[SSdP] Non sai niente, Jon Snow

– Sergio Vivaldi –

Ritorna il Sublime Simposio del Potere, che con la seconda edizione si consacra come appuntamento fisso. Quest’anno ci siamo dati un tema: i topoi del fantasy. Ci siamo incontrati il 23 gennaio alla Cité, a Firenze, per quattro ore in tanti altri mondi. Eravamo dieci a parlare: Silvia Costantino, Francesco D’Isa, Giovanni De Feo, Vincenzo Marasco, Francesca Matteoni, Edoardo Rialti, Vanni Santoni, Matteo Strukul, Sergio Vivaldi.

Qui trovate tutti gli interventi precedenti, per arrivare preparati all’anno prossimo. 

Questo testo, in una versione riveduta, fa parte del libro Di tutti i mondi possibili, pubblicato da effequ.

ygritte-1920

Barbari e fantastico, un binomio consolidato. Molti dei più grandi capolavori ne includono almeno uno/a e fin dalle origini il barbaro è considerato un archetipo della letteratura di genere. Ma per parlare di barbaro e di barbari è fondamentale partire dall’inizio, da quando ancora la parola barbaro non esisteva, dall’Epopea di Gilgameš di Uruk.

Padre, c’è un uomo, da ogni altro dissimile, che è sceso dalle colline. Egli è il più forte del mondo, è come un immortale dal cielo. Vaga sulle colline con le bestie selvatiche e si nutre di erba. Ho paura e non oso avvicinarmi a lui. Egli riempie le fosse che scavo e divelle le trappole che colloco per le mie prede; aiuta le bestie a fuggire e ora esse mi sfuggono fra le dita.

L’epopea di Gilgameš. La venuta di Enkidu. A cura di N.K. Sanders, traduzione di A. Passi.

Enkidu è destinato a diventare il compagno di avventure di Gilgameš, l’uomo inviato dagli dèi per essere suo pari. Enkidu è anche la prima rappresentazione del barbaro in letteratura, fatto in sé straordinario non solo perché parte della prima narrazione scritta dell’umanità – l’epopea di Gilgameš, appunto – ma anche perché, come detto, nasce qualche millennio prima della stessa parola barbaro. Il concetto nasce in epoca ellenica per definire tutti popoli non-ellenici, membri di una cultura diversa e inferiore. La simbiosi tra Enkidu e il mondo animale, priva di qualsiasi forma di civiltà, è unica nel suo genere. Corre con gli animali, vive e si nutre come loro. È un uomo nel fisico, e viene riconosciuto come tale, ma il suo comportamento è inspiegabile secondo i canoni del cacciatore membro di una società evoluta. Questa identificazione è parte di tutta la cultura, letteraria o meno, nei millenni successivi. Il concetto greco di barbaro è stato assorbito dai Romani per identificare le popolazioni al di fuori dei loro domini, e poi di tutto il mondo cristiano, che ha usato lo stesso concetto per differenziarsi dalle popolazioni non cristianizzate.

Nel corso dei secoli il barbaro letterario rimane più o meno invariato  fino all’epoca illuminista, per quanto anche in questo periodo il messaggio sia incentrato sulla superiorità della civiltà occidentale. Il buon selvaggio, e su tutti si ricorda il personaggio di Venerdì di Daniel Defoe, è di fatto una rappresentazione della superiorità della razza bianca sul selvaggio non civilizzato.

conanbarbaro

Solo nel ventesimo secolo il personaggio cambia, acquistando una consapevolezza del suo ruolo al confine tra culture diverse. Questo avviene già con Conan il Barbaro, personaggio di Robert Howard. Nel costruire questa figura iconica l’autore riprende alcuni dei temi classici del selvaggio sia sul piano culturale – la  comunione con le forze naturali, le capacità di combattimento – sia sul piano estetico – il vestiario di pelli di animale, il corpo scolpito all’esagerazione e così via. Sotto molti punti di vista questi aspetti lo rendono simile a Enkidu, con la grande differenza che Conan non ne viene mai privato. Howard non tenta mai di inserirlo in una società, di “educarlo” per farlo uscire da quello stato di comunione col mondo animale. Al contrario, l’essenza stessa di Conan è così libera e completa nel suo stato barbarico da ricevere il riconoscimento della natura, del destino e della trama stessa della realtà. È questa la caratteristica fondamentale dell’epica di Conan, che in questa accezione diventa sinonimo di libertà. Nessun ostacolo è troppo arduo, nessuna impresa impossibile, Conan è una forza superiore a qualsiasi concezione umana pur rimanendo umano e mortale, ed è proprio questa sua caratteristica che le forze immateriali gli riconoscono quando si piegano al suo servizio.

