può trasformarsi nello scontroso Boggart correndo via nelle brughiere. E chissà se Stevenson non ne trasse ispirazione, scrivendo del buon Dottor Jekyll e del suo irrefrenabile, amorale alter ego, Mr Hyde. Tenendo conto di queste diverse origini si può provare a tratteggiare la fisionomia del folletto. Di piccola statura, ma non minuscolo, alto poche decine di centimetri o come un infante; ha pelle verde oppure brunita dal sole; il viso solcato da rughe profonde oppure ingenuo e beffardo come quello di un ragazzino; arti spropositati e incongruenze fisiche, quali orecchie lunghe, naso eccessivamente camuso, bocca larga, ma anche assente, come in stranissimi folletti dei mulini, piedi caprini; nudo e peloso oppure coperto di stracci variopinti e immancabile berretto. A quest’aspetto di mendicante giullaresco si contrappone il Leprecauno irlandese, irascibile e vestito di tutto punto, uno dei pochi della sua specie ad avere una professione – è un ciabattino, ma sa aggiustare solo una scarpa per volta. Ha un tricorno, scarpe con tacco e fibbia, giacca di velluto e calze di lusso ed è proprio lui il guardiano della pentola d’oro che appare alla fine dell’arcobaleno.

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Claudine e Roland Sabatier, Folletto acquatico

Ciò che accomuna tutti i folletti è l’emergere di caratteri contrastanti nelle loro persone: vecchissimi e imberbi, appassionati fino a perdere la ragione e custodi di segreti. Restando solo in Europa e provando a nominarne alcuni troviamo i pixie inglesi; gli spriggan della Cornovaglia; i trow delle Orkney e delle Shetland; i lutin francesi; il domovoj slavo; il nisse o tomte scandinavo; i kallikantzaroi greci, sinistramente legati al Natale; il coboldo germanico e in Italia da Nord a Sud, servan delle Alpi che badano ai pascoli, salvanelli veneti, baffardelli dispettosi della Garfagnana, munacielli campani, addobbati proprio come piccoli frati rubicondi, farfareddi siciliani. Pierre Dubois negli anni Novanta del secolo appena concluso ha compilato un’enciclopedia mondiale dei folletti, spaziando fino al Sud America e alle profondità oceaniche e accompagnato dalle illustrazioni di Claudine e Roland Sabatier, una mescolanza riuscita di tratti grotteschi e buffi, da cui possono spuntare, per lo sgomento dell’osservatore, lame, artigli, bocche dentate niente affatto incoraggianti.

Definiti spesso dalla domesticità, quali spiriti guardiani della casa o delle attività umane, lo sono altrettanto dalla morte: un’esistenza da folletto è infatti il destino dei bambini scomparsi prematuramente e ancora legati alla dimensione terrena. Per questo spesso si aggirano nelle case, pur restando ribelli e imperscrutabili, vagano nei luoghi che hanno conosciuto, ne divengono i protettori… oppure i persecutori degli umani che vi risiedono. La loro origine spiega anche l’antica saggezza dietro i volti infantili: mantengono infatti l’aspetto che avevano nel mondo umano, ma possono vivere per secoli. La fonte più ricca sul rapporto fra morte, bambini e spiriti-folletto è ancora The Nordic Dead Children Tradition, tesi di laurea del professore finlandese Juha Pentikäinen, pubblicata alla fine degli Anni Sessanta. Introvabile, la si può consultare nelle biblioteche: ho sperato molto, quando mi persi dentro questo libro nella British Library, che un qualche folletto bibliomane e di indole affabile, lo trasferisse magicamente nella mia borsa giù al guardaroba! E, per smentire chi pensa di relegare i folletti a un insignificante argomento folklorico, occorre ricordare che il folklore nasce quasi sempre dalle più profonde, insanabili angosce umane.
L’incomprensione, per non dire il rifiuto, provato davanti a bambini affetti da qualche forma di disabilità, trova voce nel mito del changeling, il folletto messo dalle fate mettono nella culla al posto dell’umano, che portano via per rinvigorire la loro stirpe crepuscolare. L’autismo, le disabilità, i problemi della sfera del linguaggio potevano essere interpretati ricorrendo a una formula brutale: “Gli assomiglia, ma non è figlio mio”. Dalla credenza ai fatti: non abbondano, eppure sono presenti nei documenti storici, casi di infanti affogati, abbandonati nel bosco a morire, nella speranza folle delle madri, dei padri, delle nonne di riavere il bambino originale, sicuramente rapito da creature ultramundane. A livello simbolico il bambino scambiato, mutato in folletto, mostra le ansie dei genitori, degli adulti davanti a quanto esula dalla cosiddetta norma, davanti soprattutto alla novità e la stranezza incarnate nell’ignaro che viene al mondo1.