L’eredità di Conan in letteratura è ampia, molti autori hanno ripreso il personaggio e ne hanno arricchito il mondo e, vista la natura transmediale del fantastico, il passaggio al cinema è stato naturale. Uno dei tanti esempi cinematografici è notevole perché rovescia in modo inaspettato il concetto del barbaro visto finora, Conan il Barbaro di John Milius. Pur mantenendo l’approccio epico di Howard, la narrazione per immagini permette di creare una rappresentazione diversa e l’interpretazione di Schwarzenegger è, nella sua semplicità, magistrale. Le scene in cui Conan descrive il simbolo del serpente a due teste di Thulsa Doom sono particolarmente efficaci nel rafforzarne l’immaginario: vestito di pelli, busto nudo, muscolatura possente, rappresentazione a gesti del simbolo mentre il compagno usa le parole, un volto all’apparenza selvaggio, incivile e rabbioso. Eppure Conan è stato educato e quindi avrebbe le capacità dialettiche di descrivere il simbolo. Il grande rovesciamento di significati lo si vede nel ruolo di Conan, del suo piccolo gruppo e di Thulsa Doom. Milius e dà una connotazione politicamente destrorsa al film: Thulsa Doom è lo stregone – nero – che rende orfano Conan e impone il suo dominio sulla popolazione con una religione assoluta di cui Doom è, di fatto, la componente divina. Il potere esercitato sulle persone è assoluto. A causa della sua crudeltà Conan – bianco – viene reso prima orfano e poi schiavo. Una volta libero e in cerca di vendetta forma un trio di improbabili eroi composto da Conan stesso, Subotai, un ladro dai tratti fisici orientali, e Valeria, una donna guerriera – bianca e bionda come una Valchiria. L’epica di Conan in Milius si trasforma in una esaltazione della razza bianca in contrapposizione al potere assoluto dell’imperatore nero e malvagio, senza che il “bianco” rinunci mai alla sua identità di barbaro, fino a quel momento prerogativa delle altre razze, come nel caso di Venerdì e Crusoe.

Con Howard il Barbaro è diventato prerogativa del fantastico moderno ma si è rapidamente trasformato in un cliché. In tempi recenti sono stati esplorati altri aspetti del singolo personaggio, riprendendo in parte il tema dell’incontro tra il barbaro e la civiltà, concentrandosi però sui cambiamenti che questo incontro ha generato. Tra i tanti, Joe Abercrombie e Richard Morgan ne hanno costruito un’immagine originale. Nella Prima legge di Abercrombie Logen Novedita presenta alcuni degli archetipi visti finora: guerriero straordinario, ottimo compagno di avventure, leader naturale e collante di un gruppo altrimenti eterogeneo e difficilmente amalgamabile in un’unità coesa. Nonostante queste qualità, Logen rimane un barbaro: è difficile per lui comprendere a fondo i suoi compagni e viceversa. Inoltre, per quanto venga emarginato solo in società ma mai all’interno del gruppo, la fiducia reciproca rimane debole, frutto di un’incomprensione culturale prima ancora che personale o caratteriale. A questo si aggiunge l’umorismo amaro di Abercrombie che dona a Logen una seconda personalità, il Sanguinario. Quando il Sanguinario prende il sopravvento entra in uno stato di trance da battaglia, non è più responsabile delle proprie azioni, non riconosce nemici e alleati e si trasforma in una macchina di morte senza distinzioni. La versione socievole e cameratesca di Logen ispira simpatia ai compagni, ma quando è il Sanguinario a comandare, la diffidenza, il disgusto e l’odio che la civiltà gli riversa contro sembrano insufficienti a confronto della scia di morte alle sue spalle.

In Una terra per eroi di Richard Morgan uno dei protagonisti è Egar Rovina del Drago, ex mercenario al servizio dell’impero e capoclan Majak. Quando Egar, negli eventi antecedenti al primo volume, si arruola come mercenario, la sua origine Majak lo fa diventare bersaglio di discriminazione all’interno dell’Impero ma contemporaneamente gli mostra un mondo agli antipodi rispetto alle sue origini e che inevitabilmente lo cambia. Al suo ritorno, anche nel ruolo di capoclan, verrà discriminato dagli stessi Majak, che lo accusano di aver perso l’identità tribale. La civiltà priva quindi Egar di un qualsiasi senso di appartenenza, discriminato dall’Impero per essere Majak e dai Majak per aver perso le sue origini, ponendolo in un limbo dal quale non uscirà mai per tutto il corso della trilogia. L’unica identità che gli rimane, ormai sbiadita nella memoria degli eventi, è quella di Rovina del Drago, ma la guerra è lontana e molti hanno dimenticato le sue gesta eroiche.

Una seconda tendenza nel fantastico moderno è quella di inserire popolazioni barbariche, come nel caso di Morgan, ma dando loro un ruolo più centrale alla narrazione. È il caso di George Martin, che include due popoli diversi, i Dothraki e il Popolo Libero. I primi sono gli abitanti di una steppa arida, non dissimile dai Majak e la cui fonte di ispirazione sono probabilmente gli Unni che invasero l’Europa intorno al IV secolo. Vivono dell’allevamento e del commercio dei cavalli e di conseguenza hanno una natura nomade. Parte della loro cultura, così come viene presentata al lettore dopo l’incontro tra Khal Drogo e Daenerys Targaryen, sono una serie di rituali particolarmente cruenti. Tra i tanti, i festeggiamenti per un matrimonio sono piuttosto animati – del resto, un matrimonio senza almeno tre morti è piuttosto noioso – e la dieta delle future madri deve essere ricca di proteine. I Dothraki sono una popolazione frammentata che vaga nel suo nomadismo per tutta la pianura, ogni gruppo si raccoglie intorno a un capo e spesso si verificano scontri, omicidi e vendette portate avanti per generazioni tra i membri dei vari gruppi.

Ygritte gif

Il Popolo Libero vive tra i ghiacci del nord, oltre il Muro, anche in questo caso una popolazione frammentata in decine di fazioni spesso in lotta fra loro e con una cultura carica di superstizioni e miti molto lontani dai Sette Regni. La grande distinzione con i Dothraki è la lotta perpetua per varcare la barriera che li divide dai Reami e prendere possesso di una parte delle terre, più fertili e più sicure proprio per la presenza del Muro. La discriminazione nei confronti dei selvaggi del nord è spietata e tutti i popoli residenti “dalla parte giusta” del Muro non esitano a definirli dei selvaggi sanguinari e violenti, dando grande valore al lavoro dei Guardiani della Notte, il cui unico scopo è tenere lontano il Popolo Libero – Estranei permettendo. Come Daenerys con i Dothraki, anche in questo caso un personaggio, Jon Snow, futuro comandante “illuminato” dei Guardiani, diventa il punto di vista del lettore in mezzo a questa cultura aliena. Dopo aver incontrato il “nemico” Jon ne riconosce il valore al di là delle incomprensioni culturali e dell’odio millenario che divide le due fazioni, processo velocizzato dalla relazione con Ygritte ma già presente e basato sul rispetto cameratesco dei singoli individui. Il Popolo Libero non è privo di cultura e vive secondo regole dettate dal territorio e dai pericoli che lo circonda. E a nessuno di loro piace, come Ygritte gli fa spesso notare ripetendo allo sfinimento quel «Non sai niente, Jon Snow».