Manifestazioni della natura o dei morti, delle turbolenze dell’infanzia o dell’adolescenza, di popoli raminghi nel sottobosco, i folletti sono quel qualcosa di meraviglioso e perduto che ricerchiamo, che ci sembra di aver intravisto un giorno, proprio lì, tra la luce fioca sul comodino e le ombre feroci proiettate sulle pareti, tra l’uscio di casa e il prurito dell’erba. A frotte o solitari, come avrebbe scritto William Butler Yeats, vestiti di verde o con cappucci rosso sangue, escono dagli enigmi del quotidiano, pura sostanza magica per chi crede che nulla è certo, che sui bordi dell’esistenza si annidano i corpi sgraziati, indomabili, danzanti delle nostre immaginazioni.

Trasformazioni letterarie: la romanticizzazione di Puck

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Arthur Rackham, Il mercato dei folletti

Katherine Briggs è un nome noto a chiunque si sia avventurato tra fate, spiriti silvani e folletti. La grande folklorista inglese è colei che ha trattato in maniera dettagliata e soprattutto mirata, di queste creature che dimorano sui confini, dove la luce è pallida e soffusa, ma non si arrende al buio, dove si incontrano capriccio e desiderio, fatalità e malinconia. Proprio ispirandosi alla malinconia e alla sua lunga fama nell’Inghilterra moderna, ha scritto The Anatomy of Puck, che parafrasa il capolavoro seicentesco di Robert Burton, The Anatomy of Melancholy. La somiglianza risiede proprio nella varietà degli aspetti della strana malattia – che a volte malattia non è, ma eccesso d’amore o d’immaginazione, solitudine dello studioso – che corrispondono alle molte variabili in forma e sostanza dei parenti del personaggio shakespeariano. Dall’animalesco Pan all’imprendibile Puck, da Puck fatto di sogno ad alcuni folletti di secoli recenti su cui mi interessa fermarmi, l’indole volubile dello spirito lascia emergere stati d’animo e languori tutti umani, che dalla sfera sociale si spostano in quella intima e personale. Penso a Trilby, il folletto d’Argail raccontato da Charles Nodier nei primi decenni dell’Ottocento, un vero e proprio eroe romantico innamorato di un’umana, padrona della casa dove dimora.
La domesticità del folletto si rinnova in un vincolo affatto diverso dai precedenti: non trasformazione di una vita trascorsa e conclusa o legame di sangue improvvisamente reciso con chi vi abita, ma un’ossessione che fa di Trilby un infelice cantastorie. È Trilby l’antenato del Munaciello di Napoli di Anna Maria Ortese, che si rifugia dentro un armadio e conduce, come tutti i munacielli, una vita dissennata quando non è impegnato a far dispetti in casa. È di fondo tuttavia uno spirito incompreso, più adolescente (sebbene chissà da quanti decenni), che creatura di un vicino altrove. Ma gli adolescenti non sono loro stessi una terra altra, inesplorabile, sebbene tutti l’attraversiamo?

Giovane e inquieta è anche una delle due protagoniste del poemetto di Christina Georgina Rossetti, The Goblin Market, Il mercato dei folletti, scritto nella primavera del 1859.

“Non dobbiamo guardare i folletti
Non dobbiamo comprare i loro frutti
Chissà su quale terreno nutrirono
Le loro avide radici fameliche?”
“Vieni e compra”, chiamano i folletti
Zoppicando giù per la valle.

Dice Laura alla sorella Lizzie, ma è poi lei stessa a cedere, comprare i frutti, mangiarne. Ed è noto: mangiare il cibo delle fate è come mangiare il cibo dei morti, esserne gradualmente consumati mentre si è vivi. Niente più la sazia, niente la rallegra: cade in una febbre fatale da cui solo il sacrificio e l’amore di Lizzie riescono infine a salvarla. I folletti sono qui piccoli demoni tentatori, una passione frenetica che non alimenta, ma divora.