Nella storia recente della letteratura fantastica sono due le popolazioni barbariche più note. La prima sono i Nadir di David Gemmell, comparsi per la prima volta nel 1984 con La leggenda dei Drenai. I Nadir sono un popolo nomade di allevatori di cavalli, diviso in molte fazioni spesso in guerra tra loro ma che occasionalmente si raccolgono intorno a un capo e tentano di conquistare l’impero Drenai. Sono il popolo più simile agli Unni, provenienti dall’est Europa e di origine mongola. Proprio come gli Unni, i Nadir hanno tratti somatici orientali, occhi leggermente a mandorla e pelle ambrata. L’ambiente originario dei Nadir è molto simile alle steppe dell’est Europa e la struttura sociale è simile a quella di tante popolazioni nomadi di quelle zone. Per quanto l’odio tra Drenai e Nadir sia palpabile, sedimentato in secoli di schermaglie e invasioni tentate, il leader della resistenza Drenai, Druss la Leggenda, il loro più grande guerriero, ha un profondo rispetto per le capacità militari dei “barbari invasori”, sentimento reciprocato dai Nadir. Druss, pur paladino dell’Impero, non è il guerriero civilizzato che sarebbe lecito attendersi, ha vissuto a lungo in aree selvagge e in modo non dissimile da quello dei Nadir, è stato reso schiavo e ha ucciso per vendetta. È, in essenza, più simile agli invasori che agli invasi. L’epica del personaggio è dimostrata non solo dai racconti ma dalla resistenza a oltranza durante l’assedio, e proprio nel valore epico delle sue imprese presenti e passate si rivela la bontà del lavoro di Gemmell: senza una umanizzazione del nemico-barbaro i Nadir sarebbero poco più che orchetti di tolkeniana memoria, privi di qualsiasi interesse e intenti solo alla distruzione totale. Il loro desiderio di conquista, di ottenere nuove terre e nuove ricchezze e di combattere con valore e acume militare non è solo umano ma anche ciò che li differenzia da un orda priva di scopo. E il riconoscimento doveva arrivare dal più grande guerriero del racconto, perché solo il suo giudizio è abbastanza autorevole per rivalutarli. I Nadir brillano di una umanità riflessa dalla grandezza epica di Druss, un bilanciamento sottile, insufficiente a eliminare l’identità barbarica ma che ne riconosce il valore.

Fremen

Il secondo popolo sono i Fremen di Dune. L’ambiente nel quale vivono li costringe a uno stile di vita estremo ma proprio per questo sono in sintonia con il pianeta più di qualsiasi altra popolazione fin qui menzionata. L’insieme di tecnologia e regole di vita necessarie alla sopravvivenza li rendono l’esempio più simile all’Enkidu selvaggio, le loro tute distillanti sono un concentrato di praticità e spirito di adattamento, un ruolo mai compreso dai dominatori Harkonnen e dall’imperatore. La capacità dei Fremen di mimetizzare la loro civiltà con l’ambiente, di avere un impatto nullo sul pianeta, nasconde persino il numero totale della popolazione, fattore che coglierà di sorpresa le forze imperiali. E questo perché l’adattamento al pianeta è totale, una simbiosi così profonda da rendere i Fremen superiori a chiunque nel loro ambiente. Solo una causa moralmente superiore, il Jihad, permetterà di spezzare questa simbiosi spingendo le truppe Fremen alla conquista di altri pianeti. E non è un caso se i Fremen e Arrakis stesso precipitino verso il disastro quando due processi iniziano a verificarsi in contemporanea: da una parte, la contaminazione culturale della civiltà degli altri pianeti, lontanissima da Arrakis perché nessun pianeta presenta le stesse caratteristiche climatiche, e i cambiamenti ecologici apportati artificialmente mettono in pericolo l’esistenza dei Vermi e portano al collasso l’intero ecosistema. D’altra parte, sostenere che la cultura Fremen sia inferiore a quella degli altri pianeti è errato. La base culturale è costituita, come su tutti gli altri pianeti, da religione, regole, leggi e rituali ben definiti, e solo grazie a queste Muad’dib può iniziare il Jihad. La grande differenza, ancora una volta, è l’ambiente che obbliga a mantenere queste tradizioni per garantire la sopravvivenza.

Da tutti questi esempi è evidente che il ruolo del barbaro nella letteratura fantastica è molto più complesso di quello di un guerriero epico. L’approccio è in apparenza lo stesso della tradizione ellenica del barbaro come creatura incivile, e per sua natura portatore di conflitto nella società, ma col tempo il barbaro è diventato uno strumento per sottolineare le incongruenze della società “superiore” e per rimettere in discussione l’intero concetto identitario ellenico, rimasto invariato nella società per millenni. Una volontà totalitaria, come quella del Jihad o dei Drenai, ma anche la forma di emarginazione culturale subita da Egar e, in misura minore, da Logen sono espressioni di una negazione della diversità, trasformando il barbaro e la sua narrativa epica in una drammatizzazione di tutti gli scontri che hanno formato la storia dell’umanità, ovvero tra assoluto e diversità, tra stasi e cambiamento.


Sergio Vivaldi. Laureato in Comunicazione e Studi Culturali, ha scoperto il fantastico da bambino e non lo ha più lasciato, ma è stato contaminato molto presto da Vassalli, Buzzati e Borges. In qualche modo, ha fuso queste influenze con i suoi studi e ha imparato a credere che non succeda mai niente di nuovo sotto il sole. Esistono semplicemente nuovi soli.
Lo si trova su Portal Of Dreams.

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