Al principio del Novecento, grazie a Rudyard Kipling ricompare la nostra vecchia conoscenza shakespeariana nel libro Puck of Pook’s Hill (La collina di Puck), dove lo spirito ha dismesso i panni del servitore poco affidabile della corte fatata e perfino certe sue abitudini da monello. Ultimo rimasto della sua stirpe, giura sulla Quercia, il Frassino e il Biancospino, e dice di sé stesso di essere «la cosa più antica d’Inghilterra». C’è in questo nuovo Puck sia una chiaro sentimento del paesaggio e della terra, che quel mito della Vecchia Inghilterra, di un vagheggiato, tradizionale mondo rurale e armonico, mai davvero esistito, ma non per questo meno attraente, che costituisce uno dei capisaldi dei movimenti neopagani, nati a cavallo dei due secoli.

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Brian Froud – A collective of Pixies

Seguendo lungo la deriva ecologista, chiudono la breve e non esaustiva carrellata sui folletti di Brian e Wendy Froud, coppia inglese di artisti, famosi per aver realizzato i disegni e i pupazzi di Labyrinth. Alla fine degli anni Settanta Brian Froud è autore insieme ad Alan Lee2 del best-seller Faeries (Fate), opera che coniuga illustrazioni, stralci di folklore e racconti tradizionali su fate, folletti, spiriti celtici e inglesi, Froud ha poi proseguito la sua personale ricerca pubblicando molti libri, in progressivo avvicinamento all’universo fatato. Alcuni di questi, fra cui gli ultimi due, presentano sia i disegni di Brian che le straordinarie bambole di Wendy, ritratti tridimensionali di amici (o nemici) che si affacciano nella brughiera o da una credenza scricchiolante.

Un bambino non ancora incluso nell’ordine sociale o che ne è appena uscito. Una creatura di vento e cespuglio spinoso che beve il nostro latte, ma fugge la nostra vista. Non del tutto come noi eppure familiare, fuori dalla società eppure antichissimo. Le paure vengono prima di ogni legge, e su di essa continuano ad affacciarsi. Ma insieme alle paure anche l’irrequietezza, l’entusiasmo, la selvaticità, l’arte sublime del perdersi e ridefinire le parole “casa”, “appartenenza”.

Dai margini un folletto ci guarda. Manifestazioni della natura o dei morti, delle turbolenze dell’infanzia o dell’adolescenza, di popoli raminghi nel sottobosco, i folletti sono quel qualcosa di meraviglioso e perduto che ricerchiamo, che ci sembra di aver intravisto un giorno, proprio lì, tra la luce fioca sul comodino e le ombre feroci proiettate sulle pareti, tra l’uscio di casa e il prurito dell’erba. A frotte o solitari, come avrebbe scritto William Butler Yeats, vestiti di verde o con cappucci rosso sangue, escono dagli enigmi del quotidiano, pura sostanza magica per chi crede che nulla è certo, che sui bordi dell’esistenza si annidano i corpi sgraziati, indomabili, danzanti delle nostre immaginazioni.


1.Si vedano questi saggi al riguardo: Joyce Munro, “The Invisible Made Visible: The Fairy Changeling as a Folk Articulation of Failure to Thrive Infants and Children”. In Peter Narvaez (ed. ), The Good People: New Fairylore Essays. (New York and London: Garland Publishing, 1991), pp. 251-283; Susan Eberly, “Fairies and the Folklore of Disability.” Folklore Vol. 99, No.1, pp. 58-77. Per il punto di vista di un’autorità religiosa quale Lutero si veda qui.

2.Famosissime le illustrazioni di Lee per Il Signore degli Anelli.


Francesca Matteoni (1975) ha pubblicato numerosi libri di poesia tra cui Higgiugiuk la lappone nel  X Quaderno Italiano di Poesia (Marcos y Marcos 2010); Acquabuia (Aragno 2014, premio Marazza). Ha all’attivo pubblicazioni accademiche in inglese e in italiano, tra cui il libro Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014). Tutti gli altri (Tunué 2014) è il suo primo romanzo. Abita con vari gatti sulle colline pistoiesi. È redattrice di Nazione Indiana e gestisce il sito Fiabe. Il suo ripostiglio si trova qui.

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